Francesco da Carrara, sicuro dell'approvazione di suo padre, accettò la commissione della repubblica fiorentina, e partì alla volta della Germania. Non potendo passare per gli stati del Visconti o de' Veneziani prese una lunga ma sicura via. Attraversò il golfo di Genova, la Provenza, il Delfinato e la Savoja[470]. Da Ginevra s'incamminò per la Svizzera, e giunse a Monaco presso il duca Stefano di Baviera. Era questi genero di Barnabò Visconti, che Giovanni Galeazzo aveva fatto morire in prigione. Il Carrara tutto soffiò nel cuore del Bavaro l'odio che lo infiammava egli stesso, facendogli sentire ciò che doveva all'ombra sdegnata del suocero, ed ai fratelli della consorte, cui il conte di Virtù aveva rapita l'eredità, e che non lasciava di perseguitare nel loro esilio col ferro e col veleno. Gli offrì ottanta mila fiorini per cominciare il suo armamento, obbligandosi a far sì che Bologna e Firenze pagassero in appresso le spese della sua armata; ed ottenne la promessa che nell'entrante primavera scenderebbe in Italia con dodici mila cavalli[471].
Lasciando la Baviera Francesco di Carrara prese la strada della Dalmazia. Una sorella da lui sommamente amata era maritata al conte di Segna e di Modro, potente signore della Croazia, i di cui feudi si stendevano lungo il canale dei Morlacchi. Carrara si trattenne alcun tempo col cognato e colla sorella, che gli diedero i più affettuosi contrassegni dell'amor loro, e promesse di larghi soccorsi; e colà stava egli aspettando una risposta dai Fiorentini intorno ai trattati fatti col Bavaro. Finalmente giunse il suo messo, recandogli i ringraziamenti della signoria per quanto aveva operato, facendogli però sapere che il suo trattato non avrebbe effetto, perchè, dopo la sua partenza, Firenze, e i comuni toscani avevano conchiuso, colla mediazione del Gambacorti, in ottobre del 1389, una lega offensiva e difensiva con Giovanni Galeazzo Visconti[472].
Francesco da Carrara vedendo tutt'ad un tratto svanite le sue più care speranze, poco mancò che non morisse di dolore, e non vi voleva meno di tutta la tenerezza della sorella e del cognato, per toglierlo all'estremo suo avvilimento. Il cognato gli promise d'impiegare tutte le sue forze per fargli ricuperare la perduta sovranità, assicurandolo che, mercè le sue alleanze con diversi signori ungari, potrebbe disporre di tre mila cavalli e mantenerli tutto un anno al suo servigio: ma lo confortava di andare a chiedere soccorsi al capo di Bosnia che assumeva il titolo di re di Rascia, il quale nella guerra ch'egli faceva ai Turchi aveva sperimentata la perfidia di Giovanni Galeazzo[473].
Mentre Francesco di Carrara stava per porsi in viaggio alla volta di questo paese mezzo barbaro, fu raggiunto da Pietro Guazzalotti, ambasciatore dei Fiorentini, che veniva a chiedergli di rinnovare le sue pratiche col duca di Baviera. L'attentato di Giovan Galeazzo sopra Samminiato, ed i suoi intrighi a Perugia ed a Pisa, avevano persuasa la repubblica alla guerra. Il Carrara condusse l'ambasciatore fiorentino presso il duca di Baviera, e passò in appresso nella Carinzia a domandare consigli e soccorsi al conte d'Ottemburgo che aveva sposata una sua zia[474]. Intavolò poi qualche trattato con alcuni signori del Friuli, che gli promisero il passaggio per i loro feudi, e degli ajuti nella sua marcia.
L'inverno erasi consumato in questi trattati, ed all'apertura della primavera del 1390 il Carrara seppe finalmente che la guerra era stata dichiarata. I Malatesti ed i signori d'Urbino, alleati di Giovanni Galeazzo, avevano attaccata e disfatta una truppa al soldo de' Bolognesi; dopo di che il conte di Virtù, il marchese d'Este ed il signore di Mantova mandarono i loro araldi d'armi a portare per parte loro una sfida alle repubbliche di Firenze e di Bologna[475]. Ma nello stesso tempo seppe Francesco da Carrara che suo fratello naturale, il conte di Carrara, era stato fatto prigioniere da Carlo Malatesti di Rimini, alleato del conte di Virtù, e che suo cognato Stefano, conte di Segna, era morto, lasciando la sua vedova assediata nel castello di Modro[476]. Carrara sarebbe rimasto vittima del dolore senza i soccorsi datigli dal conte d'Ottemburgo. Non tardò per altro a riprendere coraggio, e ritornò in Baviera per affrettare gli apparecchi di quel duca.
I Fiorentini avevano dal canto loro invocata la protezione di Carlo VI, re di Francia, ed ebbero la risposta nell'istante in cui scoppiò la guerra. Quel re loro offriva potenti soccorsi, ma sotto due condizioni; la prima, che la repubblica riconoscesse per legittimo papa Clemente VII, che sedeva in Avignone, e la seconda, che in segno di riconoscenza la repubblica pagasse al re un annuo, sebbene piccolo tributo, in segno di ubbidienza. Tali condizioni vennero altamente rifiutate, la prima come contraria alla coscienza, l'altra alla libertà; e la repubblica piuttosto che comperare alleati a tale prezzo, amò meglio di vedersi ridotta alle proprie forze per combattere il suo potente nemico[477].
I dieci della guerra adunarono il così detto consiglio de' richiesti, ossia un'assemblea de' più riputati cittadini; loro esposero lo stato degli affari, e chiesero che facessero conoscere loro la volontà del popolo. Lo zelo di tutti i Fiorentini per la difesa della libertà e per l'onore della patria si appalesò altamente in questo consiglio. Le borse de' privati furono aperte al governo[478], ed i decemviri trovandosi a portata di spingere vivamente la guerra, diedero il comando delle loro truppe a Giovanni Acuto, che in allora trovavasi ai servigi della regina Margarita di Durazzo, e che nudriva un personale odio contro il duca di Virtù. Acuto venne posto alla testa di due mila lance, o sei mila uomini di cavalleria, ed i Bolognesi dal canto loro diedero mille lance al conte Giovanni di Barbiano[479].
Giovanni Galeazzo aveva condotti al suo servigio i più abili generali di quel tempo, e nulla aveva risparmiato per assicurare alle sue armate la superiorità del numero sopra quelle de' Fiorentini. Nel medesimo tempo aveva estese le sue alleanze tutt'all'intorno della Toscana. Siena e Perugia avevano abbracciato il suo partito, mentre gli emigrati di quest'ultima città ricevevano soccorso dai Fiorentini[480]. Antonio di Montefeltro, signore d'Urbino, Astorre Manfredi, signore di Faenza, i Malatesti, signori di Rimini, ed i signori d'Imola e di Forlì, erano tutti guadagnati dal conte di Virtù. Questi invece di riunire il suo esercito in un solo corpo, lo distribuì nel territorio de' molti suoi alleati; mentre Giacomo del Verme si avanzava dalla parte di Modena verso Bologna, con mille duecento lance e cinque mila pedoni[481]. Giovanni d'Azzo degli Ubaldini comandava mille lance a Siena[482], Paolo Savelli trovavasi a Perugia alla testa di un altro corpo di truppe, ed Ugolotto Biancardo, Galeazzo Porro e Facino Cane eransi riuniti in Romagna ai soldati dei signori di questa provincia. In tutto Giovan Galeazzo aveva mandato contro Firenze e Bologna quindici mila cavalli e sei mila fanti[483].