CAPITOLO LV.

I Genovesi si danno al re di Francia. — Tentativo di Giovanni Galeazzo sopra Samminiato; ricomincia la guerra. — Disfatta dei Milanesi a Governolo; tregua. — Gherardo di Appiano vende Pisa a Giovanni Galeazzo. Gli si danno ancora Siena e Perugia.

1396 = 1399.

Le perdite cagionate dalla guerra di Chiozza avevano privati i Genovesi di ogni influenza sul rimanente dell'Italia; onde nello spazio di quattordici anni non avemmo che due volte occasione di parlare di loro, quando liberarono Urbano VI assediato in Nocera, e quando colla loro mediazione ristabilirono la pace fra Giovanni Galeazzo e la repubblica fiorentina. Non pertanto questi quattordici anni erano stati un periodo di continue agitazioni e burrasche. Le fazioni erano diventate più violente, e le guerre civili da loro occasionate privavano i Genovesi di ogni influenza sui loro vicini. Per ultimo le rivoluzioni si resero così frequenti, che i cittadini, più non trovando garanzia nelle leggi da loro pubblicate, o protezione ne' magistrati, ch'essi medesimi avevano nominati, si assoggettarono volontariamente ad un monarca straniero, affinchè il suo giogo s'aggravasse egualmente sugli oppressori e sugli oppressi.

In verun'altra repubblica non eransi mai contate nello stesso tempo tante fazioni come in Genova. Perciò tra tutti i popoli d'Italia, i Genovesi passavano per i più volubili ed impazienti. Le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini non erano per anco spente, sebbene da lungo tempo non esistesse più l'oggetto per cui s'erano formate. Antichi odj dividevano ancora le famiglie che si erano altre volte battute, e tali odj passavano di padre in figlio come parte dell'avito retaggio. Di quando in quando queste nimicizie scoppiavano di nuovo, ed ogni zuffa era quasi sempre foriera di rivoluzione nello stato. Un'altra rivalità segregava i nobili dai cittadini. I primi erano esclusi dall'amministrazione: le quattro più potenti famiglie dei Doria, degli Spinola, dei Grimaldi e dei Fieschi eransi rifugiate ne' loro feudi, e facevano la guerra alla repubblica senza essere in pace fra di loro. Invano venivano esclusi da ogni partecipazione al governo, i proprj vassalli, le proprie fortezze loro assicuravano sempre un distinto rango nello stato; l'asprezza delle montagne, le naturali fortificazioni delle valli loro agevolavano la difesa dei proprj feudi: i nobili non temevano nei proprj castelli l'odio del popolo e la vendetta degl'irritati loro concittadini; ed a dispetto delle leggi trasmettevano di secolo in secolo ai loro discendenti i loro odj e le loro forze.

Tra le famiglie de' cittadini, loro succedute nell'amministrazione dello stato, eranvene quattro che s'innalzavano al di sopra de' borghesi, come le quattro famiglie nobili s'erano innalzate sopra la nobiltà; ed ognuna aveva un partito nel popolo cui aveva dato il proprio nome. I capi di queste quattro famiglie erano Antoniotto Adorno, Pietro Fregoso, Antonio di Montalto e Lodovico Guarco, ognuno de' quali aspirava alla dignità di doge della repubblica, ed ognuno ottenne la volta sua quest'onore da' suoi partigiani. Dall'anno 1390 al 1394, dieci rivoluzioni mutarono in Genova dieci volte il primo magistrato della repubblica, e si vide il trono ducale a vicenda occupato dai capi di nuove famiglie o da cittadini che appartenevano ad un altro partito de' borghesi, chiamato lo stato di mezzo. In questi stessi anni scoppiarono altre turbolenze, perciocchè i partiti vinti fecero molti inutili tentativi per riprendere la superiorità[552].

Come nelle guerre civili del precedente secolo le famiglie nobili avevano avuto de' vassalli che loro erano affezionatissimi, così le famiglie borghesi avevano clienti sempre apparecchiati a versare il loro sangue, e ad esporre i loro beni per il personale trionfo del capo della loro fazione. Lo scopo di tutte queste guerre civili pareva limitato ad innalzare sul trono ducale l'idolo dell'uno o dell'altro partito. Ma il potere de' nobili e quello de' grandi cittadini aveva un altro fondamento: i primi comandavano a contadini nati ne' loro feudi, e che vivevano sui loro poderi, i secondi comandavano a marinaj e ad artigiani che facevano lavorare. I Genovesi esercitavano il commercio marittimo coll'attività di un popolo libero; i mercanti non aspettavano, stando ne' loro fondachi, i risultamenti delle loro speculazioni, scorrevano i mari sopra navi destinate ugualmente alla guerra ed al commercio; vivevano sempre insieme ai marinaj che tenevano al loro soldo, che avvezzavano all'ubbidienza ed al rispetto, e che si affezionavano coi beneficj. Spesso ogni figlio d'una casa numerosa comandava un vascello, ed alcune migliaja d'uomini venivano perciò assoldati da una sola famiglia, cui l'abitudine, la riconoscenza e l'amore assicuravano la loro ubbidienza.

Inoltre i capi dei varj partili erano uomini eminentemente distinti. Antonio di Montalto, ch'era assai giovane, aggiugneva a straordinario valore rara moderazione e clemenza. Antoniotto Adorno, cui un'insaziabile ambizione non lasciava un istante di riposo, era dotato di un vasto e raro ingegno, aveva grandi e nobili maniere, cuore generoso, nome rispettato da tutti i principi d'Europa, e la sua gloria aveva acquistato grandissimo lustro nella spedizione fatta sulle coste di Barbaria l'anno 1388 per reprimere le piraterie dei Mori. Aveva assediato nella sua capitale il re di Tunisi, e costrettolo a dare la libertà a tutti gli schiavi cristiani, a pagare una somma di danaro per le spese della guerra, e promettere che in avvenire i suoi sudditi non eserciterebbero la pirateria[553]. Quattro volle Antoniotto Adorno aveva ottenuto di sedere sul trono ducale, ed avrebbe meritato un distinto rango tra i grandi uomini, se una smisurata ambizione non gli avesse fatto in più circostanze adoperare i suoi talenti a danno della patria.

La famiglia degli Adorni era attaccata alla fazione ghibellina, ed Antoniotto aveva coltivata l'amicizia di Giovanni Galeazzo Visconti, e lo aveva favorito nel trattato di pace, di cui era stato mediatore, tra questo principe e la repubblica fiorentina. Aveva invece ottenuto in tempo del suo esilio l'assistenza del Visconti, allorchè aveva tentato di riavere colle armi la dignità ducale. Ma i soccorsi di Giovanni Galeazzo erano sempre interessati; egli prendeva parte nelle turbolenze di Genova, sperando di ricuperare sopra questa città l'autorità di cui aveva goduto l'arcivescovo di Milano suo pro-zio; e le moltiplicate rivoluzioni del 1393 e 1394 gli davano speranza di giugnere a questo scopo. In questi due anni diede potenti soccorsi ad Antoniotto Adorno in allora esiliato; ma quando lo vide ristabilito sul trono ducale col favore della rivoluzione del 3 settembre 1394, cercò di rovesciarlo, e si affezionò il partito di Montalto e di Guarco per fargli guerra.