Giovanni Acuto aveva intanto attraverso al territorio ferrarese condotta l'armata fiorentina a Padova, ove a mille quattrocento lance ch'egli comandava, ne aveva aggiunte seicento di Bologna e duecento di Padova, in tutto sei mila seicento corazzieri, con mille duecento arcieri ed un grosso corpo di fanteria; e con questo esercito marciò il 15 maggio alla volta di Milano[509]; ed attraversando il territorio di Vicenza e di Verona, entrò in quello di Brescia. Aveva dietro di sè lasciati il Mincio e l'Oglio, e la sola Adda lo separava da Milano, da cui non era lontano più di quindici miglia. Tre ambasciatori fiorentini che seguivano l'armata fecero il 24 giugno celebrare in riva all'Adda ed in presenza de' nemici giuochi e corse per la festa di san Giovanni decollato protettore di Firenze[510].
Mentre ciò accadeva, da un altro lato il conte d'Armagnacco scese in Lombardia ne' primi giorni di luglio, dopo aver chiuse le orecchie alle istanze dei duchi di Berry, di Borgogna e di Clemente VII, che favorivano Giovan Galeazzo. Gli ambasciatori fiorentini, che seguivano Armagnacco, avevano ordine di condurlo sulla destra del Po fino sotto a Pavia, di fargli attraversare il fiume solamente dopo il confluente del Ticino, e di raggiugnere così, evitando ogni battaglia, l'armata d'Acuto che lo stava aspettando nel territorio di Brescia.
Giovanni Galeazzo aveva opposto al conte d'Armagnacco Giacomo del Verme con due mila lance, e quattro mila pedoni. Questa truppa per altro tenevasi chiusa in Alessandria e senza la presunzione del conte d'Armagnacco il piano della campagna fatto dai dieci della guerra di Firenze avrebbe probabilmente avuto buon fine[511]. Ma questo signore che nell'età di ventott'anni aveva di già conseguite grandi vittorie, sprezzava sovranamente le truppe italiane, che gli erano opposte. Quando vide che Giacomo del Verme chiudevasi in Alessandria, invitò alcuni de' suoi a venire con lui a rompere le loro lance contro le porte di questa città, e perchè il loro numero non iscusasse la villa delle truppe del Visconti, non prese seco che il fiore de' suoi cavalli, e si avanzò il 25 luglio fino ai piedi delle mura. Cammin facendo ributtò due corpi di cavalleria, che vennero ad attaccarlo l'un dopo l'altro; ma quando il del Verme ebbe sicura notizia che dietro la truppa che vedeva non eranvi altri corpi nascosti, e che il grosso dell'armata trovavasi più di quattro miglia lontano, fece per un'altra porta sortire trecento lance, cui ordinò di circondare il nemico, prendendolo alle spalle, mentre con tutto il rimanente della sua cavalleria veniva egli ad attaccarlo di fronte.
Era quasi mezzo giorno, e perchè il caldo era grandissimo, i Francesi, che avevano di già sostenute due scaramuccie trovavansi affaticati, ed i loro cavalli più abbattuti de' cavalieri. Il conte d'Armagnacco quando vide uscire di città Giacomo del Verme fece metter piede a terra ai suoi cavalieri, formandone una falange serrata, che fece avanzare colle lance basse contro la cavalleria italiana. Del Verme evitò il primo urto e volteggiando intorno alla medesima se la trasse dietro, allontanandola dal luogo in cui i Francesi avevano lasciati i loro cavalli. Il peso di un'armatura che non era fatta per combattere a piedi, l'ardore del sole, la polvere oppressero i cavalieri d'Armagnacco, che inseguivano il loro nemico senza poterlo raggiugnere nè combatterlo. Tutt'ad un tratto si videro circondati dalle trecento lance ch'erano uscite d'Alessandria per un'altra porta, e tolti tutti i loro cavalli da cui si erano incautamente allontanati. La cavalleria li caricò poi alle spalle mentre Giacomo del Verme gli attaccava di fronte. Questi cavalieri francesi di sperimentato valore sostennero due ore un'ostinata pugna contro nemici che li circondavano da ogni lato: ma la maggior parte de' guerrieri omai vinti dalla propria imprudenza, dalla sete, dalla fatica e dall'ardore del sole, furono parte tagliati a pezzi, parte fatti prigionieri. Il conte d'Armagnacco fu condotto ferito in Alessandria, ove morì poco dopo, non senza sospetto di veleno fattogli dare da Giovan Galeazzo.
Il campo francese ch'era rimasto a qualche distanza, venne immediatamente attaccato da Giacomo del Verme. I soldati privi del loro generale e de' migliori ufficiali si abbandonarono ad un panico terrore; i contadini eransi tutti armati contro di loro, e, postisi in guardia delle strade, uccidevano senza pietà i fuggitivi che si abbattevano in loro. Tutto il resto dell'armata abbassò le armi. I soldati spogliati di armi, di cavallo e di quanto avevano, vennero rilasciati, e ritornarono in Francia elemosinando; gli ufficiali furono tenuti prigionieri, come pure i due ambasciatori fiorentini, i quali non furono da Giovanni Galeazzo rilasciati che molto tempo dopo contro grossa taglia[512].
Giovanni Acuto, ch'erasi avanzato fino nella Ghiara d'Adda, trovavasi dopo la rotta d'Armagnacco in grandissimo pericolo: due grandi fiumi dietro di lui tagliavangli la ritirata, e Giacomo del Verme avanzavasi per attaccarlo colle sue truppe vittoriose. Acuto, appena avuto avviso della disfatta de' Francesi, portò il suo campo alquanto a dietro fino al borgo di Paterno nel Cremonese, ma colà venne raggiunto dai nemici, che stabilirono il loro quartiere generale soltanto un miglio e mezzo lontano dal suo, sull'opposta riva d'un piccolo fiume.
L'armata fiorentina doveva nella sua ritirata attraversare varj grandi fiumi in presenza del nemico, ed Acuto conobbe che non potrebbe effettuarne con sicurezza il passaggio senza aver prima ottenuta qualche vittoria sull'armata che lo inseguiva. Si chiuse nel suo campo con tutte le apparenze del timore, e lasciò avvicinare ai suoi trinceramenti i corazzieri di Giacomo del Verme che venivano ad insultarlo; quattro giorni si tenne così chiuso, ed accrebbe l'audacia de' nemici. Il quinto, mentre le truppe del Visconti si erano avanzate in maggior numero, mostrandosi disposte a voler sforzare le linee, piombò subitamente sopra di loro con tanto impeto, che presto le sgominò, e prese loro più di mille duecento cavalli[513].
Quando Acuto ebbe ottenuto questo vantaggio si rimise in marcia e passò l'Oglio senza impedimento, non osando i suoi nemici, che più cautamente lo seguivano, attaccare le sue ordinanze. Guadagnò pure sopra di loro una marcia, e passò ancora il Mincio senza che un solo soldato di Giovan Galeazzo si mostrasse su quelle sponde. Ma doveva passare l'Adige, e la difficoltà era maggiore, sia a cagione della rapidità di questo fiume, sia perchè i nemici eransi di già appostati lungo le dighe che lo contengono. I piani della Lombardia sono quasi tutti inferiori al livello de' fiumi che gli attraversano, e le acque sono tenute nel loro letto artificiale da dighe che le sostengono alte abbastanza perchè possano versarsi nel mare. Ma quando queste dighe sono rotte, i fiumi inondano la campagna e vi formano laghi e paludi che non possono asciugarsi che con lungo lavoro. Il piano in cui erasi posto Acuto tra il Po a mezzogiorno, l'Adige a settentrione ed il Polesine di Rovigo a levante, venne tutt'ad un tratto inondato da Giacomo del Verme che aveva fatte rompere le dighe dell'Adige. Questo fiume, abbandonato il suo letto, precipitavasi nella valle veronese (così chiamansi i bassi piani cui circondano le più elevate dighe de' fiumi), ed andava formando intorno al campo fiorentino un lago, che sempre più alzavasi, e più omai non vedevansi che acque a perdita di vista, che minacciavano di coprire lo stesso terreno occupato dall'armata. Si cominciava ad avere mancanza di vittovaglie, e Giacomo del Verme, avendo finalmente riunite tutte le sue truppe, chiudeva la sola uscita che sembrava rimanere ai Fiorentini. Era così persuaso che Acuto non aveva altra speranza di salute che quella di deporre le armi, che fece interpellare Giovanni Galeazzo, in qual modo voleva che gli fossero dati i nemici[514]. Per mezzo d'un trombetta mandò ad Acuto una volpe in una gabbia. L'Inglese ricevendo questo simbolico regalo incaricò il messo di dire al generale milanese, che la sua volpe non pareva melanconica, senza dubbio perchè sapeva per quale porta uscire dalla sua gabbia[515].
Verun altro generale che Acuto conosciuto non avrebbe, nè osato tentare quest'uscita; ma il vecchio soldato che univa somma prudenza a grande coraggio, aveva inspirata tanta confidenza alle sue truppe, che queste mai non bilanciavano a seguirlo, qualunque fosse il cammino pel quale le conduceva. Acuto lasciò le tende alzate e piantati gli stendardi nel luogo elevato in cui aveva tracciato il suo campo e prima che spuntasse il giorno entrò arditamente nella campagna inondata, avanzandosi alla testa della sua armata dalla banda delle dighe dell'Adige, sette in otto miglia al di sotto di Legnago. Camminò così tutto il giorno e parte della seguente notte avendo l'acqua fino al ginocchio de' cavalli. Veniva alquanto ritardata la marcia dalla melma entro la quale spesso affondavano i soldati, e dai canali, di cui per le sovrapposte acque più non distinguevansi le rive. Attraversò in tal modo tutta la valle veronese e giunse in faccia a Castel Baldo sulla riva dell'Adige, il di cui letto non aveva più acqua. In questo castello che apparteneva al signore di Padova ristorò le truppe dai sostenuti disagi. I più deboli cavalli erano periti in così difficile e pericolosa marcia; ma l'armata della lega era salvata, e Giacomo del Verme non s'arrischiò di attraversare le acque per inseguirla[516].
I Fiorentini non avevano osato sperare che il loro generale uscirebbe dal laccio cui erasi lasciato prendere, e credevano di aver perdute una dopo l'altra le più belle armate che la repubblica avesse mai allestite. Non perciò si scoraggiarono; richiamarono una terza armata, che sotto gli ordini di Luigi di Capoa, figliuolo del conte d'Altavilla, guastava allora il territorio di Siena, e che quasi tutti aveva distrutti i raccolti di questa provincia. Luigi di Capoa tornò a Firenze con quattro mila cavalli[517], e ben tosto dopo vi giunse lo stesso Acuto, dopo avere lasciati a Padova mille duecento cavalli per proteggere Francesco da Carrara.