Giacomo del Verme vedendo che l'Acuto gli era fuggito di mano cercò almeno di giugnere in Toscana prima di lui. Attraversò il Po ed il territorio di Piacenza, valicò gli Appennini, scese nella val di Magra ed entrò per Sarzana nello stato fiorentino. Scorse il Lucchese, il Pisano, il Volterrano e s'avanzò fino a Siena; ma l'Acuto, cui Giovanni di Barbiano, generale dei Bolognesi, erasi unito, tenne dietro strettamente al del Verme, per impedire che guastasse le campagne. Ne' mesi di settembre e di ottobre le due armate si osservarono e si minacciarono senza però venire mai ad una battaglia. Giacomo del Verme, dando a dietro, attraversò la val d'Elsa, passò l'Arno, e scorse parte del Pistojese; ma l'Acuto lo seguiva da vicino, onde i di lui soldati non potevano disperdersi per ruinare il paese. Il generale milanese, giunto a Montecarlo nella Val di Nievole, ebbe ancor esso paura d'essere circondato dalle superiori forze de' Toscani; abbandonò a mezza notte il campo, e fuggì a traverso gli Appennini dopo avere perduta parte dell'infanteria[518].
Le potenze belligeranti cominciarono a sentire il peso della guerra, senza che l'una o l'altra avesse conseguiti gli sperati vantaggi; diverse potenze amiche eransi offerte mediatrici, ed Antoniotto Adorno, che questo stesso anno aveva ricuperato colle armi il trono ducale, persuase il signore di Milano ed i Fiorentini a mandare a Genova i loro ambasciatori. Vi giunsero pure con ampie facoltà quelli di Bologna e di Francesco da Carrara; e Riccardo Caraccioli, gran maestro di Rodi, fu incaricato dal papa di presedere al loro congresso.
Gli ambasciatori avevano convenuto intorno alle basi del trattato di pace: ma poi scelsero arbitri il doge di Genova ed il gran maestro di Rodi, perchè decidessero intorno ai particolari non ancora decisi. Adorno era Ghibellino e perciò parziale pel Visconti, ma il popolo di Genova favoriva i Fiorentini[519]. Gli arbitri, dopo lunghe disamine, dettarono finalmente le condizioni della pace il 28 gennajo 1392 sotto le forme d'una sentenza arbitramentale. A Francesco Novello di Carrara conservarono Padova ed il suo territorio, tranne Bassano e due altri castelli; ma gl'imposero un tributo di mille fiorini, ch'egli ed i suoi successori pagherebbero per cinquant'anni al signore di Milano. I Bolognesi ed il marchese d'Este vennero compresi nella pace del signore di Padova quale alleati de' Fiorentini; il signore di Mantova, i Sienesi ed i Perugini come alleati di Giovan Galeazzo. Finalmente gli arbitri proibirono ai Fiorentini d'immischiarsi negli affari di Lombardia, ed a Giovan Galeazzo di prendere parte in quelli di Toscana, tranne la vicendevole protezione degli alleati loro, riconosciuti dalle due parti[520].
Ma perchè Antoniotto Adorno, uno degli arbitri, aveva in più maniere data a conoscere la sua parzialità, la signoria di Firenze, prima che si pronunciasse la sentenza, determinò di non accettarla. A tale notizia molti ambasciatori si ritirarono dal congresso, e gli arbitri non pronunciarono intorno ad alcuni articoli ancora in disputa, fra i quali la liberazione del vecchio Francesco da Carrara che Giovanni Galeazzo teneva sempre in prigione, il possesso del castello di Lucignano, ed altri meno importanti oggetti. Non pertanto quando la sentenza degli arbitri fu nota a Firenze, la signoria l'accettò qual era per mettere fine alle calamità della guerra, e la fece pubblicare il 18 febbrajo del 1392. Nel congresso di Genova uno degli arbitri aveva domandato che le parti guarentissero l'osservanza della pace; cui Guido Neri, uno degli ambasciatori fiorentini, rispose: «la nostra guarenzia sarà la spada, poichè Giovanni Galeazzo ha sperimentato le nostre forze, e noi abbiamo provate le sue[521].»
Ma la guarenzia che i repubblicani fiorentini trovavano nel loro coraggio non poteva bastare a Francesco da Carrara. Questo principe, lontano da' suoi alleati e troppo debole per difendersi solo, aveva più a temere di Giovan Galeazzo in pace che in guerra. La sola amicizia dei Veneziani poteva essere la sua salvaguardia, onde tutto adoperò per conciliarsela. Dopo varie pratiche andò in ultimo egli stesso a Venezia il 5 marzo 1393, ed ottenuta dal doge Antonio Venieri pubblica udienza, domandò che la repubblica scordasse i torti di suo padre; promise d'ora in poi di essere verso la signoria come un figliuolo ubbidiente e rispettoso, e chiese per sè e per tutta la sua famiglia la protezione della repubblica. Dopo questa solenne riconciliazione, colmato di onori dai Veneziani, tornò nella sua capitale[522], ansioso di condurre a fine la liberazione di suo padre per la quale offriva una grossa taglia. Ma prima che fosse accettata, il vecchio Carrara morì in prigione il 6 ottobre del 1393. Il conte di Virtù mandò il corpo di questo sventurato principe a Padova, ov'ebbe dal figliuolo magnifici funerali[523].
Il trattato di Genova, rendendo la pace alla repubblica fiorentina ed alla Toscana, non assicurava per altro la loro tranquillità. Giovanni Galeazzo cercava colle sue pratiche di ridurre a compimento una conquista che non aveva potuto fare a forz'aperta. Egli aveva, siccome ancora i Fiorentini, licenziata la maggior parte delle truppe; ma i soldati congedati dalle due potenze unironsi in compagnie di ventura, sulle quali il Visconti non lasciava di conservare una segreta influenza. Egli le spinse a più riprese in Toscana, ma i Fiorentini col loro fermo contegno le allontanarono ogni volta dai proprj confini[524].
Verso lo stesso tempo Francesco di Gonzaga, signore di Mantova, passò per Bologna e Firenze, rendendosi a Roma sotto pretesto d'un pellegrinaggio; ma infatti per formare una potente lega che si opponesse agli ambiziosi progetti d'ingrandimento di Giovanni Galeazzo. Fino a tale epoca aveva avute con questo principe strettissime relazioni d'amicizia; ma un odio implacabile, un ardente desiderio di vendetta prese il luogo dell'antica amicizia. Il Gonzaga aveva avuta per moglie una figlia di Barnabò Visconti, cugina ad un tempo e cognata di Giovanni Galeazzo. Ma quest'ultimo temeva che in cambio di rispettare questo doppio legame, ella non pensasse che a vendicare suo padre Barnabò, ch'egli avea fatto morire di veleno, e suo fratello Carlo Visconti da lui spogliato della paterna eredità. Risolse adunque di rapirle l'affetto del marito, credendo per tal via di meglio assicurarsi l'attaccamento del Gonzaga. L'ambasciatore del Visconti avvisò il signore di Mantova, che sua moglie lo tradiva, ed assicurò questo principe che potrebbe averne le prove in una criminosa corrispondenza ch'era in sua mano il sorprendere nel di lei appartamento. Egli stesso aveva effettivamente nascoste nel luogo che gl'indicava le supposte lettere: queste si trovarono, ed il segretario della principessa, posto alla tortura, confessò tutto quanto si voleva, onde il Gonzaga in un eccesso di furore fece tagliare la testa alla moglie, dalla quale aveva già avuti quattro figli, ed appiccare il segretario[525]. Ma questo infernale intrigo venne finalmente scoperto, ed il Gonzaga, tormentato dai rimorsi, più non respirò che vendetta contro colui che aveva spinta sua moglie sul patibolo. Giovanni Galeazzo, più non potendolo avere tra i suoi alleati, si affrettò di essere il primo ad accusarlo; e si dolse con tutte le corti del supplicio della principessa di Mantova sua cugina e cognata[526].
Intanto il Gonzaga, di ritorno da Roma, adunò a Mantova un congresso per formare un'unione tra i Guelfi, e l'otto di settembre del 1392 venne sottoscritto un trattato di alleanza tra le repubbliche di Firenze e di Bologna, ed i signori di Padova, Ferrara, Mantova, Ravenna, Faenza ed Imola. Si obbligavano i confederati a concorrere con tutte le loro forze al mantenimento dell'equilibrio e della pace d'Italia, ed a difendersi vicendevolmente quando alcuno di loro venisse attaccato[527].
Ma nello stesso tempo Giovan Galeazzo strascinava nel suo partito la repubblica di Pisa, alleanza quanto per lui vantaggiosa altrettanto nociva ai Fiorentini. Questa repubblica dopo il 1366, in cui Pietro Gambacorti col soccorso de' Fiorentini era tornato in patria, era stata sempre da lui governata. Ogni anno egli era stato confermato nella carica di capitano generale, e, sebbene si foss'egli condotto con molta moderazione e modestia, tutte le più importanti magistrature erano state accordate alla di lui famiglia; ed i suoi nipoti facevano spesso sentire al popolo col loro fasto e colla loro insolenza, ch'egli era vicino a perdere la libertà. Il disinteressamento di Pietro Gambacorti, la sua affabilità ed i suoi costumi repubblicani ritardavano ancora i progressi del malcontento. Era egli affezionato ai Fiorentini per riconoscenza e per inclinazione ereditaria; era inoltre alleato di Giovanni Galeazzo, e mentre aveva cercato d'essere il mediatore tra le due potenze, aveva conservata alla sua patria una costante pace. I Pisani, malgrado l'antico loro odio verso i Fiorentini, sentivano il prezzo della presente prosperità, e Pietro avrebbe indubitatamente conservata fino alla morte la sua autorità sui proprj concittadini, se non avesse avuto la sventura d'accordare la sua confidenza ad un traditore.