1390 = 1395.
La lotta dei Fiorentini con Giovanni Galeazzo Visconti aveva cominciato con uno strepitoso avvenimento. Il fuoruscito cui avevano dato asilo nella loro città veniva di nuovo riconosciuto capo di un popolo fedele; erano tolti al nemico i tributi di una ricca provincia, ricuperati i castelli d'una importante frontiera, ed aperta la comunicazione colla Germania e con Venezia. I Veneziani avevano celatamente somministrate armi e danaro al Carrara, ed il timore di Giovanni Galeazzo li persuadeva a favorire il figlio di un uomo che avevano perseguitato con tanto accanimento. Tutti questi vantaggi eransi conseguiti prima che giugnesse il duca Stefano di Baviera in Italia; e doveva credersi che un'armata potente e valorosa, doviziosamente provveduta di danaro e di vittovaglie, e condotta da un principe animato da personale risentimento avrebbe approfittato con calore degli ottenuti vantaggi. Ma in breve si potè osservare quanto la forza del carattere, più assai che la potenza ed il valore ed i talenti, contribuisca al felice esito delle intraprese. Tra gli alleati di Francesco da Carrara niuno erasi posto in campagna con minori mezzi di lui, eppure egli solo superò di lunga mano tutti gli altri, perchè portava nelle sue intraprese una ferma risoluzione di vincere, un coraggio ed una perseveranza maggiori d'ogni ostacolo.
Il duca Stefano di Baviera aveva di già mancato ai suoi obblighi verso le repubbliche di Firenze e di Bologna, seco non conducendo che sei mila uomini, invece di dodici mila. Non pertanto la sua armata era tuttavia formidabile, e veniva consigliato caldamente ad entrare nel territorio milanese, per battere alla spicciolata i generali di Giovanni Galeazzo, prima che tutti fossero tornati dai confini della Toscana, e per incoraggiare alla ribellione i suoi segreti nemici. Ma il Visconti aveva saputo agghiacciare l'attività del bavaro con ricchi doni. Il duca si era accampato dietro al canale delle Brentelle, e ricusava di avanzarsi al di là di queste naturali fortificazioni, offrendosi in pari tempo mediatore tra gli alleati e suo cugino il signore di Milano, che più non risguardava come l'uccisore di Barnabò suo suocero; chiedeva nuovi sussidj e ritardava tutte le operazioni militari[494]. Il suo raffreddamento risvegliò finalmente tanti sospetti, che i medesimi alleati gli permisero di ritirarsi in Germania; egli partì, seco portando molto danaro guadagnato con dispendio della sua gloria[495].
La diversione della Marca Trivigiana aveva intanto liberati i Fiorentini di una parte delle truppe spedite contro di loro. Giovanni Galeazzo aveva richiamati i suoi corazzieri di Siena[496], ove Giovanni d'Azzo degli Ubaldini, loro capitano, era morto il 24 di giugno[497]. Giacomo del Verme erasi ritirato dal Bolognese, dove aveva prima condotta un'altra armata; e Giovanni Acuto, generale dei Fiorentini, aveva approfittato del loro allontanamento, per avanzarsi fino a Parma con mille ottocento lance[498]. Dal canto suo Francesco da Carrara guastò il Polesine di Rovigo ed obbligò in tal modo il marchese d'Este a rinunciare all'alleanza di Giovan Galeazzo. Il trattato di pace di questo signore cogli alleati venne segnato il 30 ottobre: prometteva il marchese di accordare libero passaggio alle loro truppe a traverso a' suoi stati per attaccare il conte di Virtù, ed a tale condizione riebbe tutto quanto gli aveva tolto il Carrara[499].
Press'a poco nel medesimo tempo in cui il conte di Virtù richiamava le sue truppe da Siena, la peste erasi manifestata in questa città, e vi faceva grandissima strage. Gli antichi capi del partito guelfo, i Tolomei ed i Malavolli, vedevano con dolore, che la patria loro, oppressa da questo flagello, prendesse parte ad una guerra, nella quale stavano per lei tutti i pericoli della perdita e perfino la vittoria poteva essere funesta. I Fiorentini, colla mediazione di questi gentiluomini, facevano vantaggiose proposizioni di pace, ma l'alleanza del conte di Virtù aveva dato in quella repubblica una grandissima influenza al partito ghibellino ed a' suoi capi, i Salimbeni; e questi erano così fattamente acciecati dall'odio che portavano ai Guelfi, che per nuocere loro erano perfino apparecchiati a sagrificare la libertà e l'indipendenza della patria[500].
In sul declinare dell'anno Andrea Cavalcabò, intimo consigliere di Giovanni Galeazzo, fu chiamato a Siena in qualità di senatore[501]. Questo nuovo magistrato domandò alla signoria, a nome del conte di Virtù, che Siena lo riconoscesse suo sovrano pel comune vantaggio della fazione ghibellina, ed affinchè Giovanni Galeazzo, capo della medesima, potesse dirigere i suoi attacchi contro i comuni nemici, con maggiore attività ed unione. I Salimbeni presentarono in allora al consiglio generale un progetto di decreto portante che il popolo di Siena supplicava Giovanni Galeazzo ad accettare la città ed il suo territorio per governarlo a suo beneplacito, e con un potere non meno assoluto di quello che aveva sopra Milano, Pavia e qualunque altra delle città sottomesse al suo dominio. La lettura di questa vergognosa proposizione eccitò le più vive opposizioni per parte di tutti gli amici della libertà; ma i Ghibellini erano sostenuti dalle truppe che Giovanni Galeazzo aveva lasciate in Siena sotto il comando di Giovanni Tedesco dei Tarlati. Essi attaccarono i Malavolti e gli amici della libertà; ne uccisero venti prima che avessero potuto porsi in sulle difese; ne fecero molti altri prigionieri, tra i quali Niccolò Malavolti, al quale tagliarono il capo insieme a non pochi, che si erano a lui uniti[502]. Posero il fuoco alle case di molti repubblicani che perirono tra le fiamme[503]; disarmarono tutti i cittadini e fecero una nota dei quattrocento più riputati, cui ordinarono di uscire di città, avanti che la campana cessasse di suonare. Questi cittadini, inseguiti dai loro nemici e dalle truppe mercenarie di Francesco Tarlati, uscirono dalla città piangendo, seguiti dalle loro spose e figli che ferivano il cielo colle loro grida: ma lungi che i loro oppressori si muovessero a compassione, fecero dietro di loro chiudere le porte, e li condannarono a perpetuo esilio[504].
Ma quando i Salimbeni ebbero ottenuta questa vittoria sui loro rivali, e che per soggiogare Siena l'ebbero spogliata de' più riputati cittadini, un avanzo di vergogna o di tardo rimorso li fermò, avanti che dessero compimento ai loro criminosi progetti. Il decreto per assoggettare Siena a Giovanni Galeazzo passò bensì nel consiglio generale il 15 marzo 1391; ma seppero far nascere ostacoli per ritardarne l'esecuzione, moltiplicandoli accortamente fino alla conclusione della pace; e non fu che nella susseguente guerra, otto anni dopo, che finalmente Siena fu data in piena sovranità a Giovanni Galeazzo[505]. Da lungo tempo egli era padrone delle fortezze del territorio, teneva truppe in città, disponeva de' soldati e delle entrate dello stato; onde gli emigrati guelfi di Siena più non riconoscendo la loro patria caduta in servitù, cercarono un rifugio in Firenze, ed aprirono ai Fiorentini i castelli di cui erano tuttavia padroni[506].
I due terzi delle spese della guerra contro Giovanni Galeazzo dovevano essere a carico dei Fiorentini, ed un terzo soltanto a carico dei Bolognesi; pure gli ultimi meno ricchi e meno perseveranti erano di già scoraggiati dall'enormità delle spese che avevano fitte nella prima campagna[507], e la signoria di Firenze dovette fare molte rimostranze per ridurli a raddoppiare i loro sforzi onde ottenere una onorevole pace. Firenze aveva fatti i più grandi apparecchi, e senza lasciarsi scoraggiare dal poco successo della spedizione del duca di Baviera, determinò di far attaccare il Visconti ne' confini più lontani della Toscana.
Il conte Giovanni III d'Armagnacco godeva allora in Francia grandissima riputazione: sua sorella Beatrice aveva sposato Carlo Visconti figlio di Barnabò, e quest'ultimo, che cercava ogni mezzo di vendicare la morte del padre e di ricuperarne l'eredità, aveva persuaso Armagnacco a levare un'armata per attaccare Giovanni Galeazzo. Due ambasciatori fiorentini, Rinaldo Gianfigliazzi e Giovanni de' Ricci, portarono in dono cinquanta mila fiorini al conte Giovanni, promettendo inoltre di pagare il soldo di un esercito di quindici mila cavalli, ch'egli prometteva di condurre in Lombardia. Invano Giovanni Galeazzo per allontanare questo turbine mandò ragguardevoli doni al conte d'Armagnacco, che tutti vennero ricusati; e questo signore proseguì gli apparecchi del suo armamento, che furono terminati soltanto nel mese di luglio[508].