La notizia della rivoluzione di Bologna riempì Firenze di costernazione. La lega formata contro il Visconti per la difesa della libertà italiana era disciolta. Più non rimaneva alcun popolo libero alleato della repubblica; e, ad eccezione di Francesco da Carrara, tutti i principi, de' quali aveva abbracciati gl'interessi, eransi staccati dalla sua causa. Francesco di Gonzaga, signore di Mantova, che i Fiorentini avevano difeso con tanto dispendio nell'ultima guerra, erasi nel successivo anno riconciliato col Visconti, colla mediazione di Carlo Malatesta suo generale[625]. Il marchese Niccola d'Este cercava dal canto suo di assicurarsi la neutralità nella prossima guerra, e quest'anno stesso si recò a Milano per farsi amico del duca[626]. Non perciò la signoria di Firenze si scoraggiò: mandò ambasciatori a Giovanni Bentivoglio per felicitarlo intorno alla sua nuova dignità, e per persuaderlo a non abbandonare l'alleanza dei Guelfi, ch'era sempre stata utile a Bologna. Infatti il Bentivoglio, sebbene di già entrato in negoziazioni col duca, non volle farsi suo alleato, e promise di conservare la neutralità[627]. Ma la signoria, che poco contar poteva sopra di lui, stese nello stesso tempo le sue viste fuori d'Italia, e si sforzò di trarre profitto da una rivoluzione accaduta in Germania, per attirare da questa contrada in Lombardia un difensore dei diritti del popolo, un vendicatore degli oppressi.
L'autorità imperiale erasi in Germania ormai ridotta al nulla; il capo di quella confederazione era privo di mezzi costituzionali, per dirigere quel corpo composto di tanti membri indipendenti, e per mantenere la pace fra tanti rivali. Le guerre civili, e le ricompense che gli elettori avevano chieste per ogni elezione[628], avevano tutte dissipate le entrate imperiali, e tutte annullate le prerogative e le giurisdizioni che la costituzione aveva riservate ai signori abituali. Per molto tempo i Tedeschi avevano risguardata ogni concessione strappata agl'imperatori come un acquisto fatto a favore della libertà; ma in sul declinare del quattordicesimo secolo, riconoscevano alla fine che l'indebolimento della primitiva costituzione della Germania altro risultamento non aveva avuto, che continue guerre interne, o piuttosto uno stato permanente di assassinio, ed al di fuori un'estrema debolezza, che poteva diventare ruinosa all'epoca in cui i progressi dei Turchi minacciavano tutta l'Europa.
Quando i principi secolari ed ecclesiastici cominciarono a sentire le tristi conseguenze della debolezza degl'imperatori, invece di convenire che l'avevano provocata essi medesimi col loro spirito di indipendenza, ne accusarono l'incapacità del monarca ch'essi avevano spogliato; ed il carattere di Wencislao, in allora regnante, dava verosimiglianza all'accusa. Questo principe, dopo due deboli esperimenti per ristabilire la pace in Germania[629], erasi chiuso nel suo regno di Boemia, come se il rimanente dell'impero non lo riguardasse; ed ancora ne' suoi stati ereditarj la sua ghiottonerìa e la sua negligenza l'avevano reso tanto spregevole, che i suoi sudditi l'avevano tenuto due volte in prigione.
Le lagnanze ed i rimproveri de' Tedeschi consigliarono finalmente gli elettori ad adunarsi nel 1399 a Marpurgo per deporre Wencislao come incapace[630]. Essi procedettero con estrema lentezza. Il 22 marzo 1400 diedero udienza agli ambasciatori dell'imperatore; e siccome le sue giustificazioni non soddisfacevano, citarono il monarca a comparire personalmente a Rensè, l'undici agosto. Wencislao non ubbidì, ed il 20 agosto del 1400 quattro elettori lo dichiararono decaduto dalla dignità imperiale[631]; ed all'indomani elessero in sua vece Roberto, elettore palatino.
La capitolazione che imposero al nuovo monarca l'obbligava a prendersi cura degli affari d'Italia. Desideravano i principi che l'imperatore si trovasse di bel nuovo abbastanza ricco e potente per difendere la Germania; ma essi non intendevano di spogliare sè medesimi per arricchirlo. Parve loro che il migliore spediente fosse quello di riempire il tesoro imperiale a spese dell'Italia. Il commercio aveva arricchita questa contrada, mentre la Germania era rimasta povera; le entrate di Firenze, di Venezia, di Genova, o di Bologna superavano quelle dei duchi d'Austria o di Baviera, e le ricchezze di Giovanni Galeazzo sorpassavano quelle di tutto l'impero. Credevano i Tedeschi questa sproporzione ancora più grande, e risguardavano l'Italia quale inesauribile sorgente di danaro. Sarebbesi detto che l'investitura accordata da Wencislao al duca di Milano li privasse d'un'entrata esigibile, e togliesse all'impero una delle sue provincie, poi ch'essi obbligarono espressamente Roberto, il nuovo re de' Romani, ad annullare tale investitura, ed a ricondurre il milanese sotto l'immediata sovranità dell'impero. Per pagare le spese di questa guerra gli assegnarono l'entrata delle città d'Italia che occuperebbe[632].
Per soddisfare alle condizioni imposte, Roberto aveva spediti ambasciatori in Italia per notificarvi la sua elezione. Questi ambasciatori giunsero a Firenze il 30 gennajo del 1401; chiesero che la repubblica accordasse la sua amicizia all'eletto imperatore e lo ajutasse a farsi riconoscere dal papa. Infatti i Fiorentini nominarono deputati per accompagnare a Roma gli ambasciatori dell'imperatore; ma nè le loro istanze, nè quelle di Francesco da Carrara[633], non persuasero Bonifacio IX ad esporsi alla collera del duca di Milano.
I Fiorentini trovavansi ancora in pace con questo duca, se pure può darsi il nome di pace ad uno stato di diffidenza, e di vicendevoli ingiurie. Ogni giorno vedevansi sviluppare nuove trame formate dal Visconti. In agosto di quest'anno Riccardo Cancellieri coi suoi partigiani tentò di dare Pistoja in mano al duca di Milano. I Panciatichi, da più secoli rivali della sua famiglia, lo prevennero e lo cacciarono fuori di città, ma egli sorprese il castello della Sambuca, e di là continuò per tre anni una guerra da pirata nel territorio di Pistoja; la quale non si terminò che colla soppressione di tutti i privilegj di Pistoja, e coll'intera unione di questa città allo stato fiorentino[634].
Dopo tante offese i Fiorentini più non dovevano avere rispetti per il duca di Milano. Roberto loro scriveva dal canto suo di volere caldamente agire contro il Visconti che aveva cercato di farlo avvelenare dal suo medico[635]. Prometteva di condurre in Italia sufficenti forze per togliere al Visconti tutti gli stati che aveva usurpati. Francesco da Carrara doveva aprirgli l'ingresso della Lombardia, ed i Fiorentini pagargli nel mese di ottobre duecento mila fiorini per le spese della guerra, ed un'eguale somma sei mesi più tardi, quando si troverebbe di già nel territorio del duca di Milano[636].
La guerra d'Italia dovendo farsi a nome della nazione germanica, ed in forza di un decreto del collegio elettorale, Roberto ordinò all'armata dell'impero di adunarsi a Trento. A seconda delle costituzioni avrebbe dovuto ammontare a trenta mila cavalli, ma non se ne trovarono a Trento quindici mila[637]. Roberto, preso il comando dei Bavari, ch'erano tre mila, affidò a Francesco da Carrara gl'Italiani emigrati di Lombardia, lasciando le truppe dell'impero sotto gli ordini del burgravio di Norimberga, e del duca Leopoldo d'Austria[638]. Prima di porsi in cammino, Roberto aveva intimato a Giovanni Galeazzo di evacuare tutte le città dell'impero che ingiustamente occupava, cui il Visconti rispose d'esserne stato investito dal legittimo imperatore Wencislao, e che non si lascerebbe spogliare da un usurpatore[639].
Gli apparecchi che il duca aveva fatti per difendersi erano proporzionati all'importanza della guerra. Aveva levata una straordinaria contribuzione di seicento mila fiorini ne' suoi stati, ed aveva posto ai confini un esercito di tredici mila cinquecento corazze, o dodici mila fanti[640]. Era quest'armata comandata da Giacomo del Verme di Verona, ed era quasi tutta formata di soli soldati italiani. Trovavansi sotto di lui quasi tutti i capitani che da circa vent'anni eransi resi famosi nelle guerre d'Italia. Il conte Alberico di Barbiano, Facino Cane, Ottobon Terzo di Parma, Galeazzo di Mantova, Taddeo del Verme, Galeazzo ed Antonio Porro di Milano, il marchese di Monferrato, Carlo Malatesta di Rimini, ed altri. Tutti questi capitani avevano più volte comandate intere armate; ognuno di loro aveva un corpo di truppe separato ch'erasi volontariamente attaccato alla di lui fortuna, e che dipendeva da lui solo[641].