La repubblica di Siena non era meno esausta, nè meno debole della Perugina. Una lunga guerra con Firenze, i guasti delle compagnie di ventura, e più di tutto la violenza e l'imprudenza del proprio governo, alla testa del quale vedevansi uomini della più abbietta classe del popolo, concorrevano a ruinare lo stato: per colmo di mali la peste erasi manifestata in questa città; poichè questa fatale epidemia aveva in sul declinare del secolo ricominciate in Italia le sue stragi con non minore violenza di quello che avesse fatto cinquant'anni prima. I Sienesi nello stato d'estrema debolezza, cui trovavansi ridotti, erano estremamente agitati, perchè vedevano prossima al suo termine l'alleanza convenuta per dieci anni con Giovanni Galeazzo, il 22 settembre del 1389. Sebbene in suo cuore il duca non desiderasse meno di loro di rinnovare questo trattato, andava però promovendo difficoltà; ingrandiva i suoi passati servigj, e dichiarava di non volere per l'innanzi proteggere che i proprj sudditi. Accrescendo in tal modo l'inquietudine de' Sienesi, li fece all'ultimo risolvere di darsi a lui. Le condizioni furono regolate dopo lunghe conferenze; e fu convenuto, che il luogotenente del duca a Siena avrebbe due voci nella signoria, e che questa, e il senatore ed il capitano del popolo verrebbero conservati nell'antica loro autorità. Obbligatasi il duca a non accrescere le imposte, a non mutare le leggi, e finalmente a non trasmettere a verun altra persona la propria sovranità, che doveva conservarsi ereditaria di maschio in maschio nella sua famiglia. Il consiglio generale di Siena accettò il 6 di novembre queste convenzioni, ed il giorno 11 dello stesso mese, nell'ora indicata dagli astrologi, otto procuratori nominati dalla città fecero cessione agli ambasciatori del duca di Milano della sovranità della repubblica di Siena[599].
L'esempio di Siena fece una gagliarda impressione sopra gli abitanti di Perugia. Il duca di Milano aveva mandati nella loro città ambasciatori, i quali adoperavano ogni mezzo di seduzione per guadagnarli. Aveva assoldato Ceccolino dei Michelotti, ch'era sottentrato nel credito di Biordo, suo fratello: egli distribuiva regali tra i più riputati cittadini, ed adulava il basso popolo promettendogli feste e piaceri. Invano gli ambasciatori fiorentini cercavano coi loro discorsi di riaccendere l'amore di libertà, invano offrivano l'assistenza della loro repubblica per difendere Perugia. I medesimi priori di Perugia proposero al consiglio generale di dare la signoria al duca di Milano sotto condizioni press'a poco uguali a quelle convenute coi Sienesi. Ottocento cavalli vennero introdotti in città da Otto Bon Terzo, uno de' generali del Visconti, e nell'istante indicato dagli astrologi, il 21 gennajo 1400, un'ora avanti il tramontare del sole, la bandiera del duca di Milano fu innalzata nella piazza di Perugia e portata in processione intorno alle mura[600].
E per tal modo, dopo l'ultima pace stipulata col duca di Milano, i Fiorentini vedevano questo principe dilatare le sue conquiste tutt'all'intorno del loro territorio. Siena, Pisa e Perugia dalla parte della pianura, i conti di Poppi e di Bagno ed i feudi degli Ubertini dal lato delle montagne erano passati sotto il suo dominio, e non pertanto i Veneziani, garanti dell'ultimo trattato, non osavano parlare per impedire i progressi di Giovanni Galeazzo[601].
Sotto un altro punto di vista l'isolamento de' Fiorentini era ancora più terribile, perchè lo spirito di libertà s'andava spegnendo in tutta l'Italia. Genova, Perugia e Siena eransi volontariamente date ad un padrone; Pisa era stata venduta; Lucca e Bologna, che ancora pretendevano di essere libere, trovavansi in preda ad interne dissensioni che presagivano vicina la loro ruina; Venezia, chiudendosi nelle sue lagune, pareva che pensasse di abbandonare l'Italia all'infelice sua sorte; Roma stagnava ne' vizj della schiavitù: il regno di Napoli e la Lombardia avevano perfino dimenticato il vocabolo libertà e questa terra così ferace in altri tempi di cittadini e di eroi pareva abbandonata da tutte le virtù e da tutti i sentimenti sublimi. Un tiranno vile e perfido si adoperava nel distruggere in Italia tutto quanto portava ancora l'impronta della lealtà e dell'onore; non si riprometteva prosperi successi che In ragione de' crescenti vizj dei popoli, e rallegravasi quando Vedeva un governo abbracciare la sua fraudolente politica, tenendosi allora sicuro di poterlo presto soggiogare. Tali erano i funesti presagi che accompagnavano la fine del quattordicesimo secolo. Per ultimo la peste si manifestò contemporaneamente in molte parti dell'Italia, ed i popoli, atterriti da così grande calamità, riconoscevano i gastighi che si erano meritati, e piegavansi innanzi alla divina maestà per implorare la sua misericordia.
CAPITOLO LVI.
Processioni de' penitenti bianchi. — Paolo Guinigi si rende padrone della signoria di Lucca. — Guerre civili a Bologna; Giovanni Bentivoglio usurpa l'autorità sovrana. — Deposizione di Wenceslao; Roberto di Baviera, suo successore, attacca senza profitto Giovanni Galeazzo. Questi si rende padrone di Bologna; muore improvvisamente.
1399 = 1402.
Mentre l'Italia teneva con inquietudine aperti gli occhi sopra le pratiche di Giovanni Galeazzo, e che non sapeva prevedere in qual luogo i Fiorentini troverebbero soccorsi per difendersi da questo terribile avversario, l'attenzione dei popoli fu distratta dai progetti ambiziosi del duca di Milano da un universale movimento di divozione, che per alcuni mesi allontanò gli uomini da tutti gl'interessi temporali, per non occuparli che intorno all'eterna salute. Grandi calamità percuotendo l'Europa, facevano credere vicina la fine del mondo, e tremare i Cristiani innanzi alla collera di Dio. Bajazette, Ilderim, sultano del Turchi, aveva ridotta Costantinopoli quasi nella sua totale dipendenza; nel 1399 aveva invase l'Ungheria e la Polonia, e minacciava tutta l'Europa. Dietro di lui un conquistatore ancora più formidabile, Timour o Tamerlano, sultano di Samarcanda, pareva apparecchiarsi alla conquista dell'universo. L'incapacità di tutti i sovrani d'Occidente abbandonava i loro stati all'anarchia ed alla ruina. L'imperatore Wenceslao era ugualmente spregievole e dispregiato; Sigismondo d'Ungheria, suo fratello, era perduto nell'amore de' piaceri; Carlo VI, re di Francia, preso da follìa, e Riccardo II d'Inghilterra era stato deposto per dar luogo a suo cugino Enrico IV, duca di Lancastro. Lo scisma che divideva la Chiesa aveva palesati ai Cristiani i vizj de' loro pastori; perciocchè questi si andavano reciprocamente accusando e calunniando; mentre i devoti non dubitavano che la divisione della Cristianità non provocasse sopra di lei la collera del cielo, e che la peste, che ricominciava con violenza le sue stragi, non fosse un castigo dell'oltraggiata divinità.
Un prete oltramontano, che gli uni dicono spagnuolo, altri scozese, altri provenzale, scelse quest'istante per predicare la penitenza. Dietro le sue esortazioni tutti i suoi uditori vestironsi di bianco, e portando crocifissi innanzi a sè, recaronsi fino alla vicina città cantando inni per implorare la misericordia del cielo, e per invitare gli uomini alla pace ed alla penitenza. Questa pratica di divozione fu introdotta in Italia dalla banda del Piemonte, e mentre passò di città in città attraverso alla Lombardia, valicò ancora le Alpi liguri. Gli abitanti della Polsevera, uomini, donne, fanciulli, in numero di cinque mila, entrarono in Genova il 5 luglio del 1399, coperti di bianche vesti[602]. Insegnarono ai Genovesi l'inno stabat mater dolorosa ch'era stato recentemente composto, e dopo avere in nove giorni terminato il loro pellegrinaggio, ed avere ridotti tutti coloro ch'erano in guerra a riconciliarsi gli uni cogli altri, tornarono alle proprie case.