Ma qualunque si fosse la superiorità delle forze di Giovanni Galeazzo, le sue truppe, disperse sopra una troppo estesa linea, non diedero veruna grande battaglia, e la guerra si riduceva a sorprese di castelli, a scorrerie di cavalleggeri, e a piccole zuffe; quando tutt'ad un tratto la somma della guerra si ridusse nella Marca Trivigiana per l'invasione di questa provincia operata da Francesco da Carrara.

I Veneziani, che cominciavano ad adombrarsi della crescente grandezza di Giovan Galeazzo, avevano promesso alle repubbliche di Firenze e di Bologna che manterrebbero un'esatta neutralità, e darebbero libero passaggio alle armate delle due parti pel territorio trivigiano[484]. Francesco da Carrara aveva approfittato di questa concessione per mettersi in marcia, senza aspettare il duca di Baviera, i di cui apparecchi non erano per anco terminati. Aveva trovato a Cividale del Friuli circa trecento lance che Michele di Rabatta, suo strettissimo amico ed altri gentiluomini di questa provincia avevano ragunate al suo soldo; ed egli si era avanzato fino ai confini degli stati de' suoi antenati, facendosi portare avanti tre stendardi, quello del comune di Padova, gli stemmi di sua famiglia, e di quella della Scala. I Fiorentini lo avevano impegnato a prendere sotto la sua protezione Can Francesco della Scala, figlio d'Antonio, cui aveva egli medesimo fatta la guerra, ma che Giovanni Galeazzo aveva fatto avvelenare, dopo averlo spogliato de' suoi stati.

Alla vista degli stendardi di Carrara tutti gli abitanti del territorio di Padova presero le armi, perciocchè sotto il governo de' Visconti trovavansi più aggravati di gabelle di quel che lo fossero sotto gli antichi loro principi; mentre verun sentimento d'affetto per questa novella razza, veruna abitudine del passato, veruna speranza dell'avvenire gli ajutava a sopportare il peso ond'erano oppressi. La capitale trovavasi ridotta al rango di provincia, ed era spento affatto l'orgoglio nazionale. In ogni villaggio ove presentavasi, Francesco trovava gli abitanti armati, che lo accoglievano con grida di gioja, e la sua armata andava ingrossando ogni ora. Il 18 giugno mandò a sfidare coloro che avevano il comando di Padova a nome del conte di Virtù; questi incaricarono il suo trombetta di dirgli, che ben folle era colui, il quale, dopo essere uscito per la porta, sperava di poter rientrare superando le mura[485].

Ma Francesco da Carrara sapeva di già per dove entrerebbe nella sua capitale; sapeva che al di sotto del ponte della Brenta non trovavasi acqua nel fiume che fino al ginocchio, e che in questo luogo l'ingresso della città era chiuso da una semplice palafitta di legno. In su la mezza notte del seguente giorno scese avanti nel letto della Brenta con dodici uomini, tutti armati di scuri, e quaranta lanceri. Cominciò subito ad atterrare la palafitta, e quando il fracasso ch'egli si faceva cominciò a richiamare sul luogo la guardia, fece che in ogni lato i contadini uniti alla sua armata mettessero altissime grida, onde distrarre l'attenzione della guarnigione. Erasi questa divisa per custodire tutto il giro delle mura, onde non gli furono opposti che circa cinquant'uomini, a traverso ai quali non tardò ad aprirsi un passaggio, giugnendo fino al cimitero di san Giacomo, ove fu raggiunto da due cento de' suoi soldati[486]. Allora il grido di carro! carro! (che era lo stemma di sua famiglia), ripetuto ad alta voce dal popolo, lo stendardo carrarese dispiegato nelle contrade, ed il suono delle trombe che udivasi in diversi lati, riempirono di terrore la guarnigione milanese, e mossero i Padovani a dichiararsi pel loro antico signore. In breve tempo egli fu padrone di tutte le porte, ed i soldati di Giovan Galeazzo sì ritirarono nelle due fortezze con alcuni cittadini che si erano dati a conoscere nemici della casa di Carrara[487].

Nella vegnente notte una delle fortezze fu data in mano a Francesco da alcuni Padovani che avevano le loro case nel suo ricinto[488]. Le uscite dell'altra vennero chiuse in maniera che i soldati che l'occupavano più non potessero entrare in città, e la mattina fu data notizia al Carrara, che Castelbaldo, Montagnana, Este e Monselice eransi dichiarate a suo favore, e che subito dopo Pieve di Sacco, Bovolenta, Castel Carro, san Martino, Cittadella, Limena e Campo san Piero avevano inalberate le sue bandiere. Nel ricevere queste felici notizie sulla piazza di Padova Francesco da Carrara s'inginocchiò in mezzo al suo popolo, e ringraziò Dio ad alta voce di tanti favori, di cui riconoscevasi indegno[489].

I Veronesi informati della rivoluzione di Padova, e dell'arrivo a Venezia di Can Francesco della Scala, fanciullo di sei anni, figliuolo del loro ultimo signore, presero le armi il 25 giugno, proclamando il nome della Scala, ed occuparono le mura e le porte della loro città; ma non riuscirono ad impadronirsi del castello, nè ebbero l'antiveggenza di troncare ogni comunicazione tra la città ed il castello. Frattanto si manifestò tra i cittadini qualche disparere; i borghesi desideravano di approfittare di questa rivoluzione per ristabilire la repubblica; e per lo contrario il basso popolo voleva darsi senza condizioni al fanciullo, erede della casa della Scala[490]. Mentre disputavano, Ugolotto Biancardo, che Giovanni Galeazzo mandava con ogni diligenza con cinquecento lance per difendere Padova, entrò nel castello di Verona, di dove piombò all'improvviso sulla città, abbandonandola al saccheggio, dopo aver fatta un'orribile uccisione de' suoi abitanti[491]. Prese in seguito la strada di Padova sperando di avervi un eguale successo; ma Francesco da Carrara non si lasciò sorprendere, ed il generale milanese si chiuse nel castello che non aveva più comunicazione colla città.

Il 27 giugno giunsero a Padova sei cento cavalli del duca di Baviera, ed il primo luglio furono raggiunti dal duca Stefano che conduceva soltanto sei mila cavalli invece dei dodici mila che si era obbligato di dare[492]. Il 5 agosto due mila corazzieri mandati dai Fiorentini entrarono pure in Padova: la città ch'era stata sorpresa con un pugno di gente si trovò in allora difesa da una numerosa armata; onde il castello assediato da tante forze riunite s'arrese finalmente il 27 agosto, e Francesco da Carrara si trovò nuovamente ristabilito sul trono de' suoi padri, cui la sua attività, la sua perseveranza, il suo coraggio gli avevano appianata la strada[493].

CAPITOLO LIV.

Disfatta del conte d'Armagnacco alleato dei Fiorentini. — Bella ritirata di Giovanni Acuto; pace di Genova. — Uccisione dei Gambacorti in Pisa. — Protezione accordata dai Fiorentini a Francesco di Gonzaga, ed a Niccolò III d'Este. L'imperatore Wenceslao accorda a Giovan Galeazzo il titolo di duca di Milano.