Rivoluzioni nelle repubbliche toscane; intrighi di Giovanni Galeazzo. — Francesco da Carrara, suo prigioniero, fugge, e si ripara a Firenze; persuade questa repubblica a fare la guerra al Visconti. Conduce in Italia un'armata tedesca, e ricupera la signoria di Padova.
1388 = 1390.
La condotta di Venezia nel favorire le conquiste di Giovanni Galeazzo Visconti non aveva corrisposto all'alta prudenza che tanto onorava i consigli di questa repubblica. Le due case degli Scala e dei Carrara, abbastanza forti per difendersi, ma non tali da inspirar timore, potevano servire ai Veneziani di antimurale contro le intraprese dei Visconti. La repubblica, superiore di forze e di ricchezze, aveva mille mezzi per tenere in una specie di schiavitù i signori di Verona e di Padova. I Veneziani mancarono all'ordinaria loro prudenza eccitando lo Scala alla guerra, poi lasciandolo perire per non avergli somministrati sufficienti soccorsi; ma un più grande errore fu quello di sagrificare il Carrara al loro risentimento, acconsentendo che si arricchisse colle sue spoglie il più potente, il più ambizioso, il più perfido tiranno d'Italia. La vista degli stendardi milanesi, che volteggiavano in riva all'Adriatico, richiamò il senato veneto a dolorose considerazioni sulla propria condotta; e bentosto i minacciosi discorsi di Giovanni Galeazzo, di cui gli fu dato avviso, accrebbero le sue inquitudini.
Veruna potenza in Italia pareva abbastanza forte per misurarsi col signore di Milano e per limitarne le conquiste. La Chiesa aveva lungo tempo guerreggiato contro suo padre e suo zio; ma le sue forze erano snervate dallo scisma, e più ancora dall'imprudente condotta d'Urbano VI. Questo pontefice, che andava debitore della sua libertà e forse della vita al doge Antoniotto Adorno, si disgustò col suo liberatore e partì precipitosamente da Genova il 16 dicembre del 1386 per passare a Lucca[427]. In questa città egli predicò la crociata contro il regno di Napoli ch'egli voleva conquistare. Ma nè le sue esortazioni, nè le sue bolle acquistarono alla sua causa un solo soldato[428]. In appresso dichiarò complessivamente la guerra ai Turchi ed ai Greci, guerra poco sanguinosa, di cui ne affidò la cura all'arcivescovo di Patrasso[429]. In appresso, recandosi a Perugia, vi fece leva di soldati mercenari, coi quali pensava di fare personalmente l'impresa del regno, quando una sedizione scoppiata nelle sue truppe, lo fece fuggire atterrito a Roma[430]. Colà mori il 13 ottobre del 1389 dopo avere coll'impetuoso suo carattere, colla sua imprudenza, colla sua crudeltà, scandalizzata la Cristianità forse più che non fecero gli scostumati pontefici del decimo secolo. Pietro Tommacelli, cardinale di Napoli, che prese il nome di Bonifacio IX, venne innalzato sulla cattedra di san Pietro il 9 novembre 1389 dai cardinali dell'ubbidienza d'Urbano VI[431].
Di tutte le case sovrane che avevano esistito tra le Alpi e gli Appennini dopo la caduta delle repubbliche, più non eranvene che quattro le quali non fossero state spogliate de' loro stati dai Visconti; queste erano le case di Savoja, di Monferrato, dei Gonzaghi e d'Este. Amedeo VII, detto il Rosso, conte di Savoja, unicamente occupato degli intrighi e delle guerre della Francia, evitò ogni cagione di rottura col conte di Virtù[432]. Teodoro II, marchese di Monferrato, cui Giovan Galeazzo aveva tolto Asti ed altre importante piazze, fu egli medesimo in certo qual modo fatto prigioniere nella corte del signore di Milano dalla sua più tenera infanzia fino al 1400[433]. Francesco di Gonzaga governava Mantova dopo il 1382; ma non si conservava in questo principato che mercè la più ossequiosa deferenza a tutte le volontà di Giovanni Galeazzo. Aveva preso parte a tutte le sue alleanze, ed a tutte le sue guerre, senza sperarne altro vantaggio che quello di protrarre più in là l'epoca in cui sarebbe ancor esso spogliato de' suoi dominj[434]. Nella famiglia d'Este il marchese Alberto era succeduto, il 26 marzo 1388, a suo fratello Niccolò in pregiudizio d'Obizzo, figlio d'un suo fratello maggiore che gli era premorto[435]. Alberto, dietro le suggestioni di Giovan Galeazzo, presso di cui erasi recato a Milano, fece tagliare la testa ad Obizzo ed a sua madre accusati d'avere contro di lui tramata una congiura; fece bruciare la sposa di questo sventurato, appiccare uno de' suoi zii, tenagliare e porre alla tortura molti de' loro confidenti[436]. Dopo tali atrocità il marchese di Ferrara, resosi esoso ai popoli ed ai principi, non poteva ad altri fidarsi che a Giovan Galeazzo, che gliele aveva fatte commettere, e non agiva che a seconda de' suoi consiglj o de' suoi ordini.
Le altre famiglie, un tempo sovrane, erano tutte state spogliate de' loro stati dai Visconti: i Coreggio, i Rossi, gli Scotti, i Pelavicini, i Ponzoni, i Cavalcabò, i Benzeni, i Beccaria, i Languschi, i Rusca, i Brusati, o più non esistevano, o non avevano autorità negli stati altra volta sottomessi ai loro antenati. La casa Visconti era succeduta sola a tutta la loro potenza, come a quella degli Scala e dei Carrara.
Se i comuni di Toscana fossero stati uniti dalla considerazione de' loro pericoli, avrebbero potuto sostenere con pari forze la lotta col conte di Virtù; ma la sola Firenze sapeva calcolare nelle sue viste la politica dell'Italia e dell'Europa intera. Le altre città, invece di stare in guardia contro il nemico d'ogni libertà, erano gelose della sola Firenze, e le imprudenti loro passioni favoreggiavano i progetti del tiranno che voleva ridurle in servitù.
Gli stati d'Italia, esposti alle invasioni di Galeazzo, non potevano sperare soccorso dal rimanente dell'Europa. L'impero era venuto in mano del più debole, del più spregevole de' principi, Wenceslao, indegno figlio di Carlo IV, il quale pure aveva anche tanto degenerato dai suoi gloriosi antenati. La Francia, durante la minorità e la pazzia di Carlo VI, trovavasi in preda ad un'anarchia, nella quale si videro ben presto nascere le funeste fazioni dei duchi di Borgogna e d'Orleans. L'Inghilterra era governata dal debole Riccardo II, sotto il di cui regno nacquero le fazioni delle due rose. Per le sue guerre civili l'Ungheria perdeva tutta l'influenza che aveva acquistata sull'Italia e sul rimanente dell'Europa sotto il gran re Luigi. L'Arragona in tempo della lunga amministrazione di Pietro IV, detto il ceremonioso, aveva tenuto un distinto rango tra le potenze marittime; ma questo re era morto il 4 gennajo del 1387[437], ed il debole Giovanni, che gli succedeva, riposava in un ozio vile, abbandonando alla consorte tutte le cure de' pubblici affari[438]. Così dall'una all'altra estremità dell'Europa tutti i regni erano affetti da un vizio interno, tutti i regni sembravano nello stesso tempo colpiti d'accecamento, da viltà, o da demenza, mentre il signore della Lombardia manteneva costantemente al suo soldo maggiore numero di truppe che verun altro monarca d'Europa, disponeva d'un'immensa entrata, governava i suoi stati dispoticamente, e formava progetti di conquista ancora più grandi della sua potenza. Giovanni Galeazzo aveva un coraggio intraprendente, che stranamente contrastava colla sua viltà personale. Quell'uomo medesimo, che mai non mostrossi alla testa dell'esercito, che nel palazzo fortificato di Pavia non lasciavasi vedere da chicchefosse, che circondavasi di triplici guardie, e che nel suo appartamento stava sempre apparecchiato a difendersi contro di queste, come se fosse sicuro d'essere tradito; quest'uomo non esitava un solo istante nelle sue risoluzioni, non lasciavasi smuovere dal pericolo, nè scoraggiare dal cattivo esito. Superiore a tutti nella profondità della sua politica, incapace di rimorsi per il delitto, o di vergogna per la mala fede, mirava coi vasti suoi mezzi a sottomettere tutta l'Italia; e se ne avesse terminata la conquista, pochi ostacoli avrebbe più incontrati a dilatare il suo dominio sulle vicine contrade. Ma la libertà italiana fu per alcun tempo salvata ancora, perchè nella carriera della sua ambizione Giovan Galeazzo si trovò a fronte la virtù, il coraggio, la magnanimità della repubblica fiorentina, e l'odio implacabile di Francesco da Carrara che aveva di già spogliato.