Questa mala fede, che nulla aveva provocato, apri finalmente gli occhi ad Antoniotto Adorno, il quale vide che un segreto nemico avvelenava tutte le fazioni della sua patria, e s'avanzava verso il compimento de' suoi odiosi progetti col rapido indebolimento della repubblica; vide che l'autorità di verun doge non potrebbe consolidarsi finchè Giovanni Galeazzo sarebbe sempre apparecchia o a soccorrere tutti i ribelli e tutti i nemici dell'ordine; vide finalmente che Genova non era abbastanza forte per resistere sola ad un così ambizioso vicino.
Nel 1396 Carlo VI era re di Francia; e di già questo monarca era stato preso da quegli accessi di follìa, che spesso rendevanlo incapace di governare, e che lasciarono il regno in balìa delle rivali fazioni di Borgogna e d'Orleans. Una nazione che avrebbe voluto compiutamente sottoporsi all'autorità monarchica, non sarebbesi lasciata tentare di darsi un sovrano, che ne poteva farsi ubbidire dai suoi sudditi, nè preservarli dalle guerre civili e straniere. Ma se i Genovesi si determinavano di riconoscere un re, non volevano in pari tempo che fosse abbastanza destro ed ambizioso per usurpare tutti i poteri dello stato, ed assicurarsi per sempre la di lei sudditanza. La vera debolezza e l'apparente forza di Carlo VI erano forse ciò che loro meglio conveniva. Il suo solo nome poteva difenderli contro le aggressioni di Giovanni Galeazzo, ed intimidire le rivali fazioni; ma egli doveva coll'amore non col timore governare un paese lontano e separato da' suoi stati da alte montagne. Antoniotto Adorno per dare la pace alla sua patria, e più ancora per isventare i progetti di Giovan Galeazzo, trattò coi ministri di Carlo VI, sotto la di cui protezione offrì di porre la repubblica di Genova.
Il trattato venne finalmente sottoscritto il 25 ottobre del 1396 dopo lunghe dispute sia coi ministri regj sia colle diverse fazioni genovesi. Prometteva il re di mandare un vicario francese per governar Genova coll'autorità esercitata dal doge, e sotto le stesse leggi. Il consiglio della repubblica doveva avere lo stesso numero di Guelfi e di Ghibellini, di cittadini e di nobili; ma il presidente doveva sempre essere Ghibellino. Il vicario del re doveva avere due voci in consiglio, ove tutto si sarebbe deciso a pluralità di suffragi. Carlo non poteva nè stabilire nuove imposte, ne immischiarsi in verun modo nelle finanze della repubblica. Non aveva pure in sua mano le fortezze dello stato, tranne dieci castelli datigli per sua sicurezza. Per ultimo i Genovesi si riservarono la particolare loro alleanza coll'imperatore de' Greci e col re di Cipro, la scelta tra i partiti che dividevano, in tempo dello scisma, la Chiesa, e l'integrità del loro territorio; prometteva il re di Francia di non trasmettere ad altri sovrani una sovranità unicamente accordata alla sua persona[554].
Sotto tali condizioni, quando fossero state osservate, la repubblica di Genova veniva a conservare la sua libertà tutta intera, acquistando per la protezione del re di Francia maggiore sicurezza senza detrimento della sua gloria. Ma il popolo era troppo riscaldato dalle passioni, per rimanere subordinato a così temperata autorità; ed i vicarj reali erano troppo stranieri ad una libera costituzione per rimanere entro i limiti della medesima. Antoniotto Adorno morì nella peste del 1397 in privata condizione, nella quale era volontariamente entrato, prima che le passioni del popolo, calmate da questo trattato, scoppiassero di nuovo. Ma nel 1398 la guerra civile, riaccesa dai partiti di Montalto e di Guarco, e continuata poi dai Ghibellini contro i Guelfi, si manifestò con tanto furore, che il vicario reale fuggì a Savona, e cinque grandi battaglie si diedero nell'interno della città dal 12 agosto al primo di settembre. Trenta de' più magnifici palazzi furono bruciati, e spianati moltissimi pubblici e privati, edificj di modo che i danni della repubblica ammontarono a più d'un milione di fiorini. Lo spossamento universale costrinse all'ultimo le due fazioni a fare la pace, e Colardo di Calleville, vicario reale nominato da Carlo VI, tornò in Genova per governare la repubblica con più estesi poteri che prima non aveva[555].
Il duca di Milano aveva presa parte il quest'ultima guerra civile, siccome aveva fatto nelle precedenti; sovvenne di truppe e di Danaro Antonio di Guarco ed Antonio di Montalto, ma l'aveva fatto assai celatamente, per non provocare la collera della Francia; onde per tema di compromettersi non aveva raccolto alcun frutto delle sue pratiche. Giovanni Galeazzo ad una smisurata ambizione aggiugneva una grandissima timidità. Sebbene fosse sempre in guerra, non vedeva mai le sue armate, chiudevasi nel suo castello di Pavia di dove usciva poche volte e sempre circondato da numerosa guardia. Tra i suoi generali aveva uomini riputatissimi per talenti e per valore, ma non pertanto la guerra trattata per mezzo loro aveva sempre un carattere di timidità. Non permetteva mai d'attaccare se non sapeva di avere una marcata superiorità di forze, e quando aveva a fronte un'armata di uguali forze ordinava di non avventurare alcuna battaglia generale; faceva chiudere le sue truppe nella città, abbandonando le campagne alla licenza militare, ed aspettando che il tempo o le sue pratiche avessero indeboliti i nemici. Con tanta pusillanimità perdette vantaggi quasi sicuri, e non ottenne giammai dalla sua situazione o dalle sue forze tutto quanto poteva sperarne.
Ma più che nelle armi otteneva vantaggio dalle sue negoziazioni, perciocchè aveva l'arte di dividere e di sciogliere le leghe che si andavano formando contro di lui, addormentando con false promesse e con vane lusinghe d'amicizia coloro che voleva attaccare. Poco suscettibile di collera o di risentimento, non entrava mai in guerra per vendicarsi: ma nè l'amicizia, nè la memoria di passati servigi lo trattenevano quando aveva risolto di nuocere. Non arrossiva di apparire perfido e bugiardo, e non aveva altro consigliere che la propria ambizione modificata dalla timidità. Pare che le sue parole non avrebbero dovuto ispirare veruna confidenza, e che a forza di mentire avrebbe dovuto ridursi in situazione di non poter più ingannare: ma gli uomini, principalmente quando sono deboli, non si disabusano giammai interamente dell'illusione della parola. Rendesi necessario troppo coraggio per cercare un'increscevole verità, che un potente nemico tenta di nasconderci; troppa risolutezza vuolsi a considerare sempre di fronte un imminente pericolo, dal quale si può allontanare lo sguardo; finalmente l'esclusione d'ogni verità nelle relazioni socievoli cagiona una così desolante confusione, che non può sopportarsi. Un impostore non è mai tanto screditato perchè la sua parola non possa più ingannare.
I Fiorentini ebbero soli in Italia il coraggio di giudicare Giovanni Galeazzo; e malgrado le sue carezze ed i giuramenti lo tennero sempre d'occhio come un nemico apparecchiato a piombare sopra di loro; invece i piccoli principi e i deboli popoli, erano tutti l'uno dopo l'altro vittime de' suoi artificj. Bonifacio IX e la repubblica di Venezia partecipavano di questo acciecamento; essi non ardivano rivocare in dubbio la fedeltà del duca di Milano, o sospettare soltanto che non avesse a mantenere i trattati che lo legavano; quindi non prendevano le necessarie misure per difendere, il primo lo stato della Chiesa, l'altro il dominio di san Marco, qualunque volta Giovanni Galeazzo avesse determinato di attaccarli.
Alla testa del governo fiorentino trovavasi sempre la fazione degli Albizzi, che aveva ripigliata l'amministrazione degli affari l'anno 1381, dopo l'espulsione de' Ciompi. Questa fazione, composta d'antichi Guelfi e di cittadini per ricchezze e per natali prossimi alla nobiltà, aveva sempre avuti per capi i migliori politici dell'Italia; uomini che abbracciavano a colpo d'occhio il presente e l'avvenire, e gl'interessi tutti de' principi d'Europa; uomini che avevano saputo chiamare dalle estremità della Francia e della Germania alleati alla repubblica fiorentina; uomini finalmente che non perdevano il coraggio nelle calamità, che per variare delle circostanze non rinunciavano alla data fede, ed alla protezione della libertà d'Italia, che riguardavano come proprio debito. Maso degli Albizzi, capo di questa fazione, eccitava, a dir vero, la gelosia de' suoi concittadini; e gli Alberti ed i Medici facevano di quando in quando alcuni sforzi per rialzarsi. Donato Acciajuoli, che dopo l'Albizzi era il maggior cittadino di Firenze, e che fin allora era stato con lui d'accordo, tentò egli medesimo nel gennajo del 1396 di far richiamare gli esiliati e di ristabilire qualche eguaglianza tra i due partiti; ma fu prevenuto e confinato a Barletta, insieme a molti altri che avevano preso parte nella sua congiura[556]: onde Maso degli Albizzi meglio assicurato nell'interno col bando dell'Acciajuoli, fu in libertà di volgere tutta l'attenzione ai maneggi del duca di Milano.
Giovanni Galeazzo aveva trattato con quasi tutti i capitani delle compagnie di ventura. Egli loro assicurava una mezza paga costante, mercè la quale questi avventurieri si obbligavano a tornare al suo servizio colla loro piccola armata, quando il duca ne aveva bisogno. Mentre stavano a mezza paga guerreggiavano per conto loro, e vivevano col saccheggio in mezzo a' paesi che il duca non proteggeva contro di loro. In tal modo Giovanni Galeazzo indeboliva in tempo di pace coloro che voleva poi attaccare; quando si riconciliavano con lui, non perciò erano liberati da queste armate, le quali continuavano le ostilità in proprio nome. Quando il Visconti voleva in piena pace sorprendere qualche piazza, cassava una delle compagnie al suo soldo, dandole ostensibile congedo, ed incaricandola segretamente dell'esecuzione del suo progetto. Se andava a male, dichiarava di non essere risponsabile della sua condotta; ma se l'intrapresa riusciva, egli ne raccoglieva solo tutto il frutto. I Fiorentini, sempre vigilanti, non permisero quasi mai a queste compagnie d'invadere il loro territorio, ma non seppero impedire che non guastassero spesso quello de' loro alleati. Dopo inutili lagnanze determinarono di adottare lo stesso diritto delle genti, usando rappresaglie sopra gli alleati del duca di Milano, e facendo loro sentire in seno alla pace le vessazioni de' soldati, delle quali eransi essi lagnati lungo tempo. Assoldarono adunque Bartolomeo Boccanera di Prato con una compagnia di due mila cavalli e di mille pedoni; non molto dopo lo congedarono, ordinandogli celatamente di entrare nello stato di Pisa.