Frattanto dopo dieci giorni di saccheggio l'armata milanese tornò nello stato di Siena, ed i Fiorentini trovarono in breve la maniera d'indebolirla, prendendo al loro soldo Pagolo Orsino, Biordo de' Michelotti e Cecchino suo fratello, che seco conducevano parte della cavalleria del duca. Giovanni di Barbiano, fratello d'Alberico, lo abbandonò ancora esso per andare in Romagna in servigio de' Bolognesi; ed i Fiorentini, invece di temere per sè medesimi, si videro bentosto a portata di mandare considerabili soccorsi a Francesco di Gonzaga, nello stesso tempo attaccato dal Visconti[568].
Senza dichiarazione di guerra Giovanni Galeazzo aveva fatti entrare il 31 marzo nel territorio mantovano due armate. Ugolotto Biancardo, governatore di Verona, conduceva la prima, ad aveva fatti condurre in coda diversi battelli, onde attraversare o il lago, o il Mincio a Guarolda[569]. Giacomo del Verme con un'altra armata avanzavasi al mezzogiorno del Po con intenzione di passarlo a Borgoforte. L'uno e l'altro volevano penetrare in quella parte del territorio di Mantova che trovasi tra il lago, il Po, il Mincio e l'Oglio. Questa piccola provincia, chiamata il Serraglio, era la più ricca d'ogni altra; perchè nelle precedenti guerre non era mai stata esposta ai guasti de' nemici; ma per lo spazio di tre mesi e mezzo i generali milanesi tentarono invano di gittare un ponte sul Po o sul Mincio, ed in così lungo spazio di tempo la guerra si ristrinse ad alcune rapide incursioni, ed a pochi assedj di castelli. I Mantovani tenevano a Borgoforte un ponte sul Po, la di cui testa era fortificata, e con ciò impedivano ai loro nemici di navigare sul fiume. Giacomo del Verme aveva adunata una flotta di grandi battelli nella parte superiore del Po, ma, fermato al ponte di Borgoforte, non poteva giugnere fino al Serraglio. Quando il 14 luglio un impetuoso vento secondando la corrente delle acque, egli lanciò alcuni vascelli incendiarj contro il ponte che chiudeva il passaggio, e lo bruciò malgrado la coraggiosa resistenza di Francesco da Gonzaga. Le campagne lungo tempo rispettate del Serraglio vennero allora abbandonate ai guasti de' soldati[570].
Quando i Fiorentini ebbero notizia di quest'infausto avvenimento, staccarono dalla loro armata Carlo Malatesta, Pagolo Orsini e Filippo di Pisa, con tre mila cavalli per soccorrere il Gonzaga. Soccorrendo l'alleato, calmavano pure nel loro campo una sedizione che stava per iscoppiare. Il loro generale Bernardone, sotto pretesto di ristabilire la disciplina, aveva fatto tagliare la testa, trasportato dalla collera e dalla gelosia, a Bartolomeo Boccanera di Prato, uno de' capitani che servivano sotto di lui. Ma i condottieri erano troppo lontani dal conoscere quella cieca ubbidienza che si esige a' nostri giorni dalle truppe: non credevano essi, che il generale avesse diritto d'ordinare il loro supplicio, e domandavano ad alta voce vendetta contro Bernardone per aver fatto perire uno de' loro compagni d'armi[571].
Mentre che l'armata ausiliaria de' Fiorentini avanzavasi per Ferrara sopra Mantova lungo la destra del Po, rimontava questo fiume una flotta formata dal signore di Padova. Era composta di sette galere veneziane che Francesco da Carrara aveva noleggiate. La repubblica di Venezia, senza voler dichiarare la guerra a Giovanni Galeazzo, secondava nascostamente gli sforzi de' suoi nemici per resistergli; aveva agevolato l'armamento del signore di Padova, e permesso a Francesco Bembo, nobile veneziano, di assumerne il comando. Trecento barche o battelli, somministrati dal Carrara e dal marchese d'Este, accompagnavano le sette galere. Delle due armate milanesi quella di Ugolotto Biancardo era nel Serraglio, ed assediava il castello di Governolo al confluente del Po e del Mincio, e quella di Giacomo del Verme trovavasi accampata in faccia allo stesso castello sull'altra riva del Po verso mezzodì. Un ponte di battelli innanzi a Governolo assicurava la loro comunicazione[572]. Tutte queste posizioni vennero attaccate contemporaneamente il 28 agosto 1397. Il ponte di battelli fu rotto e bruciato dal Bembo, e cento settanta barche milanesi, che stavano ancorate al disopra del ponte, caddero in potere del vincitore. Il Malatesta coi Fiorentini e loro alleati attaccò Giacomo del Verme. Francesco di Gonzaga, secondato da una sortita della guarnigione di Governolo piombò sopra Ugolotto Biancardo, ed i Milanesi vennero rotti su tutti i punti. Sei mila uomini e due mila cavalli furono uccisi o presi, e le molte ricchezze trovate ne' due accampamenti vennero abbandonate al saccheggio[573].
Dopo questa segnalata vittoria la guerra si andò rallentando finchè si venne a stabilire una tregua. I Veneziani che si erano compromessi con Giovanni Galeazzo, senza che volessero apertamente dichiararsi contro di lui, cercarono di ristabilire la pace in Lombardia: essi temevano di venire alla risoluzione che dovevano prendere in breve, e non pensavano che a guadagnar tempo. Offrirono la loro mediazione alle potenze belligeranti e fu accettata. Dopo otto mesi di negoziati sentirono all'ultimo la difficoltà di conciliare interessi lesi da una lunga serie di perfidie. Si può fondare un trattato sopra la forza e sopra il diritto di conquista; ma è più difficile il negoziare sopra basi stabilite dalla frode e dalla mala fede. Lo spergiuro, più che l'oltraggio o la crudeltà, rende impossibile la pace. Finalmente i Veneziani proposero di mantenere ognuno de' contraenti nello stato in cui si trovava, e senza nulla decidere intorno al diritto, di conchiudere soltanto una tregua di dieci anni, la quale venne infatti soscritta l'11 maggio del 1398, sotto la guarenzia della repubblica di Venezia[574].
Prima che la vittoria ottenuta a Governolo avesse calmata l'inquietudine de' Fiorentini, una sedizione fu in sul punto di rovesciare quel governo che formava la forza e la sicurezza della repubblica. Il 4 agosto otto giovani delle illustri famiglie dei Medici, dei Ricci, degli Spini e de' Cavicciuoli, comparvero armati nelle strade, chiamando il popolo a rovesciare ciò ch'essi chiamavano la tirannia degli Albizzi. Attraversarono Firenze circondati da una folla di gente che gli andava considerando con sorpresa, e li seguiva senza corrispondere alle loro grida. Le spie loro avevano rivelato che troverebbero Maso degli Albizzi sulla piazza di san Pietro maggiore; ma tardarono pochi minuti, ed invece uccisero due suoi clienti, sperando di commuovere il popolo colla vista dello sparso sangue. Si fermarono finalmente nel portico della cattedrale, ove ricominciarono ad invitare i cittadini alle armi ed alla libertà; ma nella folla che li circondava mantenevasi un cupo silenzio. Gli arcieri s'innoltravano per arrestarli, onde, presi da spavento, si rifugiarono in chiesa, ove furono inseguiti ed incatenati. Confessarono innanzi al podestà ed al capitano del popolo che avevano avuto intenzione d'uccidere Maso degli Albizzi, e di rovesciare il governo; onde furono condannati a perdere la testa sulla piazza del palazzo[575].
Mentre continuavansi in Venezia le negoziazioni di pace, Giovanni Galeazzo ne manteneva altre più segrete in ogni città per accrescere il suo potere. La prima delle trame da lui formate scoppiò in Pisa. Jacopo d'Appiano, che aveva usurpata la tirannide in questa città, contava in allora settantacinque anni[576]. Vanni, il maggiore de' suoi figliuoli, che le sue relazioni col duca di Milano, e la sua contesa coi Lanfranchi, avevano armato contro Gambacorta, era morto nel mese di ottobre, ed i suoi fratelli non mostravano nè talenti, nè energia. Il signore di Pisa, inquieto intorno alla sorte di sua famiglia, mandò a chiedere soccorso a Giovanni Galeazzo per mantenere la sua autorità. Infatti il duca fece passare a Pisa Pagolo Savelli con trecento lance, ed incaricò tre ambasciatori d'assicurare l'Appiano della sua protezione e del suo affetto. Ma il 2 gennajo del 1398 questi ambasciatori si fecero aprire a mezza notte la casa del vecchio signore di Pisa, e gli chiesero a nome del loro padrone le chiavi delle cittadelle di Pisa, di Livorno, di Piombino e di Cascina. Jacopo loro rispose che la sua persona ed ogni suo avere appartenevano al duca di Milano, ma che non poteva dargli le fortezze dello stato senza il consentimento degli anziani della repubblica. Promise di adunarli all'indomani mattina, e con questa promessa persuase, non senza difficoltà, gli ambasciatori del duca a ritirarsi. Ma non erano appena usciti dalla sua casa, che si apparecchiò a difendere la signoria che gli si voleva togliere. Adunò i suoi soldati, fece armare il popolo, di già irritato contro il duca per le vessazioni de' suoi soldati, ed allo spuntare del giorno fece attaccare nella sua casa Pagolo Savelli. Questo capitano fu fatto prigioniero unitamente agli ambasciatori, ed i suoi soldati di cavalleria furono parte uccisi, e parte spogliati delle armi e scacciati di città. Un segretario del Savelli palesò innanzi ai tribunali tutta la trama del suo padrone, ed i Pisani, che avevano contro di lui cospirato, furono severamente puniti[577].
I Fiorentini spedirono immediatamente a Pisa a felicitare la signoria ed il popolo d'essersi sottratti al laccio loro teso dal duca di Milano, protestandosi apparecchiati a difenderli qualora Giovanni Galeazzo facesse contro di loro uso della forza. Gli ambasciatori de' Fiorentini vennero accolti con viva gioja dai Pisani, e pareva che dovesse conchiudersi tra i due popoli una nuova pace; ma Giovanni Galeazzo, sempre padrone di contenere le sue passioni, sapeva simulare la calma quando si credeva che dovesse manifestare la collera. Approvò altamente la condotta de' Pisani, dichiarò che qualunque volta i suoi commissarj abusavano delle loro facoltà, o i suoi soldati delle loro armi, per vessare i principi o i popoli, li vedeva con piacere puniti. Abbandonò i prigionieri al risentimento del signore di Pisa, ed ottenne di farlo dubitare ch'egli avesse avuto parte nella trama[578]. Jacopo d'Appiano fece allora sorgere nuove difficoltà per ritardare il trattato coi Fiorentini, ricusò in appresso di conchiudere una pace separata, e chiese soltanto di essere compreso nella tregua generale, che in questo medesimo tempo trattavasi a Venezia, e che fu pubblicato per dieci anni in tutte le città il 29 maggio del 1398.