Bartolomeo prese la strada di questa città in giugno del 1396 con i Gambacorti ed il conte Niccola di Montescudajo; ma essi si avanzarono fin presso alle mura senza che, come lo avevano sperato, si facesse internamente alcun movimento[557]. Giovanni Galeazzo mandò sei mila cavalli in Toscana per difendere la signoria di Pisa, ed i Fiorentini non raccolsero che pentimento e vergogna dall'intrapresa loro, come sempre accade alle persone dabbene, quando vogliono adoperare le armi de' malvagi. Presero per altro nuove truppe al loro soldo sotto gli ordini di un gentiluomo di Guascogna detto Bernardo di Serres[558]; intavolarono nello stesso tempo negoziazioni per riconciliare la signoria di Pisa e la repubblica di Lucca, tra le quali eranvi state alcune ostilità.

Maso degli Albizzi dall'altro canto era passato in Francia, come ambasciatore dei Fiorentini, per assicurare alla repubblica i soccorsi di questa potenza, in caso che di nuovo scoppiasse la guerra con Giovanni Galeazzo. La casa di Francia aveva oramai coll'Italia interessi più immediati, dopo che la signoria di Genova erasi data al re, e dopo che la città di Asti era venuta in mano del duca d'Orleans come dote di Valentina Visconti. Carlo VI acconsentì dunque il 29 settembre 1396 a firmare un'alleanza difensiva, in forza della quale il re e la repubblica si guarentivano vicendevolmente l'integrità de' loro stati. I Fiorentini promettevano al re, quando fosse attaccato in Italia, un'armata ausiliaria di tre mila cavalli; in cambio il re prometteva di spedire in loro ajuto, nel caso di bisogno, un'armata degna di portare le sue insegne e di essere capitanata da un principe del sangue. Se gli alleati erano attaccati, e se difendendosi facevano conquiste, quelle di Lombardia dovevano appartenere alla Francia, e quelle di Toscana alla repubblica[559].

Quest'alleanza rialzò il coraggio dei Fiorentini e de' loro confederati d'Italia, che vennero ammessi a prendervi parte. Per altro non procurò loro verun reale vantaggio. Un avvenimento, accaduto circa lo stesso tempo all'altra estremità dell'Europa, privò tutt'ad un tratto i Francesi di uomini e di danaro, e gli alienò per alcun tempo da lontane intraprese. Un migliajo di cavalieri francesi, il fiore della nobiltà del regno, erano passati in Ungheria sotto la condotta di Giovanni conte di Nevers, figliuolo del duca di Borgogna, per difendere Sigismondo contro il formidabile Bajazette Ilderim, che pareva disposto a tentare la conquista di tutta la Cristianità. La loro presunzione fu cagione della disfatta del re d'Ungheria, accaduta a Nicopoli il 28 settembre; ma il loro valore rese lungo tempo incerta una battaglia nella quale perirono cento mila uomini. Tutti i cavalieri francesi morirono combattendo, o furono uccisi dopo la vittoria, tranne ventiquattro signori, che col conte di Nevers furono ammessi a riscattarsi; fu portata la taglia del solo duca di Nevers a dugento mila fiorini, e quella degli altri cavalieri, tra i quali distinguevansi Enguerrando di Coucy, il maresciallo Boucicault, ed il conte d'Eu, esaurì di danaro la Francia[560].

Ma la repubblica fiorentina non si era appoggiata alla sola alleanza del re di Francia. I dieci della guerra si erano data cura d'accrescere le milizie dello stato, ed avevano spedito Bernardone con tutte le loro truppe a Pescia in principio del 1397, per impedire l'invasione del loro territorio. Dal canto suo Alberico da Barbiano aveva condotti sei mila cavalieri nello stato di Lucca; e questo generale avventuriere aveva seco i più valorosi capitani d'Italia. La compagnia di san Giorgio, da lui formata vent'anni prima aveva loro servito di scuola; Pagolo Orsini e Pagolo Savelli di Roma, Ottobon Terzo di Parma, Ceccolino de' Michelotti di Perugia, Broglio di Chieri in Piemonte, e Luca di Canale[561] erano i suoi principali luogotenenti; questi rialzavano l'onore della milizia italiana e ravvivavano lo spirito guerriero di questa nazione. Il conte Alberico di Barbiano riceveva un soldo da Giovanni Galeazzo, ed era venuto a Lucca per suo ordine; ma non pertanto egli pretendeva di essere entrato in Toscana come condottiere, non come generale del duca di Milano. Barbiano vide con piacere l'armata fiorentina stabilirsi a Pescia perchè egli non aveva intenzione d'attaccare la Val di Nievole, ma di aspettare l'effetto di una congiura tramata a Samminiato.

Samminiato, posto a metà strada tra Firenze e Pisa, è un forte castello fabbricato sulla sommità d'un colle, di dove scuopresi una vasta estensione di pianure. L'Arno gli scorre alle falde, ed i due fiumi l'Elsa e l'Era vi mettono foce uno a destra e l'altro a sinistra di Samminiato. Questa terra, oggi dichiarata città, conteneva circa sei mila abitanti, i quali eransi molto tempo conservati liberi, ma erano in appresso caduti sotto il dominio de' Fiorentini per colpa delle divisioni nate tra le famiglie de' Mangiadori e de' Ciccioni[562].

Benedetto Mangiadori aveva ricorso a Giovanni Galeazzo per iscuotere col di lui ajuto questo giogo straniero. Erasi egli stabilito in Pisa; ma il 17 marzo si presentò avanti a Samminiato, un'ora prima di mezza notte, con diecisette compagni d'armi. Pretendeva di aver cose importanti da comunicare ad Antonio Davanzati, vicario fiorentino, ed entrò immediatamente col suo seguito nella corte del pubblico palazzo, ove fu ricevuto senza diffidenza. In tutte le città i palazzi del governatore erano fortificati; quello di Samminiato appoggiavasi alle mura ed aveva due uscite, una nell'interno della piazza, l'altra nella campagna. Il Mangiadori, ammesso all'udienza del vicario, sguainò la spada, slanciossi sopra di lui e l'uccise: il corpo del governatore coperto di ventotto ferite, e quello d'uno de' suoi ufficiali, vennero gittati in sulla piazza dai congiurati, che si trovarono in tal modo padroni del palazzo; essi poi liberarono tutti i prigionieri, chiamarono a riprendere le armi per ricuperare la libertà gli abitanti di Samminiato; ed accesero fuochi per dare il convenuto segno a Pisa, ond'essere soccorsi[563].

In fatti gli abitanti di Samminiato presero le armi, e rimasero alcun tempo indecisi intorno a ciò che loro convenisse di fare; ma in ultimo ascoltarono l'affetto loro pei Fiorentini, attaccarono con molto coraggio il palazzo difeso da Mangiadori e dai suoi compagni prima che loro giugnessero i soccorsi di Pisa. Volle l'accidente che il capitano di Giovanni Galeazzo, che s'avanzava per sostenere Mangiadori, si scontrasse in un corpo di Fiorentini che inseguivano alcuni banditi. Egli tenne sicuro, vedendoli, che l'intrapresa di Samminiato fosse mal riuscita, e si ritirò. Mangiadori, dopo avere resistito lungo tempo, fuggì a traverso ai precipizj, sui quali s'innalzano le mura della città, seguito dai pochi suoi compagni che non erano stati uccisi, o fatti prigionieri[564].

Era stata annunciata a Firenze la morte del vicario di Samminiato, e la perdita di questa fortezza; tale notizia aveva sparsa nel popolo la più alta costernazione. Se Giovan Galeazzo restava padrone di così forte piazza, nel centro della Toscana, gli sarebbe stato agevole lo spingere ogni giorno le sue scorrerie fin sotto alle mura di Firenze, e di ruinare la repubblica con una lenta guerra senza timore di essere ridotto ad una battaglia, o forzarlo a dare addietro. Ma quando seppesi in appresso, che la città era salvata, e che il palazzo del vicario era stato ripreso dai cittadini, la trepidazione fece luogo al desiderio della vendetta. I priori adunarono immediatamente un consiglio di seicento richiesti, loro fecero il quadro degl'intrighi del duca di Milano e delle innumerevoli infrazioni de' trattati di pace, e chiesero se non tornava meglio di esporsi ad un'aperta guerra, piuttosto che riposare ancora sui giuramenti di un uomo perfido, che non rispettava le più sacre promesse. Di comune assenso i cittadini domandarono la guerra, e sollecitarono la signoria a spingerla vigorosamente[565].

Il conte Alberico di Barbiano, vedendo sventata la sua intrapresa di Samminiato, attraversò il territorio di Pisa e venne ad unirsi presso Siena ad altre truppe di Giovanni Galeazzo. Portò in tal modo la sua armata a dieci mila cavalli, con un ragguardevole corpo d'infanteria[566]. Mentre girava al di fuori intorno ai confini della repubblica fiorentina, Bernardone coll'armata della repubblica seguiva al di dentro la linea degli stessi confini per chiuderne l'ingresso. Ma in ultimo questo generale si lasciò sorprendere da un'astuzia del nemico, che minacciava lo stato d'Arezzo. Bernardo sforzavasi di chiudergli questa provincia, quando Barbiano penetrò per Chianti in Val di Greve, s'innoltrò fino alle porte di Firenze, guastò la Val d'Arno inferiore, e fece in tutte le campagne un'immensa preda, perchè non essendo dichiarata la guerra, i contadini non avevano pensato a riporre nelle terre murate i loro bestiami e gli altri effetti[567].