Queste due repubbliche non volevano abbandonare il loro alleato, ma d'altra parte non credevano di avere sufficiente motivo per rinnovare la guerra; perciocchè ogni parte contraente erasi riservata, pel trattato di Genova, il diritto di fare nel suo territorio le opere e le fortificazioni che credesse convenienti. Non pertanto i Fiorentini mandarono commissarj a Mantova per riconoscere la natura dei luoghi; quando furono tornati, i priori fecero chiamare gli ambasciatori del Gonzaga, e loro dissero: «Fate sapere al vostro padrone, che senza l'ajuto de' suoi alleati, e senza sguainare la spada, egli sarà liberato dalla calamità che crede sovrastargli; un despota che vede gli uomini piegare a tutte le sue volontà, s'immagina frequentemente di potere altresì comandare alla natura; ma questa si ride de' vani suoi sforzi, e mostra bentosto la sua indipendenza.» Gli ambasciatori mantovani tornavano malcontenti alla loro patria con così vaghi conforti; ma intesero, strada facendo, che il Mincio, ingrossato dalle piogge, aveva rotte le dighe di Giovanni Galeazzo, e distrutto in una notte l'opera fatta in più mesi da alcune migliaja d'operai[540].

Altre cagioni di guerra sì andavano nello stesso tempo apparecchiando nello stato di Ferrara. Il 31 luglio del 1393 era morto il marchese Alberto d'Este, dopo avere dichiarato suo successore suo figliuolo naturale Nicolò III in età di soli dieci anni. Egli lo aveva legittimato sposando sua madre in punto di morte[541]; ma il più vicino parente d'Alberto, Azzo d'Este, non ammetteva i diritti di un figliuolo d'un'amante, e riclamava a suo favore un'eredità, che suo cugino non aveva pensato di rapirgli se non nell'istante, in cui la vicina morte aveva indebolito il vigore della sua mente[542]. Per altro il popolo di Ferrara riconobbe Nicolò III, non essendo in Italia cosa straordinaria il vedere i figliuoli naturali succedere ai loro padri[543]. Azzo implorò in allora l'assistenza di Giovanni Galeazzo; si unì strettamente con Giovanni di Barbiano, capitano romagnuolo che aveva acquistata grandissima riputazione militare, e col di lui ajuto attaccò lo stato di Ferrara. I Fiorentini dal canto loro si dichiararono per Nicolò, e gli mandarono trecento lance; per tal modo le truppe di Milano ricominciarono a combattere contro le truppe di Firenze senza che la guerra fosse dichiarata fra i due stati[544].

In quest'epoca, in cui il cominciamento delle ostilità poteva rendere alla repubblica fiorentina più prezioso un gran capitano, ella perdette quello, cui doveva, i vantaggi ottenuti nella precedente guerra. Giovanni Acuto mori di malattia il 16 marzo del 1394 in una campagna ch'egli aveva comperata presso Firenze. La signoria gli diede onoratissima sepoltura nella cattedrale, ed il suo sepolcro vi si vede ancora con al di sopra una statua equestre[545].

Mentre la guerra di Ferrara trattavasi assai lentamente, i signori di questa città diedero all'Italia uno spettacolo atroce ad un tempo e ridicolo. I consiglieri di Nicolò III avevano risoluto di liberarsi con un assassinio d'Azzo d'Este suo rivale. Proposero questo attentato al suo amico, e principale appoggio, il conte Giovanni di Barbiano, offrendogli in ricompensa i castelli di Lugo e di Conselice, posti in Romagna presso a quello di Barbiano. Il conte accettò le fattegli offerte, ma in pari tempo ne diede avviso all'amico Azzo. Fecero scelta, d'accordo fra di loro, di un servitore che rassomigliava ad Azzo e lo fecero trattenere in una sala rimota. L'ambasciatore di Nicolò III fu introdotto ad una conferenza con Azzo e col conte nel castello di Barbiano, imperciocchè egli aveva nascosta la sua perfida missione sotto il velo di un trattato con ambidue. Uscirono in appresso e passarono nella camera ove il loro servo gli stava aspettando. Azzo cambiò vesti con lui, e si ritirò, e subito dopo Giovanni di Barbiano fece uccidere lo sventurato servo, che ignorava la ragione del suo travestimento, e si ebbe l'accortezza di sfigurargli il volto con molte pugnalate. Ciò fatto il Barbiano chiamò l'ambasciatore del marchese d'Este, e gli mostrò il cadavere ancora palpitante. «Ecco, gli disse, l'amico che si era di me fidato, e che per servire il vostro padrone, io ho acconsentito di far perire. La vostra corte pensi a soddisfare agli obblighi suoi, avendo io fatto quanto doveva.» In fatti l'ambasciatore scrisse a Ferrara d'aver veduto co' suoi occhi l'ucciso signore, ed i castelli promessi all'uccisore furono immediatamente consegnati al conte di Barbiano. Ma tostocchè gli ebbe in suo potere fece ricomparire Azzo d'Este e ricominciò le ostilità contro Ferrara[546].

Mentre ciò accadeva, Vencislao mandò ambasciatori in Italia per cavarne danaro, come praticato aveva Carlo IV suo padre, con vane promesse di protezione. Vencislao portava in allora i titoli d'imperatore eletto e di re dei Romani; ma perduto nella dissolutezza, appena governava, e con mano mal sicura il suo regno di Boemia, mentre la Germania ritornava di nuovo ad un'assoluta indipendenza. I signori di Padova e di Mantova diedero retta alle proposizioni del suoi ambasciatori, e di già progettavano di chiamarlo in Lombardia per farlo combattere contro il Visconti; ma i Fiorentini, assai meglio informati del carattere di Vencislao, e riandando la condotta di suo padre in Toscana, rigettarono tutte le proposizioni, rispondendo ch'essi erano in pace col signore di Milano, e che speravano che questa pace non verrebbe turbata dalle insignificanti contese dei signori di Ferrara[547].

Vedendo Vencislao che niuno pensava a pagarlo per annientare la potenza di Giovanni Galeazzo, egli entrò nel susseguente anno in trattato con lui medesimo, per sollevarlo a nuove dignità; e gli vendette per cento mila fiorini il titolo di duca di Milano, ed il giorno primo di maggio del 1395 eresse in ducato ed in feudo imperiale la città di Milano colla sua diocesi[548]. Giovanni Galeazzo celebrò con isplendide feste l'acquisto della nuova dignità, ed invitò gli ambasciatori di tutti gli stati d'Italia ad essere testimonj dell'investitura che ricevette il 5 di settembre. I Fiorentini e tutti i popoli della loro lega vi mandarono deputati[549]. I due figli della casa di Carrara, Francesco terzo e Giacomo, vi assistettero personalmente; ed il nuovo duca, volendo mostrarsi riconoscente, liberò il signore di Padova dal tributo cui andava soggetto in forza del trattato di Genova[550].

Vencislao con un secondo diploma riunì l'anno susseguente, sotto il titolo di ducato di Milano, tutti gli stati posseduti da Giovanni Galeazzo, tranne Pavia ed il suo territorio, che dichiarò contado. Le città accordate in feudo dall'imperatore alla casa Visconti, erano press'appoco le medesime[551] che avevano formata la lega lombarda, il di cui valore ed intraprese ebbero onorato luogo in principio di questa storia. Da circa cento trent'anni tutte queste città avevano perduta la loro libertà; ma l'autorità del loro signore non era perciò ancora riguardata come legittima, e perchè niuna concessione dell'impero aveva ancora sanzionate le loro usurpazioni, i popoli venivano sempre mantenuti nel diritto di annullarla.

I Visconti ricevettero una nuova esistenza dal diploma di Vencislao; in forza di questo vennero risguardati come signori naturali, siccome diceva il diploma, e non più quali tiranni della Lombardia. Così pure l'eredità venne regolata fra di loro in un modo stabile dietro il sistema feudale.