Ma l'investitura, accordata a Giovanni Galeazzo, doveva riuscire tanto funesta ai suoi successori ed al suo paese, quanto sembrava vantaggiosa a lui medesimo. Fu questa cagione, quando si spense la sua linea maschile, delle rivali pretensioni dei duchi d'Orleans, in appresso re di Francia, quali eredi di una figlia di Giovanni Galeazzo, e di quelle dell'imperatore come alto signore di un feudo ricaduto all'impero; mentre gli altri rami della casa Visconti furono esclusi dall'eredità, e che la Lombardia fu guastata da sovrani stranieri che volevano avervi regno. Avanti la fine del XIV secolo non eravi nelle famiglie de' principi verun altro diritto ereditario che la forza sanzionata da un'apparente approvazione del popolo, e se la Lombardia non fosse stata eretta in ducato, nè la casa d'Orleans, ne l'impero avrebbero vantati diritti sopra la medesima. Tale fu il cambiamento che operò in un paese cui non prendeva veruno interessamento, e dove non aveva alcuna autorità, un imperatore, che i borghesi della sua capitale tennero lungo tempo prigioniero, e che all'ultimo fu deposto dai principi del suo impero.


Nota. Uno storico sienese, contemporaneo, riferisce all'anno 1395 un aneddoto che crediamo utile ad illustrare la storia de' costumi di questo secolo. La dignità della storia può bene scendere qualche volta al racconto de' casi dei privati cittadini, quando giovano ad istruire.

L'antica famiglia de' Montanini era stata in guerra con quella de' Salimbeni pel corso di molte generazioni. L'inimicizia di queste due famiglie aveva cominciato in occasione di una caccia del cinghiale, nella quale era stato ucciso un Salimbeni. La famiglia de' Montanini era stata quasi affatto distrutta nell'accanita guerra sostenuta contra i Salimbeni; i suoi poderi erano stati quasi tutti invasi o confiscati, e più non rimaneva di così illustre famiglia che un fratello ed una sorella. Carlo ed Angelica erano figliuoli di Tommaso Montanini, soggiornavano nella Val di Strove in un piccolo podere il di cui valore appena ammontava a mille fiorini, ed avevano ristrette le loro spese alle entrale di così piccola parte del vasto patrimonio de' loro animati. Un loro vicino desiderava questo piccolo podere per incorporarlo a' suoi possedimenti. Era un plebeo assai potente nel governo di Siena, e faceva parte di quella oligarchia artigiana, sospettosa e gelosa, che sotto la direzione dei Salimbeni erasi resa padrona del governo l'anno 1390, e cui non si poteva offendere senza il più grave pericolo. Carlo Montanini ricusò più volte di vendere le sue terre al vicino che voleva comperarle, determinato di conservarle a sua sorella Angelica, onde potere aggiungere alla sua freschissima età di quindici anni ed alla rara sua bellezza una conveniente dote.

Il vicino per vendicarsi del rifiuto di Carlo, e porlo nella impossibilità di conservare il suo patrimonio, l'accusò al governo di essere entrato in una cospirazione coi Guelfi e coi nobili contro i Salimbeni ed il governo popolare. L'odio ereditario delle due case rendeva probabile l'accusa, rinforzata dall'autorità dell'accusatore. Carlo Montanini non fu condannato a pena capitale, ma fu invece assoggettato ad un'ammenda di mille fiorini da pagarsi, sotto pena di morte, entro quindici giorni. Ma l'avidità del delatore fa delusa, perciocchè il Montanini per non ridurre la sorella in estrema miseria preferì di morire in prigione, piuttosto che uscirne mediante la perdita dell'eredità paterna. Aveva alcuni parenti materni, che però non osarono di soccorrerlo per non rendersi sospetti al governo e tirarsi addosso la medesima disgrazia; le donne soltanto recavansi ogni giorno a consolare Angelica ed a piangere insieme.

La mattina del quindicesimo giorno Anselmo Salimbeni passando a cavallo innanzi alla casa di Montanini, osservò queste donne piagnenti, ed udì da loro la sorte che sovrastava all'ultimo crede di una famiglia rivale della sua. Aveva di già adocchiata la rara bellezza di Angelica, ma non aveva giammai parlato nè a lei, nè al fratello, opponendovisi la memoria di tanto sangue versato nelle contese della sua famiglia con quella dei Montanini. Per altro Anselmo, vinto da compassione all'aspetto di tanta sventura, si recò all'istante presso il tesoriere del comune, e pagati i mille fiorini dell'ammenda, ordinò al carceriere di porre in libertà Carlo Montanini. Questi sorpreso di vedersi rilasciato nel momento medesimo, in cui aspettava la morte, volò presso la sorella, che stava immersa nelle più crudeli angosce. Nè Angelica, nè le sue amiche sapevano spiegare o comprendere per quali mezzi fosse stata renduta a Carlo la libertà. In breve la casa di Montanini si riempì di parenti e di vicini che venivano a felicitarli. Carlo, che credeva di trovare tra di loro il suo liberatore, gli andava ringraziando l'uno dopo l'altro, ma tutti se ne scusavano vergognandosi, ed allegando i motivi o i pretesti che loro avevano impedito di soccorrerlo. All'indomani andò a chiederne contezza al tesoriere del comune, e da lui seppe che andava debitore della vita al figlio de' suoi nemici.

Carlo Montanini, colpito da tanta generosità, volle superare in magnanimità il Salimbeni. Non bastando le preghiere, dovette far uso della sua autorità per ridurre Angelica ad eseguire i suoi voleri; e quando questa ebbe promesso di dare in riconoscenza al benefattore di suo fratello quanto aveva di più caro al mondo, lo prevenne altresì ch'ella penserebbe pure alla propria gloria, e che non vivrebbe nel vizio e nel disonore.

Due ore dopo il tramontare del sole il fratello e la sorella recaronsi alla casa d'Anselmo Salimbeni: Carlo domandò di parlare senza testimonj a questo cavaliere, ed essendo stato introdotto presso di lui colla sorella, gli disse: «A voi, o signore, io devo la sgraziata vita che mi resta; a voi mia sorella deve suo fratello e l'onor suo. Se la fortuna non avesse con tanto accanimento perseguitata la mia famiglia non ci sarebbero mancati modi di manifestarvi almeno in parte la nostra riconoscenza. Ma omai più non ci rimangono che i nostri corpi e le nostre anime; voi le avete salvate; a voi dunque appartengono; noi le affidiamo alla vostra generosità, alla vostra pietà, affinchè ne usiate come di cose vostre.»

Dopo avere così parlato, uscì bruscamente, e lasciò la sorella sola col Salimbeni. Questi si disponeva a parlarle, ma colpito dal suo mortale pallore e dalla disperazione che le scorgeva sul volto, uscì egli medesimo all'istante, fece chiamare le signore del vicinato, e le pregò di tenere compagnia alla nobile damigella che troverebbero in casa sua. Estrema fu la loro sorpresa vedendo Angelica nell'appartamento del Salimbeni; il modesto contegno della giovinetta smentiva ogni ingiurioso sospetto, ma l'aperta nimicizia delle due famiglie non permetteva loro d'indovinare i motivi della sua venuta. Tutte stavano in silenzio e si perdevano dietro vane congetture. Intanto Anselmo aveva fatto adunare i suoi parenti in casa sua, e chiamò con loro Angelica e le signore che le tenevano compagnia. Allora pregò colle lagrime agli occhi tutti i suoi amici a volerlo accompagnare, e senz'altro dire recossi alla casa di Montanini con tutto il corteggio preceduto da molte fiaccole.

«Voi avete voluto parlarmi senza testimonj, disse a Carlo, io invece vi chiedo di udire la mia risposta in presenza di quest'onorata compagnia. È omai lungo tempo ch'io fui colpito dalla bellezza, dalla modestia, da tutte le virtù di vostra sorella Angelica; io aveva sentito che niun'altra donzella meritava più di lei di essere nobilmente amata. Io avevo per altro tenuto sempre celata questa mia inclinazione, e veruno non la seppe prima di voi. La disgrazia che vi colpì, ed il servigio ch'io vi resi, vi diedero motivo di leggere nel mio cuore. Non sapendo voi sopportare una cortesia senza ricompensa, vi siete dato con vostra sorella nelle mie mani, ponendo in mio arbitrio la vostra vita, il vostro onore, la vostra esistenza. Io accetto questo prezioso dono; ma sarebbe di me cosa indegna il possederlo con un titolo illegittimo. Se voi dunque vi acconsentite, io prendo alla presenza di questa onorata assemblea Angelica Montanini per mia cara sposa; accetto suo fratello Carlo per mio cognato, ed intendo che d'ora innanzi tutti i miei beni sieno tra di noi comuni.» Le nozze si celebrarono immediatamente e con gran pompa. La riconciliazione dei Montanini coi Salimbeni richiamò l'attenzione del governo; furono riveduti i processi di Carlo, e riconosciutasi l'ingiustizia di cui poco mancò che non fosse vittima, gli venne resa la pagata ammenda, e fu riammesso a tutti i diritti della cittadinanza. — Annali Sanesi di un anonimo vivente dal 1385 al 1422, t. XIX. Rer. Ital., p. 397-411.