Il Carrara in marzo del 1389 partì repentinamente da Asti con sua moglie, ed alcuni servitori, dando voce di voler fare un pellegrinaggio a sant'Antonio di Vienna, nel Delfinato. Il governatore di Asti gli diede guardia fino ai confini del Monferrato, e s'incaricò egli medesimo di far giugnere a Firenze i figliuoli del Carrara, i suoi fratelli naturali e gli effetti preziosi che aveva seco portati da Padova[463].

Francesco soddisfece in fatti al suo pellegrinaggio, dopo il quale recossi in Avignone per chiedere consiglj e soccorsi al papa francese. Imbarcossi poi a Marsiglia colla moglie, intenzionato di costeggiare colla sua felucca le due riviere della Liguria, e di sbarcare a Pisa; ma cammin facendo fu sorpreso dalle burrasche dell'equinozio; e perchè Taddea, gravida da più mesi, soffriva crudelmente i disagi del mare agitato, pregò lo sposo di risparmiarle il tormento della navigazione, preferendo, diss'ella, di fare tutta la strada a piedi piuttosto che soffrire così aspro martirio. Carrara non ignorava che i dolori del mare erano senza pericolo, mentre la strada di terra presentava infiniti ostacoli; si arrese non pertanto ai desiderj della sposa, e si fece sbarcare sulla costa, ordinando per altro ai suoi marinai di tener sempre la felucca a portata di valersene quando volesse.

Alcuni castelli della riviera di Ponente appartenevano ai Ghibellini, ereditarj nemici della famiglia del Carrara; altri erano posseduti da creature del conte di Virtù; ne' deserti e tra gli scogli stavano in vedetta alcuni emissarj di questo signore per sorprendere i viaggiatori; ovunque erano circondati da' pericoli; e Francesco, dopo avere camminato tutto il giorno per aspri e tortuosi sentieri che s'aggirano sul pendìo di scoscese montagne, sostenendo sull'orlo dei precipizi colle sue braccia la sposa, non ardiva poi la sera di entrare in qualche casa per riposarsi. Presso a Monaco passarono la notte in una chiesa mezza ruinata; a Ventimiglia il podestà fece tener loro dietro i suoi arcieri, contro i quali sostennero una zuffa prima di essere riconosciuti. Ivi s'imbarcarono di nuovo; ma la tempesta ed i patimenti di Taddea li costrinsero bentosto ad approdare in mezzo ai feudi dei marchesi del Carreto, Ghibellini affezionati al conte di Virtù, Attraversarono parte del paese a piedi in una continua diffidenza; ed essendosi all'ultimo adagiati sotto alcuni alberi per mangiare un capretto, che avevano comperato da un pastore, una metà della compagnia faceva la guardia, mentre l'altra metà mangiava[464].

Inaspettatamente furono raggiunti in questo stesso luogo da un messo di Pacino Donati, agente fiorentino del Carrara e di Antonio Adorno doge di Genova: l'ultimo prometteva la sua protezione al fuggitivo signore di Padova e gli spediva un brigantino per condurlo a Genova sotto finto nome, dandogli una salvaguardia per attraversare gli stati della repubblica. Carrara andò con tutta la sua famiglia a bordo del brigantino genovese, ma la burrasca, che non cessava di perseguitarlo, lo costrinse bentosto a sbarcare in Savona. Era colà aspettato da Pacino Donati e da altri amici; la mensa era imbandita, e già si disponevano a mangiare, quando un secondo messo del doge entrò precipitosamente nella camera, e loro ordinò di rimbarcarsi all'istante. Giovanni Galeazzo aveva intimato alla repubblica di Genova di arrestarli ovunque si trovassero, dichiarando di farle sentire gli effetti del suo sdegno, se loro dava asilo, ed Adorno non ardiva di esporsi per cagione loro alla collera di così potente signore. I Carrara ripartirono senza avere mangiato; navigarono tutta la notte, e la susseguente mattina il bisogno di cibarsi li forzò a dar fondo nel porto di Genova. Erano vestiti da eremiti tedeschi, ed entrarono così sconosciuti in un albergo[465].

Dopo poche ore di riposo si rimbarcarono, e scorrendo la riviera di Levante press'a poco con altrettanta difficoltà, sbarcarono finalmente a Motrone, piccolo porto del territorio di Pisa, ove speravano di trovare finalmente sicurezza e riposo. Dopo avere congedati i marinaj si avviarono subito a piedi alla volta di Pisa, facendosi precedere da un messo per avvisare Gambacorti del loro arrivo.

Francesco da Carrara sostenendo la consorte che più non reggeva alla fatica, cercava di ridonarle speranza e coraggio. «A Pisa, le diceva egli, ristoreremo bentosto le nostre membra affaticate; sono sicuro di essere ben accolto da Pietro Gambacorti, il quale, cacciato ancor esso come me dalla sua patria, vagò di terra in terra chiedendo soccorso. In allora mio padre lo accolse nella sua corte colla moglie e i figli, lo colmò di onori, e maritò una sua figliuola al marchese Spineda, dandogli poi danaro e soldati per ristabilirsi in Pisa; e se il Gambacorti trovasi al presente felice e tranquillo, non si scorderà che lo deve alla nostra famiglia.» Mentre andavano con queste memorie riconfortandosi, il messo tornò a dir loro, che Pietro Gambacorti non osava riceverli in patria, perchè Galeazzo Porro, uno de' generali di Giovanni Galeazzo, era giunto con un corpo di cavalleria, ed aveva domandato alla signoria di farli arrestare[466].

Quando Taddea udì questo annunzio cadde svenuta; lo sposo dopo averle richiamati gli smarriti spiriti, entrò travestito in Pisa, si procurò un cavallo per la moglie e cibi di cui tutti abbisognavano. Raggiunse di nuovo la sua piccola truppa, e tenendo una strada appartata la condusse a Cascina posta sulla strada di Firenze, e colà si alloggiarono in così misero albergo, che dovettero tutti passare la notte nella stalla. Eransi appena coricati sopra la paglia che un messo di Gambacorti li risvegliò; questi mandava loro in dono dieci cavalli, confetti e torchi, ordinava a tutti i castellani dello stato di Pisa di trattare il meglio che potevano questi illustri ospiti. L'albergatore cedette allora il proprio letto a Francesco da Carrara ed alla sua sposa; e questa fu la prima notte, da che erano partiti da Asti, che non si coricavano sulla nuda terra, o sopra la paglia[467].

I fuggitivi principi non trovarono pure in Firenze quell'accoglimento che speravano di ricevervi; perciocchè era il tempo in cui Giovanni Galeazzo dava alla repubblica le più lusinghiere speranze di mantenere la pace, ed in cui la repubblica, soffrendo per l'estrema carezza delle vittovaglie, cercava dal canto suo di non risvegliare la collera del potente signore di Lombardia. Perciò i magistrati si astennero alcun tempo da ogni ministeriale relazione col Carrara e non lo risguardarono che come un particolare che voleva approfittare della protezione che le loro leggi accordavano a tutti gli sventurati. Frattanto erano pure giunti in Firenze i figliuoli del Carrara e gli equipaggi che il governatore di Asti erasi incaricato di spedire. Ed allora il fuoruscito signore di Padova trovavasi padrone di ottanta mila fiorini in danaro, e di sessanta mila in gioielli e gemme[468]. Per dare uno stato indipendente a suo fratello naturale, il conte di Carrara, lo fece ricevere comandante di cento lance nella compagnia di Giovanni Acuto, indi, lasciati la moglie ed i figliuoli a Firenze, si rimise solo in viaggio per procurare nemici a Galeazzo.

Passò prima a Bologna, e trovò la signoria di questa città ben disposta a suo favore; ma prima di risolvere ella desiderava di vedere quale partito prenderebbe a suo riguardo la repubblica di Firenze. Imbarcossi poi in Ancona, intenzionato di attraversare il golfo e passare in Croazia presso al conte di Segna che aveva sposata sua sorella; ma una burrasca lo spinse verso le lagune, ove fu riconosciuto, contro ogni sua aspettazione non preso dai Veneziani[469].

Sbarcato a Ravenna, Francesco da Carrara, più non poteva avventurarsi ad attraversare un mare dominato dai Veneziani, e sparso di navi che cercavano di raggiugnerlo. Tornò dunque a Firenze e vi fu assai meglio accolto che la prima volta, perchè recenti ingiurie di Giovan Galeazzo avevano meglio svelate le sue ostili intenzioni; onde la signoria propose al Carrara di recarsi in Germania, di offrire sussidj al duca di Baviera, e di persuaderlo ad attaccare il Visconti nel Friuli. Verso lo stesso tempo il Carrara aveva ricevuto un ultimo messo da suo padre che trovavasi strettamente guardato nel castello di san Colombano. Questo vecchio signore ordinava a suo figliuolo di pensare piuttosto a vendicarlo, che a calmare il suo nemico con vili compiacenze. «Ormai, gli diceva, io conosco Giovan Galeazzo: nè l'onore, nè la compassione, nè la giurata fede mai non lo determinarono ad una generosa azione; s'egli fa qualche bene non vi è spinto che dal proprio interesse, essendogli sconosciuto ogni altro sentimento; e la virtù siccome l'odio e la collera vengono da lui assoggettate al calcolo.»