La rivoluzione d'un secolo aveva portati ancora più notabili cambiamenti nella potenza del papa. In sul finire del XIII secolo Bonifacio VIII era tuttavia un potente sovrano in Italia, un pontefice ubbidito e temuto da tutti i Cristiani. Bonifacio IX alla fine del XIV secolo aveva omai perduta ogni temporale e spirituale autorità. Ma questo periodo era stato per la Chiesa insignito da una lunga serie di calamità, ed è cosa maravigliosa, non già il vederla caduta in così basso stato, ma bensì che tali avvenimenti non l'abbiano privata d'ogni considerazione e potenza. Gli oltraggi cui Bonifacio VIII fu esposto nel 1303, e la violenta sua morte, sembravano presagire ciò che la dignità papale soffrire doveva in questo secolo. Quando Clemente V rinunciò alla naturale sua residenza ed acconsentì di starsi in qualità d'ostaggio tra le mani di un re, cui davasi colpa d'aver fatti morire i due suoi predecessori, si spogliò nello stesso tempo dell'autorità che veniva accordata prima di tale epoca al comun padre de' Cristiani, e della sovranità che i successori di san Pietro avevano lentamente innalzata colla loro politica. Mentre il capo dei fedeli abbassavasi fino ad essere lo strumento ed il ludibrio di una corte ambiziosa e dissimulatrice, mentre dimenticava nella sensualità e ne' piaceri le lezioni di morale dovute ai Cristiani, mentre la pompa della sua corte non era che un velo del suo real servigio, mentre le sue ricchezze ne accusavano la simoniaca venalità, gli abitanti di Roma e degli stati della Chiesa scuotevano l'autorità dei legati e de' vicarj mandati da Avignone per governarli. Gli uni riacquistavano la libertà, o una burrascosa indipendenza; altri si assoggettavano a nuovi padroni, ma a padroni guerrieri scelti da loro medesimi; e tutti omai si vergognavano di ubbidire a deboli preti, mandatarj di un pontefice che più non meritava rispetto[7].

I papi, dopo avere col lungo loro soggiorno in Francia cagionata la rivoluzione de' loro stati, non rinunciarono perciò alla sovranità che avevano in Italia; che anzi, trovandosi colla loro corte al sicuro da ogni sinistro avvenimento, e non vedendo i mali del popoli ch'essi esponevano alla guerra, ponevano ogni cura nel ricuperare la perduta autorità con una perseveranza ed un egoismo non comune agli altri governi. Eterne erano le guerre ch'essi suscitavano in Italia, perchè giammai essi non potevano essere compiutamente vinti, nè mai prendevano bastanti misure per vincere, nè mai erano abbastanza commossi dai patimenti dei popoli per metter fine all'effusione del sangue. Gli altri sovrani cercavano la pace dopo alcune disfatte, sia perchè temevano per la loro medesima residenza, sia perchè la perdita di parte de' loro stati li privava delle entrate necessarie al mantenimento delle armate. Ma i papi per fare la guerra ritraevano le loro entrate da tutta la Cristianità; e le disfatte che soffrivano, loro somministravano pretesti per imporre nuove decime o contribuzioni sul clero. I tesori che in tal modo raccoglievano in tutta l'Europa, venivano in parte dissipati dalle prodigalità della lor corte, ed i suoi generali, lasciati senza danaro, perdevano tutt'ad un tratto i vantaggi che avevano acquistati. Quando ancora avessero potuto terminare la guerra, la riaccendevano a bella posta per saziare con nuovi sussidj del clero l'avidità de' cortigiani.

Giovanni XXII, successore di Clemente V, fu quello che diede cominciamento alle lunghe guerre della Chiesa in Italia. Per servire Roberto, re di Napoli, di cui era creatura, nel 1317, attaccò i Visconti; e dopo tale epoca fino alla fine del secolo la guerra tra la Chiesa ed i signori di Milano non ebbe che brevi intervalli di tregue. Pochi anni dopo, lo stesso papa dichiarossi nemico di Lodovico di Baviera; ed in sull'esempio de' suoi predecessori, rifiutò fino alla morte di questo monarca ogni progetto di pace e qualunque atto di sommissione del suo avversario.

Finalmente Giovanni XXII diede principio ad una terza guerra, non più contro stranieri sovrani, ma contro i proprj stati. Spedì il legato Bertrando del Pogetto per ispogliare de' loro privilegi i popoli che dipendevano dall'abituale signoria della Chiesa, per abbassare l'indipendenza dei grandi, e scacciare dalle loro signorie i vicarj pontificj. Questa terza guerra non fu meno lunga delle altre. In sul declinare del 14.º secolo il papa combatteva ancora contro i feudatarj ribelli, e lo stato della Chiesa non era nè più sottomesso, nè più indipendente di quello che lo fosse settanta anni avanti quando cominciò questa guerra; era solamente più spopolato e più povero.

In tempo di queste lunghe ostilità la Chiesa ottenne in due diverse epoche brillanti successi, de' quali andava debitrice ai due legati Bertrando del Pogetto ed Egidio Albornoz, che nella distanza di venticinque anni l'uno dall'altro ricuperarono quasi tutto il patrimonio ecclesiastico. Due gloriosi periodi contò pure il partito del popolo, l'amministrazione di Cola da Rienzo in Roma, e la guerra della lega della libertà intrapresa sotto la protezione de' Fiorentini. Ma le conquiste dei legati erano in breve perdute per l'incapacità de' loro successori, o per l'intempestiva avarizia della corte, siccome i privilegi ricuperati dalle città venivano bentosto o abbandonati per l'incostanza de' popoli, o invasi da nuovi usurpatori, non sapendo nè il partito della Chiesa, nè quello della libertà fare durevoli conquiste.

Questa guerra mutò carattere all'epoca del grande scisma l'anno 1378. Uno dei pontefici soggiornò in Italia, e trovossi tra le mani de' suoi sudditi, dai quali i suoi predecessori eransi costantemente tenuti lontani; stabilì la sua dimora a portata de' suoi nemici che fu costretto di accarezzare; e venne privato della maggior parte delle sue entrate, che i suoi predecessori ritraevano dal rimanente dell'Europa; finalmente si trovò pure spogliato di quella considerazione in addietro attaccata al suo carattere. L'inconseguenza d'Urbano VI, e le accuse fattegli dal suo rivale d'Avignone, lo avevano renduto un oggetto di scandalo per la Cristianità. Se a quest'epoca la lega delle città avesse voluto valersi della sua superiorità, avrebbe distrutta l'autorità temporale dei successori di san Pietro. Quando le città non ebbero più timore del papa, nuovi signori, sorti nelle medesime, cercarono la sua alleanza, e Bonifacio IX regnò sotto la protezione dei Malatesti.

Alla terza monarchia d'Italia, al regno di Napoli, funestissima riuscì pure la rivoluzione del quattordicesimo secolo. Sotto i primi principi della casa d'Angiò pareva che questa grande e ricca sovranità dovesse stendersi su tutta la penisola ed in cambio i suoi successori la lasciarono ruinare. Ella più non aggiugneva verun peso alla bilancia politica; più non sapeva resistere ad alcun nemico; e le più belle province dell'Europa omai non erano che un'arena in cui tutti gli ambiziosi e gli avventurieri scendevano a combattere per rubarsi le spoglie dei popoli.

Le calamità che perseguitarono i figli del savio re Roberto, potrebbero rendere dubbiosa la tanto vantata prudenza di questo monarca. Si potrebbe accusarlo della cattiva educazione data a suo figliuolo il duca di Calabria, e dalla nipote la regina Giovanna, degli esempj di corruzione ond'era circondata questa principessa, e della dissolutezza di tutta la corte. Ma non è giusto di rimproverare ai re l'inevitabile disgrazia della loro situazione. I loro sforzi per ispirare virtuosi sentimenti ai figliuoli non possono giammai superare quelli de' cortigiani nell'insegnar loro il vizio. Questi non s'innalzano mai che lusingando le passioni de' loro padroni; ne guadagnano l'amicizia servendoli nelle loro debolezze, e, tutti pieni di questa speranza, osservano le loro prime inclinazioni per eccitarle, i primi loro desiderj per renderli soddisfatti. Perchè un principe resister possa a tanta seduzione conviene che sia dotato di una rarissima virtù, o che circostanze affatto straordinarie non lo lascino esposto ai lacci tesi alla sua inesperienza. Roberto ebbe ne' suoi figli la sorte comune dei re; tutta la casa di Angiò degradò costantemente di generazione in generazione. Il fondatore Carlo I riuniva solo le qualità tutte che innalzano e consolidano le monarchie. Era valoroso, attivo, risoluto; sapeva farsi amare dai soldati e temere dai popoli; la sua durezza trovava scusa nel fanatismo che l'accompagnava; la sua crudeltà verso i vinti veniva coperta dalle sue prodigalità a favore dei vincitori; la stessa sua politica pareva che andasse d'accordo co' suoi sentimenti, e fosse più ispirata che calcolata. Suo figliuolo, Carlo II, era più umano, più dolce, più benefico, ma possedeva in minor grado del padre le qualità per cui si regna. La sua carriera militare non fu luminosa, ed è perfino dubbioso il suo valore. Roberto poi era più effemminato del padre e dell'avo, ed andò debitore di quasi tutti i suoi prosperi avvenimenti, non al suo coraggio, ma ad una prudenza che si accostava alla dissimulazione. Il duca di Calabria, suo figliuolo, che morì prima di lui, era affatto perduto nelle dissolutezze, e la condotta tenuta in Firenze, quando vi fu chiamato a governarla, svelò apertamente la sua incapacità. Finalmente Giovanna, che cominciò coll'assassinio del marito una lunga serie di delitti e di debolezze, e che doveva terminarla con una vergognosa morte, era a quell'estremo di degradamento pervenuta, che è cagione della ruina delle case reali. Giovanna occupa, tra i discendenti di Carlo d'Angiò, lo stesso luogo che Wencislao tra quelli d'Enrico VII.

Dopo la guerra del re d'Ungheria, il regno di Napoli rimase costantemente in preda ai saccheggi, e le compagnie di ventura subentrarono ai semibarbari soldati del conquistatore. Più non rimanevano nè flotte, nè armate sotto gli ordini del sovrano, niuna stabile guarnigione nelle città, niuna ben conservata fortificazione, e quando alcuna città difendevasi contro gli aggressori, faceva uso delle proprie forze e non di quelle del governo. Le contribuzioni delle province levavansi quasi sempre da straniere armate, e se qualche rara volta giugnevano a Napoli, erano dalla corte dissipate nel lusso e ne' piaceri, onde il pubblico tesoro trovavasi sempre esausto. Per ultimo mentre la guerra guastava tutto il regno dai confini degli Abruzzi al Faro di Messina, la nazione perdeva ogni abitudine militare, e non interveniva alle battaglie che per essere spogliata: creduta incapace di ogni resistenza, nulla da lei esigevano nè i suoi padroni, nè i suoi nemici; essa medesima credeva che più non le restasse nè onore da perdere, nè carattere da conservare; erasi finalmente rassegnata alle sofferenze ed alla vergogna.

In tale stato ritrovò il regno Carlo III di Durazzo quando lo conquistò. Egli diede prove all'istante dell'educazione guerriera che aveva ricevuta in Ungheria. I suoi costumi, il suo carattere niente avevano di comune con quelli dei mariti e degli amanti della regina, che avevano prima di lui governato il regno. In poco tempo vi ristabilì la pace nell'interno, e l'avrebbe ancora bentosto reso rispettabile anche al di fuori, se la sua spedizione in Ungheria e l'immatura sua morte, non avessero impedita l'esecuzione de' suoi progetti. Dopo di lui ricominciò l'anarchia, ed alle cagioni di ruina che precedettero il suo regno s'aggiunsero la guerra civile tra le due case di Durazzo e d'Angiò, e la minorità dei due pretendenti al trono.