Per altro Giovanni Galeazzo non aveva fatto, come diceva, così aperto rifiuto dell'offerta de' Sienesi, perciocchè maravigliosamente si accordava co' suoi progetti di conquista in Toscana e colle più care sue speranze. Persuase solamente questa repubblica a negoziare coi Fiorentini, finchè gli fosse riuscito di soggiogare Francesco da Carrara, ed allora fece bruscamente rompere le conferenze, mentre i suoi ambasciatori protestavano a Firenze che il loro signore non desiderava che la pace[451].
Nello stesso anno Giovanni Galeazzo tentò d'occupare Pisa. Pietro Gambacorti, alleato dei Fiorentini, governava questa repubblica. Tutt'ad un tratto fu attaccato da una compagnia di ventura, ed avanti che avesse potuto domandare soccorso ai suoi alleati, vide giugnere da Sarzana quattro mila cavalli che il Visconti, secondo egli diceva, mandava in suo soccorso. Questi inaspettati ausiliari chiedevano instantemente di essere ricevuti in città; ma Pietro Gambacorti, che più temeva tali difensori che i nemici, fece loro chiudere le porte di Pisa, mentre che accolse in città senza verun sospetto i rinforzi mandatigli dai Fiorentini[452].
Passò ancora tutto il 1388 senza che scoppiasse la guerra; ma ogni giorno vedevansi nascere nuove difficoltà, che davano motivo a nuove negoziazioni per calmare il risentimento che eccitavano. Il conte di Virtù aveva alternativamente diretti i suoi progetti su tutte le città della lega guelfa; ma Bologna trovavasi più d'ogni altra esposta alle sue pratiche, perchè i Visconti, che n'erano stati in addietro padroni, vi conservavano alcuni partigiani. La peste e la somma carezza delle vittovaglie travagliavano nello stesso tempo questa città, onde un segreto malcontento, eccitato dalle creature di Giovanni Galeazzo che trassero molti Bolognesi in una congiura contro la libertà, si andava diffondendo tra i suoi abitanti. Un fortunato accidente fece scoprire questa trama, ed i capi perdettero la testa sul patibolo[453]. Da prima parve che il conte di Virtù pensasse a vendicarli, ed ordinò ai Fiorentini ed ai Bolognesi dimoranti ne' suoi stati di partire entro otto giorni[454]; fece passare duecento lance a Siena, e la guerra parve inevitabile. Frattanto Pietro Gambacorti, che temeva d'esservi strascinato suo malgrado, si adoperò in modo, che ottenne di rinnovare le negoziazioni. I Fiorentini avevano omai terminati i loro apparecchi, ed eransi procurati alleati in Germania, quando il Gambacorti li persuase in ottobre del 1389 a segnare un trattato di pace e di alleanza col conte di Virtù, col quale si obbligavano reciprocamente, i Fiorentini a non immischiarsi negli affari di Lombardia, il conte a non prendere veruna parte in quelli della Toscana[455].
Ma Giovanni Galeazzo non si faceva riguardo di segnare qualunque trattato, poichè disposto era a non osservarne alcuno. Spedì a Siena quello de' suoi generali che più odiava i Fiorentini, Giovanni d'Azzo degli Ubaldini, l'erede di una delle grandi famiglie ghibelline degli Appennini; e coll'opera sua Giovanni Galeazzo sedusse alcuni cittadini di Samminiato che vivevano in istretta domestichezza col governatore di questo importante castello. I congiurati promisero di uccidere il governatore e di aprire Samminiato alle truppe del Visconti, che per tal modo avrebbe potuto chiudere ai Fiorentini la navigazione dell'Arno: ma i cospiratori, cercando complici, si rivolsero ad alcune persone che manifestarono la trama[456].
Giovanni d'Azzo non si lasciò sgomentare dalla mala riuscita di Samminiato, e tenne dietro ad altre pratiche. Era costui parente d'un signore cortonese che inutilmente cercò di guadagnare al partito del Visconti. Tentò pure di sedurre i Perugini, ma questi, agitati da una rivoluzione, vollero conservare la neutralità. In settembre di quest'anno i nobili si erano uniti al basso popolo, ed avevano ottenuta sui borghesi una compiuta vittoria, escludendoli affatto dal governo. Erano fuggiti più di cinquecento cittadini; la città era stata in parte saccheggiata, e Pandolfo Baglioni, capo della nobiltà, aveva con questa rivoluzione fatto il primo passo verso il supremo potere della sua patria cui celatamente aspirava[457].
Le pratiche di Giovanni d'Azzo furono più fortunate a Pisa; non già che ottenesse di staccare dai Fiorentini Pietro Gambacorti, il fedele amico della repubblica; ma questo virtuoso cittadino, che aveva così lungo tempo governato la sua patria senza offenderne la libertà e senza mai abusar del potere che riconosceva dalla confidenza de' suoi compatriotti, cominciava a perdere il suo credito. Di già i suoi nipoti, figliuoli di Gherardo suo fratello, avevano l'arrogante procedere de' nuovi signori; uno di loro era stato nominato arcivescovo di Pisa, un altro cavaliere del santo Sepolcro, ed un terzo canonico; costoro si scordavano, che i cittadini di Pisa erano loro eguali, e si permettevano talvolta certi atti violenti, di cui i tribunali non ardivano punirli[458]. Un agente di Giovanni Galeazzo inasprì il malcontento del popolo, e sedusse coll'oro Giacomo Appiano, cancelliere del comune, reso potente dallo stesso Gambacorti, che in lui ciecamente fidava.
Nello stesso tempo i Fiorentini avevano cercato di afforzarsi colle alleanze; ma il solo amico di cui facessero maggior capitale era un uomo che senza truppe e senza stati era venuto a rifugiarsi in Firenze. Invece di fortezze e di soldati offrì alla repubblica i suoi talenti, il suo coraggio, l'energia del suo carattere, e soprattutto l'irreconciliabile suo odio verso il Visconti. Questi era Francesco Novello di Carrara, poc'anzi signore di Padova.
Giovanni Galeazzo dopo averlo tenuto lungo tempo a Milano, volle almeno apparentemente eseguire la convenzione, dietro la quale eragli stata ceduta Padova. Aveva prima fatto sapere a Francesco, che gli accorderebbe in ricompensa di Padova la signoria di Lodi; ma non gli aveva mai acconsentito di venire a Pavia, ed i suoi agenti andavano ogni giorno diminuendo le loro offerte, e facevano nascere ad ogni istante nuove difficoltà. Finalmente gli accordarono a nome del conte di Virtù la signoria di Cortazzone, presso Asti. Era Cortazzone un vecchio castello mezzo ruinato, con alcuni vassalli, per la maggior parte assassini di strada, ma Ghibellini appassionati e pieni di prevenzione e di odio contro la casa guelfa di Carrara[459].
Francesco da Carrara condusse sua moglie, Taddea d'Este e tutta la sua famiglia, prima ad Asti, poi a Cortazzone. Colà si occupò come un semplice gentiluomo a far rifabbricare il suo castello[460]. La città di Asti era in allora posseduta dal duca d'Orleans, cui Giovanni Galeazzo V aveva data per dote di sua figliuola Valentina[461]. Il luogotenente del duca si affezionò a Francesco da Carrara, ed un giorno lo prevenne che Giovanni Galeazzo aveva appostati degli uomini per farlo uccidere mentre passerebbe da Cortazzone ad Asti. Lo consigliò pertanto a porsi in sicuro con una pronta fuga[462].