Durante lo stesso periodo, nuovi principi avevano cercato di acquistare in Italia quell'autorità che gl'imperatori, i papi ed i re di Napoli andavano ogni giorno perdendo. La casa della Scala a Verona e quella de' Visconti a Milano, hanno potuto lusingarsi di condurre a termine questo progetto, e l'una e l'altra portarono alcun tempo le loro speranze fino alla corona d'Italia.

La casa della Scala fu la prima a formare così ambiziosi disegni, che nutrì in tutta la prima metà del secolo, e due volte, sotto Can Grande e sotto Mastino II, fece tremare l'Italia per la sua libertà.

Tra le nuove case che non possedevano feudi ereditarj, e coi maneggi sollevate si erano ad una sovranità che chiamavasi ancora tirannide, la casa della Scala era la più antica. Fino dal 1260 era succeduta alla potenza che il feroce Ezelino aveva in Verona, e da quell'epoca questa città ubbidì alla sua famiglia fino presso agli ultimi anni del quattordicesimo secolo. Ne' tempi in cui l'ambizione di Roberto, re di Napoli, e l'implacabile odio di Giovanni XXII, muovevano acerba guerra a tutti i Ghibellini, questa fazione rimasta priva di protettori per la rivalità dei due imperatori eletti, scelse per suo capo Cane della Scala, chiamato il grande. Colla sua abilità e collo straordinario suo coraggio fece Cane prosperare le armi ghibelline, ed in pochi anni occupò Padova, Vicenza, Treviso, e gran parte della Marca Trivigiana. Egli fu il solo del suo partito che non isperimentasse l'ingratitudine di Luigi di Baviera, e di già soprastava in ricchezze ed in potenza a tutti gli altri signori italiani, quando morì nel vigore dell'età, in mezzo alle sue conquiste. Mastino secondo, suo nipote, che gli successe nella signoria, lo pareggiò in accortezza ed in coraggio, e fu più di lui ambizioso; onde alla forza delle armi aggiunse la frode e la mala fede. Le circostanze lo favorirono. Giovanni di Boemia, che era comparso in Italia come il liberatore dei popoli, parve che non accettasse la volontaria sommissione delle città che per renderle più facile preda di Mastino della Scala. Questi unì all'eredità di suo zio Brescia, Parma, Modena e Lucca: le sue entrate superavano quelle di quasi tutti i sovrani d'Europa, e sembrava vicino l'istante da lui destinato a cingersi il diadema reale che aveva di già fatto apparecchiare. Ma il coraggio e l'energia de' Fiorentini fecero argine alle sue conquiste: sollevarono contro di lui Venezia e tutta la Lombardia; fecero ribellare Padova, conquistarono Treviso e Brescia, e non accordarono la pace a Mastino, che quando ebbe cessato d'essere formidabile.

In fatti, dopo la pace, Mastino, obbligato dalla rivoluzione di Parma a vendere ancora la signoria di Lucca, vide egli medesimo l'abbassamento della sua famiglia. Dopo la di lui morte i suoi figliuoli più non ebbero influenza in Italia, e se ottennero qualche celebrità non la dovettero che ai loro delitti. Si videro i due minori far assassinare il primogenito, cospirare in appresso l'uno contro l'altro, ed il più debole, tratto in prigione, esservi strozzato, dopo alcuni anni, per ordine del fratello che voleva assicurare ai proprj bastardi la paterna eredità. I medesimi delitti si rinnovarono nella seguente generazione. Un fratello, per regnare solo, fece uccidere l'altro, ma l'assassino scontò la pena dovuta a questa colpevole stirpe, quando, spogliato de' suoi stati da Giovan Galeazzo Visconti, fuggiasco, oppresso dalla miseria, morì di veleno.

La seconda casa che aspirò all'impero d'Italia, si rese egualmente odiosa con non minori delitti; ma più lungo tempo conservò i talenti ed alcune di quelle virtù che ingrandiscono e conservano gli stati. L'arcivescovo Ottone aveva il primo, in sul declinare del precedente secolo, innalzata la dinastia de' Visconti alla sovranità di Milano; e quand'egli venne a morte nel 1295, trasmise il suo potere al nipote Matteo, cui gl'Italiani diedero il soprannome di grande. Questo signore fu uno de' più risoluti campioni del partito ghibellino in Italia, e de' più formidabili nemici dei papi. Sperimentò in principio del secolo la volubilità della fortuna, e suo figliuolo Galeazzo, che gli successe, fu, vent'anni dopo, vittima dell'ingratitudine di Lodovico il Bavaro. Ma i Visconti appresero nelle disgrazie a trovare in sè medesimi maggiori sussidi: Azzone, figlio di Galeazzo, allevato come il padre nella scuola dell'avversità, si mostrò più virtuoso che tutti gli altri principi della sua famiglia. Riebbe la signoria di Milano dall'imperatore medesimo che l'aveva tolta a suo padre, vi aggiunse varie altre città, che fino allora avevano ubbidito a parziali signori, e consolidò il suo dominio fondandolo sulla stabile base dell'amore dei popoli. Il regno d'Azzone fu veramente glorioso, poichè questo principe rese cari colle virtù i suoi talenti, e non ismentì la sua moderazione in mezzo alle conquiste.

In mezzo della sua gloriosa carriera Azzone morì inaspettatamente, ed i due suoi zii, Lucchino e Giovanni, che gli succedettero, non seppero, gli è vero, meritarsi l'affetto de' sudditi, ma loro non mancarono i suoi talenti ed il suo coraggio. Questa dinastia ebbe il rarissimo vantaggio d'avere consecutivamente sei capi egualmente distinti. Tutti dovettero lottare contro l'avversa fortuna, e l'arcivescovo Giovanni Visconti, che morì l'ultimo nel 1354 aveva appreso, come i suoi predecessori, a conoscere gli uomini quand'era perseguitato ed esiliato. Egli assoggettò al suo potere Genova, Bologna e gran parte della Lombardia; tentò d'invadere la Toscana e lo stato della Chiesa, e forse, più che verun altro principe del 14.º secolo, trovossi vicino ad ottenere la sovranità dell'Italia. Per altro egli risvegliò la diffidenza de' suoi vicini colla dissimulazione e colla perfidia assai più che colle conquiste, ed i vizj medesimi per mezzo de' quali credeva di vincere, preclusero la strada alle sue vittorie, ed opposero un argine insormontabile alla di lui grandezza.

L'arcivescovo Giovanni fu l'ultimo della famiglia Visconti ch'ebbe qualche magnanimità di carattere; ma la passione delle conquiste, l'insaziabile desiderio di estendere il suo dominio, passò nei suoi successori, che non avevano le più brillanti qualità del suo carattere. La casa Visconti fino al suo ultimo rampollo, mai non rinunciò a' progetti ideati dai primi suoi capi per assoggettarsi l'Italia; in ultimo adoperò le arti della debolezza invece della forza, la perfidia ed i maneggi piuttosto che le armi; ma mirò costantemente allo stesso scopo.

Barnabò, Galeazzo suo fratello, e Giovanni Galeazzo, figliuolo dell'ultimo, che tutta raccolse la loro eredità, erano uomini non meno timidi che ambiziosi, che si resero esosi ai loro sudditi colla crudeltà, coll'avarizia, colle gabelle, e ruinarono le soggette province colle continue guerre. Sotto di loro fu distrutto il commercio, abbandonate le manifatture, trascurata l'agricoltura medesima, e molte fertili campagne della Lombardia che promettono al lavoro così ricche ricompense, rimasero deserte. I guasti de' soldati, ed il peso delle imposte soffocarono ogni industria. Per altro Barnabò e Giovanni Galeazzo, così cattivi economi della fortuna de' loro popoli, sapevano mantenere l'ordine nell'amministrazione delle proprie finanze; e fu questa la causa principale de' loro prosperi avvenimenti. Essi hanno potuto in ogni tempo erogare nelle guerre più vasti redditi che tutti i loro avversarj, e gl'impiegarono con mano liberale nel ricompensare i fedeli servitori, nel tenersi affezionati i piccoli stati deditizj, in fine nel procurarsi partigiani e traditori ne' consigli de' lori vicini o de' loro nemici. Mentre non risparmiavano l'oro per giugnere alla meta della loro politica, prendevansi cura di non dissiparli con insensate prodigalità; perciò trovavansi apparecchiati alla guerra quando i loro avversarj avevano di già esaurite le proprie forze, e sentivansi pressochè sicuri della vittoria qualunque volta giugnevano ad acquistar tempo.

Finchè era vissuto Galeazzo ed avea diviso con Barnabò l'amministrazione degli affari, i suoi particolari vizj avevano ritardati i progressi delle armi di Barnabò, non conoscendo egli l'economia del fratello e del figliuolo: l'amore del fasto e di un'apparente grandezza distruggeva le reali sue forze; erogò prodigiose somme nell'innalzare sontuosi edificj; e fu prodigo de' suoi tesori per unire la sua famiglia per mezzo d'illustri matrimonj ai monarchi d'Europa. Ma quando Giovanni Galeazzo, suo figliuolo, dopo avere aggiunti ai proprj stati quelli di Barnabò, ebbe ristaurate le finanze, dilatò in tutti i sensi i limiti del suo dominio, ed avrebbe indubitatamente fatta schiava tutta l'Italia, che omai più non aveva forza per resistergli, se un'immatura morte non lo sorprendeva nel colmo del suo ingrandimento.

Tali furono nel quattordicesimo secolo le principali rivoluzioni della Lombardia, le quali non hanno potuto condursi a termine che colla ruina di molti piccoli principi o tiranni, che ne' primi tempi di questo periodo regnavano in ogni città. Eransi successivamente veduti i Ponzoni ed i Cavalcabò spogliati della sovranità di Cremona, i Tornielli di Novara, i Fisiraga di Lodi, i Maggi ed i Brusati di Brescia, i Langusco ed i Beccaria di Pavia, gli Scotti ed i Landi di Piacenza, i Pelavicini di san Donnino, i Correggi ed i Rossi di Parma, ed intorno allo stato de' Visconti omai non rimanevano signori indipendenti, che i conti di Savoja ed i marchesi di Monferrato a ponente, e dalla banda di levante i Gonzaga, successori dei Bonaccorsi, i marchesi d'Este di Ferrara, ed i Carrara di Padova.