I primi capi d'opera della lingua italiana appartengono al quattordicesimo secolo; ella nacque, per così dire, con lui, ed il poema di Dante cominciò nel primo anno del secolo: il Petrarca ed il Boccaccio, ed altri gentili poeti di minor nome appartengono interamente a questo secolo[1]. Pure la recente scuola perde tutt'ad un tratto la sua fecondità; la letteratura italiana si ferma, l'invenzione pare proscritta, l'immaginazione viene incatenata dall'erudizione, nojosi copisti subentrano ai poeti originali, e non sanno produrre che sonetti, canzoni e fredde allegorie modellate sui trionfi del Petrarca; la difficoltà del metro da loro adoperato agghiaccia ogni ispirazione, il pensiere ricusa d'annicchiarsi nell'angusta periferia cui vuole ridursi, niuno tratta la poesia epica o drammatica, e coloro che si occupano della lirica, non hanno nè immaginazione, nè entusiasmo, nè sensibilità. Finalmente le muse italiane ammutoliscono affatto, ed in sul declinare del secolo più omai non rimane un solo ingegno che onori la lingua volgare, che di già esaurita e corrotta deve dormire un altro secolo prima che venga richiamata a creare nuove cose.
L'antichità era stata scoperta; e compresi da santo rispetto per la medesima gl'Italiani tentarono di farle occupare il posto de' tempi presenti. Lo studio delle lingue morte aveva tutt'ad un tratto sospesa la vita presso una nazione così proclive a prendere nuove forme. Coll'idioma de' passati secoli, e ponendosi a lato agli estinti, si pretese di acquistar gloria; come se l'inspirazione potesse giammai animare una lingua che non risuonò mai in fondo del cuore nella intimità delle domestiche relazioni, una lingua che il figlio non udì uscir dalla bocca della madre, l'amante da quella dell'amica; una lingua che non eccita la commozione del popolo, e che non può sollevare, nè affascinare la moltitudine. Molti uomini di alto ingegno impararono a pensare, a sentire, a parlare come Cicerone, Tito Livio e Virgilio. Ottennero di apparire ombre dei corpi dell'antichità; ma i presenti tempi non erano che l'immagine d'un passato che invano cercavasi di richiamare; e questa vita di riverbero, ove nulla poteva sentirsi di spontaneo, aveva la triste freddezza della morte ch'ella imitava[2].
Questo zelo dell'erudizione ebbe se non altro il vantaggio di raccogliere i ricchi monumenti dell'antichità, che fino a tale epoca erano rimasti affatto negletti. L'arte di fabbricare la carta, che sembra essersi inventata a Fabriano, nella Marca d'Ancona, in sul finire del precedente secolo[3], permise di moltiplicare le copie de' preziosi manoscritti; Roberto, re di Napoli, il marchese d'Este, Giovanni Galeazzo, duca di Milano, Lodovico Gonzaga, Pandolfo Malatesta, ed alcuni altri sovrani raccolsero con enorme spesa libri d'ogni sorta, accordando a tutti i dotti l'uso de' medesimi. I privati imitarono la loro magnificenza, e l'Italia possedette in breve più biblioteche che tutta l'Europa.
Lo zelo esagerato e pedantesco della erudizione non poteva riuscire vantaggioso alla letteratura; ma era forse necessario agli avanzamenti di altri studj, e gl'Italiani in questo secolo sostennero la gloria delle loro università con i dotti lavori de' loro teologi[4], de' canonisti[5], de' giurisperiti[6]. Fu già un tempo nel quale i nomi di Giovanni d'Andrea, di Bartolo e di Baldo sembravano consacrati ad un'eterna celebrità; ma l'erudizione non può dare che una gloria passaggiera: il solo genio, e non l'immensità del sapere, può solo rendere le opere degli uomini trionfatrici del tempo.
Ad eccezione del Poema di Dante, dei Sonetti del Petrarca e delle Novelle del Boccaccio, verun'altra opera di questo secolo è conosciuta dalla comune dei lettori. Gli è dunque meno nelle scritture che nelle azioni che cercare dobbiamo il carattere degli uomini di questo periodo di tempo. Nel corso di questa storia ci siamo proposti di legare gli avvenimenti gli uni cogli altri, dando loro un centro di comune interesse e movimento. Mi sono perciò studiato di schivare le transizioni troppo subitanee dalla storia d'un popolo a quella d'un altro, e mi sono preso quasi sempre la penosa cura di trovare il rapporto ed il punto d'unione che lega quegli avvenimenti che al primo aspetto sembrano isolati. Non pertanto mi è pur forza di confessarlo, deve rimanere ancora qualche confusione nella mente del lettore travolto fra mille narrazioni che s'incrocicchiano. Per disporre con ordine le nostre ricordanze tentiamo di seguire le rivoluzioni di un secolo in tutti gli stati ond'era in allora divisa l'Italia, e cerchiamo in pari tempo di vedere cosa essi fossero e cosa diventarono.
L'autorità imperiale, ristaurata in Germania dall'ingegno e dall'energia di Rodolfo d'Apsburgo, e da suo figliuolo Alberto, non si era di nuovo stesa fino all'Italia. Enrico di Lussemburgo tentò di fare in principio del secolo ciò che la casa d'Austria non aveva fatto; portò le vittoriose sue armi a traverso la Lombardia, fece sentire al Piemonte, al Milanese, alla Marca Trivigiana un'autorità già da molto tempo trascurata o disprezzata, lottò con gloria in Toscana contro la non meno gloriosa resistenza della repubblica fiorentina, cinse a Roma la corona imperiale, malgrado il potente avversario che voleva vietargli l'ingresso in quella capitale, mostrossi non meno grande nella povertà e nella privazione, che in mezzo alle vittorie, e l'immatura sua morte fu forse il solo ostacolo che si opponesse al suo progetto di unire con saldi legami l'Italia all'impero germanico.
Ma dopo la morte di questo principe passò lungo tempo prima che un uomo degno di succedergli salisse sul trono imperiale. La guerra civile tra Luigi di Baviera e Federico d'Austria contribuì forse meno a distruggere l'autorità del monarca in Italia, che l'incoerente, l'ingrato ed avido contegno di Luigi, dopo ch'ebbe trionfato di Federico. I discendenti di Enrico VII, che occuparono in appresso il trono, pare che andassero di generazione in generazione perdendo alcuna delle virtù o delle qualità di questo gran principe, finchè caddero in una assoluta nullità. Suo figliuolo Giovanni, re di Boemia, non aveva avuto in retaggio che il suo valore cavalleresco, la sua attività, la sua lealtà; mentre l'incostanza di Giovanni nel proseguimento de' vasti progetti, che appena ideati abbandonava, doveva rovesciare la sua autorità colla celerità medesima con cui era stata innalzata dalla sua attività. Carlo IV, suo figliuolo, imperatore dopo Luigi di Baviera, era inferiore non meno al padre che all'avo. Timido, egoista, avaro, corse due volte l'Italia piuttosto come mercante che come sovrano, e due volte si espose ad affronti, di cui in appresso vendeva il perdono, ivi dove i suoi antenati avevano colti degli allori. Pose all'incanto l'onore dell'impero e il suo, e sagrificò gli antichi amici di sua famiglia e la prosperità delle città, che gli si erano mostrate più affezionate. Wencislao, suo figliuolo, mostrò che si poteva scendere anche più a basso, e degenerare ancora da così fatto padre. Probabilmente per altro la sua vita oziosa e dissoluta avrebbe in Italia recato minore pregiudizio all'onore della corona, che i viaggi di Carlo IV, perchè veniva volentieri dimenticato un uomo che non ricordavasi d'alcuno; ma l'impazienza e la rivoluzione della Germania risvegliarono l'attenzione del pubblico, e Wencislao colla vergognosa sua caduta dal trono imperiale diede a conoscere tutto il disprezzo che meritava.
E per tal modo in sul declinare del XIV secolo l'autorità degl'imperatori in Italia, era nulla, come nulla era stata nel principio dello stesso secolo. Le campagne d'Enrico VII, di Lodovico il Bavaro e di Carlo IV non avevano loro procurata che un'efimera conquista; e se pure ravvisavasi qualche differenza nella posizione dell'impero in queste due epoche, stava tutta nella disposizione dei popoli. Eransi questi liberati da tutte le illusioni; avevano affatto perduto l'antico loro rispetto pel nome di monarca e spezzato ogni legame d'affetto e di partito; perciocchè sebbene le fazioni guelfa e ghibellina non avessero per anco deposti gli antichi odj, e dovessero bentosto azzuffarsi di nuovo, eransi totalmente svincolate dagl'interessi dell'impero e della chiesa. Niuno si maravigliò vedendo l'imperatore Roberto alleato dei Guelfi di Firenze e di Padova per fare la guerra ai Ghibellini di Lombardia; ma la mala riuscita di questa spedizione fece apertamente conoscere quanto fosse debole l'impero anche quando era governato da un savio e coraggioso principe.