Da lungo tempo le truppe italiane più non avevano combattuto contro armate tedesche; ma gl'Italiani come i Tedeschi, rammentando le vittorie delle antiche compagnie avventuriere, non dubitavano della superiorità degli oltramontani. I Fiorentini menavano di già trionfo, quando Roberto entrò il 21 di ottobre sul territorio di Brescia, ed il duca di Milano, per evitare una disfatta, aveva ordinato ai suoi generali di chiudersi nelle città fortificate.
Ma Giacomo del Verme ed i suoi capitani avevano una più adequata opinione del proprio valore, e delle loro truppe. Dopo avere assaggiato il nemico in alcune scaramucce, ed avere così renduta ai soldati italiani la sicurezza che dovevano avere, Giacomo del Verme uscì di Brescia il terzo giorno ed attaccò il primo l'armata imperiale. La Germania e l'Italia impararono con eguale sorpresa dall'esito di questa battaglia a conoscere la superiorità della cavalleria italiana. I Tedeschi non avevano altrimenti perfezionata la loro armatura o la loro tattica nel corso dell'ultimo secolo, ed i freni e le briglie erano troppo deboli perchè potessero signoreggiare il loro cavallo nel calore della pugna. Per lo contrario gl'Italiani, dopo che avevano riaperta la carriera militare, avevano fatto uso del loro ingegno inventore e della loro industria per rendere più forte l'armatura, per avvezzarsi a più rapide evoluzioni, per rendere più docili i cavalli e perfezionarne il movimento[642]. Il primo incontro tra le due armate decise della vittoria; il burgravio di Norimberga, opposto al marchese di Monferrato, fu rovesciato da cavallo; il duca Leopoldo d'Austria, che combatteva contro Carlo Malatesta, fu fatto prigioniere; e l'armata imperiale sarebbe stata tutta disfatta, se Giacomo da Carrara non ne proteggeva la ritirata con un corpo di cavalleria italiana che serviva sotto l'imperatore[643].
Tale rotta scoraggiò affatto gl'imperiali, perchè non potevano ascriverla nè ad inferiorità di numero, nè a sorpresa, nè a svantaggio di terreno, nè a militare astuzia. Leopoldo d'Austria, fatto prigioniero, non fu sordo alle proposizioni di Giovanni Galeazzo; venne rilasciato il terzo giorno, ma per seminare nel campo imperiale il sospetto e la diffidenza. Dichiarò ben tosto, e lo stesso fece l'arcivescovo di Colonia, di voler tornare in Germania. Le istanze dell'imperatore e degli ambasciatori fiorentini non valsero a ritenerli; e dopo la loro partenza Roberto medesimo si trovò così debole, che ritirossi verso Trento[644].
Per altro l'imperatore non sapeva risolversi a rivedere la Germania senza vendicarsi della ricevuta rotta; non voleva pure rinunciare del tutto ai sussidj dei Fiorentini, de' quali non aveva avuta che la più piccola parte. Il 6 di novembre tornò dunque a dietro, ed entrò in Padova con quattro mila cavalli; perciocchè era stato costretto a licenziare le truppe dell'impero che avevano chiesto il loro congedo, e non rimanevagli danaro per pagare la piccola armata che non abbandonò le sue insegne. Perciò entrando in Padova, chiese avanti ogni altra cosa se erano giunti in questa città ambasciatori fiorentini che potessero sovvenirgli alcuni sussidj[645].
Gli ambasciatori ch'egli aspettava con tanta impazienza arrivarono poco dopo, ma non disposti a prestarsi a tutti i suoi desiderj. Erano già stati pagati all'imperatore cento dieci mila fiorini a conto de' promessi sussidj, ed i Fiorentini si lagnavano ch'egli non aveva dal canto suo soddisfatte le condizioni del trattato. Non aveva, essi dicevano, condotto abbastanza gente per assalire il Visconti, ed inoltre non aveva mostrata la debita perseveranza. Non era già per trattenersi tre giorni nel territorio del duca di Milano e per licenziare in appresso l'armata, che il collegio degli elettori lo aveva invitato a scendere in Italia; nè la repubblica gli aveva per così piccola cosa aperti i suoi tesori. Firenze non gli rimproverava una disfatta, essendo ogni generale esposto agl'infortunj della guerra; ma gli rinfacciava il congedo accordato alle truppe dell'impero, quando poteva ancora tenere la campagna. Non pertanto offrivano gli ambasciatori di pagare i novanta mila fiorini, ch'essi ancora gli dovevano, purchè guarantisse d'impiegargli nel fare la guerra al Visconti[646].
Siccome si accusavano vicendevolmente di aver male osservato il trattato, l'imperatore ed i Fiorentini lasciarono la cosa in arbitrio de' Veneziani; e Roberto passò a Venezia, ove fu ricevuto con molta magnificenza. Il senato di Venezia vedeva con estrema inquietudine l'ingrandimento di Giovanni Galeazzo, e senza osare di dichiararsi apertamente contro di lui, favoriva i suoi nemici il meglio che poteva. Non pertanto la signoria sperava di aver celate al duca le sue pratiche, ed evitata la sua collera, perchè questi dissimulava il suo risentimento, e non ne faceva lagnanza. Scordavano i Veneziani che il Visconti divideva sempre i suol nemici prima di combatterli. Il doge ed il suo consiglio cercarono di riconciliare l'imperatore coi Fiorentini; esortarono il primo a mettersi in campagna, i secondi a somministrare il danaro, rifiutando essi di nulla fare, quasi che non si trattasse della loro libertà e di quella dell'Italia. Durante queste negoziazioni l'armata di Roberto andava ogni giorno diminuendo, ed il suo indebolimento scoraggiava gli ambasciatori fiorentini. Il trattato stava per rompersi, e l'imperatore era già apparecchiato a tornare in Germania, ma fu trattenuto; i Fiorentini pagarono sessantacinque mila fiorini a conto, ed egli promise di mantenere il suo quartiere generale in Padova, e di ricominciare in primavera la guerra con maggior vigore[647].
Ma le sue forze non erano più temute, e Giovanni Galeazzo invece di pensare a dividere i suoi nemici, non temette di provocarne un nuovo. Dichiarò la guerra a Giovanni Bentivoglio, ed in dicembre spedì contro di lui Alberico da Barbiano, personale nemico del signore di Bologna. Mentre il Bentivoglio si adoperava per giugnere alla signoria, aveva promesso al Visconti di cedergli poi la sovranità di Bologna per un convenuto prezzo; ma quando si trovò in possesso della medesima più non pensò a cederla[648]. Alberico adunò tutti i nemici del Bentivoglio e gli emigrati bolognesi ne' suoi castelli di Barbiano e di Luco in Romagna. Col loro ajuto occupò in principio del 1402 molti castelli in su quel confine; ma una malattia fermò le sue conquiste, e diede opportunità al Bentivoglio di sorprendere il suo campo con una compagnia di corazzieri fiorentini, e di ricuperare i castelli che aveva perduti[649].
Intanto Luigi, duca di Baviera, ed il vescovo di Spira erano passati a Firenze come ambasciatori di Roberto. Questi, vedendo il suo onore compromesso, desiderava la continuazione della guerra, ma trovavasi privo di mezzi; e se la repubblica non provvedeva sola a tutte le spese della sua armata, gli era impossibile il mantenerla[650]. I dieci della guerra a Firenze opinarono, che quando Roberto altro non doveva essere che il generale delle loro truppe, ogni altro capitano costerebbe alla repubblica meno di un imperatore, e le sarebbe più subordinato. Risposero adunque di essere apparecchiati ad eseguire il loro trattato di sussidj, purchè Roberto adempisse dal canto suo ai suoi obblighi, e ricusarono di fare ulteriori sagrificj[651]. L'imperatore, dopo il ritorno de' suoi deputati, rinunciò finalmente alla sua spedizione, ed il 15 aprile prese la strada della Germania[652].
Giovanni Galeazzo attaccando il Bentivoglio l'aveva sforzato a gettarsi tra le braccia dei Fiorentini; era stata fra loro stipulata il 20 marzo 1402 una stretta alleanza[653]; ed ancora prima la repubblica aveva di già mandato nello stato di Bologna Bernardone, suo generale, colla maggior parte de' suoi corazzieri. Giacomo del Verme vi entrò nel mese di maggio con sei mila cavalli e guastò tutte le campagne. Subito dopo una seconda armata, sotto gli ordini di Alberico da Barbiano, venne ad accamparsi a tre miglia dalla città. Bernardone, che aveva da prima tracciato il suo campo a Casalecchio, voleva ritirarsi innanzi a forze superiori, e chiudersi in Bologna, persuaso che il Barbiano non sarebbe per intraprendere l'assedio di questa città. Ma Giovanni Bentivoglio, con una presunzione non giustificata da veruna gloria militare, volle arrischiare una battaglia. Bernardone, che gli era subordinato, scrisse a Firenze per rappresentare la pericolosa sua situazione, ne, ed aspettando riscontro, fortificò, come seppe meglio, il suo campo di Casalecchio[654]. Il 26 giugno venne attaccato da Alberico; i Bolognesi, che detestavano il giogo del Bentivoglio, rifiutarono di combattere[655], e malgrado la vigorosa resistenza de' corazzieri il campo fiorentino, fu forzato, Bernardone fatto prigioniere, come pure due figliuoli di Francesco da Carrara, e la più parte de' suoi cavalieri[656].