Il Gambacorti aveva nominato cancelliere perpetuo della repubblica Jacopo d'Appiano, ch'era inoltre diventato il suo più intimo consigliere. Il padre dell'Appiano era nato di poveri parenti nel territorio fiorentino; si era attaccato ai Gambacorti, e quando Carlo IV aveva incrudelito così barbaramente contro questa famiglia, aveva perduta ancor'esso la testa sul patibolo coi suoi protettori. Pietro Gambacorti aveva per riconoscenza chiamato presso di sè Jacopo d'Appiano che era press'a poco della sua età, e nel quale unicamente fidava[528].
Appiano, uomo di grande ingegno e di somma accortezza, aveva a sè richiamati i principali affari, si era formate molte creature, ed un'opinione oramai indipendente da quella del suo protettore[529]. Erasi dichiarato zelante partigiano di Giovanni Galeazzo, aveva mandato suo figlio al servigio del signore di Milano; e questi essendo stato fatto prigioniere dai Fiorentini quando Giacomo del Verme fuggì da Montecarlo, il Visconti, per ottenere la sua libertà, l'aveva cambiato con un ambasciatore fiorentino preso col conte d'Armagnacco. Questo singolare favore di Giovanni Galeazzo aveva fatto sospettare che l'attaccamento dell'Appiano aveva per base un piano più esteso. I Fiorentini che vedevano quest'uomo adunare satelliti, ed approfittare dell'odio de' Pisani contro Firenze per fortificare il suo partito, prevennero più volte il Gambacorti di tenere gli occhi aperti sopra di lui[530]. Ma Pietro, incapace di un tradimento egli medesimo, non poteva sospettare reo un altro, e soprattutto non poteva credere che un vecchio di settant'anni, allevato in casa sua fino dalla prima fanciullezza, che gli andava debitore di tutta la sua grandezza, che aveva tenuto uno de' suoi figli al sacro fonte[531], volesse in sul finire della vita tradire il suo vecchio benefattore.
Jacopo d'Appiano era aperto nemico di Giovanni de' Lanfranchi, ed assicurava di avere adunati alcuni soldati soltanto per difendersi contro questo gentiluomo[532]. Pietro Gambacorti volle riconciliare questi due cittadini; chiamò a sè il Lanfranchi, e mentre questi usciva dalla di lui casa il 21 ottobre fu attaccato dai satelliti di Jacopo d'Appiano, ed ucciso nella strada con suo figlio che aveva voluto difenderlo[533]. Gli assassini si rifugiarono in casa dell'Appiano; Pietro li fece domandare, ed Appiano li ricusò. Frattanto la città era in tumulto, i cittadini prendevano le armi, ed i Bergolini, antichi partigiani dei Gambacorti, accorrevano ad offrire il loro ajuto a Pietro. Rispose questi che l'affare doveva terminarsi colle vie ordinarie della giustizia, senza cagionare movimenti in città, e si limitò a far armare la guardia, di cui ne mandò parte ad occupare il ponte vecchio sotto il comando di suo figliuolo. Jacopo d'Appiano non aveva la stessa moderazione; aveva chiamati da Lucca de' fantaccini o masnadieri, ed inoltre riuniva intorno a sè tutti i più caldi Raspanti e Ghibellini. Quando si trovò abbastanza forte mandò suo figlio ad attaccare ponte vecchio. Lorenzo, ferito nel difenderlo, si ritirò allora colla sua truppa avanti alla casa de' Gambacorti. Jacopo d'Appiano giunse bentosto sulla stessa piazza per attaccarlo, e la zuffa sarebbe stata assai lunga e dubbioso l'esito, se Pietro, vedendo dalla finestra il suo vecchio amico che s'avanzava, non avesse vietato di tirare contro di lui. Richiestovi da Jacopo egli discese per trattare, ed acconsentì ad allontanarsi dalla calca solo con lui. Appiano, chiamandolo suo compare gli stese la mano: era questo il segno convenuto cogli assassini, che subito lo circondarono, e l'uccisero mentre stava per montare a cavallo. I suoi amici si dispersero in sul momento, la sua casa fu saccheggiata, e Jacopo d'Appiano s'avviò verso la piazza degli anziani, ov'era rimasto un altro figlio del Gambacorti alla testa del rimanente della guardia: dopo breve resistenza pose in fuga quei soldati, e fece il figlio dell'estinto amico prigioniere; i figliuoli di Pietro, tutti e due feriti, perirono avvelenati in prigione avanti il settimo giorno[534].
Intanto andavano giugnendo in città moltissimi fanti assoldati da Jacopo di Appiano, come pure contadini e banditi, ai quali si abbandonarono le case de' principali Bergolini e de' più ricchi mercanti fiorentini. Appiano, approfittando del terrore che ispirava così al popolo, si fece nominare capitano e difensore di Pisa il 25 ottobre. Due giorni dopo si fece armare cavaliere, ed allora cominciò a governare la sua patria non più come principale cittadino, ma come padrone. Giovanni Galeazzo che colle istigazioni e promesse era stato il primo autore della trama di Jacopo d'Appiano, ne raccolse pure i principali frutti. Egli si affrettò di spedire truppe a Pisa sotto colore di soccorrere una sua creatura, ed il nuovo tiranno più non ardì di operare che a seconda delle volontà del signore di Milano[535].
In sul cominciare del seguente anno i Fiorentini cercarono di calmare altre non meno pericolose rivoluzioni scoppiate a Perugia. In questa repubblica, che andava debitrice di tutta la sua grandezza alla fazione guelfa, la guerra fatta contro il papa nel 1377 aveva tornato in qualche favore i Ghibellini e l'antica nobiltà. La famiglia Baglioni, la più illustre di questo partito, ne aveva approfittato per impadronirsi del governo. Gli antichi Guelfi dopo varj tentativi per ricuperare la perduta influenza erano stati esiliati. Pandolfo Baglioni erasi nel 1390 posta colla città di Perugia sotto la protezione di Giovanni Galeazzo; e gli emigrati di questa città si erano attaccati ai Fiorentini. Le due fazioni avevano continuato a battersi anche dopo la pace di Genova, ed il territorio di Perugia era guasto dalla guerra civile. I Fiorentini, che temevano di vedere riaccendersi in quella provincia un nuovo incendio, persuasero i Perugini a sottomettersi all'autorità del papa, e determinarono Bonifacio IX a stabilire la sua residenza in Perugia; colla di lui mediazione venne firmato tra le due fazioni un trattato di pace il 7 maggio del 1393[536]. Ma accaniti nemici, che credevansi obbligati a vendicare le proprie offese e quelle che avevano ricevute i loro antenati, non potevano vivere lungamente in pace entro le stesse mura. Nel mese di luglio uno degli emigrati rientrato in patria fu assassinato nelle strade, e Pandolfo Baglioni, il capo della nobiltà, prese a difendere gli assassini contro al podestà che voleva punirli. Allora gli altri emigrati si accordarono a vendicarlo. Il 30 luglio assalirono Pandolfo, mentre tornava dal palazzo di giustizia con circa venti compagni, lo uccisero con quasi tutti i suoi, e perseguitando poi tutti quelli della stessa famiglia e della stessa fazione, uccisero altri cinque Baglioni, più di ottanta gentiluomini, o cittadini ghibellini, e più di cento plebei, che sotto il nome di Beccarini si erano addetti alla nobiltà. Dopo questa carnificina furono esiliati più di trecento Ghibellini. Il papa, testimonio di questi orrori che non poteva impedire, fuggì la stessa notte in Assisi[537]. In tal modo Perugia tornò al partito guelfo ed all'alleanza de' Fiorentini, ma esausta affatto, minacciata da nuove congiure, ed incapace di dare soccorso ai suoi alleati.
Firenze medesima non andò esente da interne sedizioni. In sul cominciare di ottobre venne denunciata ai priori una congiura popolare contro la regnante aristocrazia. I plebei, vedendo che si voleva incrudelire contro di loro, recaronsi in folla avanti alla casa di Vieri e di Michele dei Medici, capo di questa famiglia dopo la morte di Salvestro, pregandoli a prendere il gonfalone del popolo ed a proteggerli contro i loro oppressori. I Medici fecero al contrario uso di tutto il loro credito per calmare il basso popolo, e gli Albizzi, allora dominanti, si valsero di questo movimento per escludere dal governo tutte le famiglie degli Alberti ch'essi odiavano, e per esiliar i due principali loro capi[538]. E per tal modo l'aristocrazia degli Albizzi si rassodò viemeglio, ma è pur d'uopo confessare che verun'altra fazione non aveva mai dato prove di più vasti talenti, nè di un più grande carattere. Nè alla repubblica, in mezzo ai pericoli cui l'esponeva l'ambizione di Giovanni Galeazzo, abbisognavano meno esperti capi.
Il Visconti non attaccava ancora i Fiorentini, ma non lasciava fuggire occasione alcuna di nuocer loro, ed in particolare cercava di opprimere il nuovo loro alleato, il signore di Mantova. Egli intraprese, svolgendo dal suo naturale alveo il Mincio, di distruggere la capitale del Gonzaga, senza violare apertamente la pace, e senza dare alle repubbliche alleate occasione di dichiararsi contro di lui.
Il Mincio, sortendo dal lago di Garda, attraversa una parte del Veronese che in allora apparteneva a Giovanni Galeazzo, in appresso entra nel piano, riempie due bacini chiamati laghi, superiore ed inferiore, e tra questi è posta la città di Mantova. Questi laghi, ognuno de' quali ha circa un miglio di larghezza, tengono luogo delle fosse delle ordinarie fortificazioni; essi sono troppo profondi per essere attraversati a guazzo, e le loro rive sono troppo fangose e troppo ingombre di canne perchè le barche possano liberamente avanzarsi. Un ingegnere aveva proposto a Giovanni Galeazzo di sviare il corso del Mincio, e di condurlo nelle pianure di Verona, privando in tal guisa Mantova di tutti i suoi vantaggi, e delle fortificazioni datele dalla natura. Giovanni Galeazzo fece lavorare sci mesi al di sopra di Valleso per innalzare una diga di straordinaria solidità onde tagliare il corso del fiume, e nello stesso tempo fece aprire una montagna a mano manca per aprirgli uno sfogo nel Veronese. A Francesco di Gonzaga sembrava di già vedere i due laghi di Mantova cambiati in pantani pestilenziali, e le fortificazioni della sua capitale distrutte colla salubrità dell'aria e colla speranza della popolazione. Ne fece lagnanza ai Bolognesi ed ai Fiorentini, e li supplicò di volerlo ajutare[539].