Gli stati del papa, non meno che quelli della Lombardia, fertili di tiranni, avevano veduto nella medesima età sorgere e perire molte case sovrane. Quella dei Polenta a Ravenna erasi sola sottratta alle generali rivoluzioni, e da lungo tempo signoreggiava quella città senza merito e senza gloria, dimenticata dalla storia, come dai conquistatori che mai non l'attaccarono. Tale non era la sorte de' Malatesti, signori di Rimini: la fama del piccolo loro stato non era in verun modo proporzionata alla di lui estensione, popolazione, o ricchezze, ma bensì al numero de' grandi capitani usciti da questa sola famiglia, che tanta gloria procacciarono al nome de' Malatesti. Vero è che non si sottrassero al contagio della falsità e della perfidia; vizj comuni ai piccoli tiranni; vizj di cui la pubblica voce accusava specialmente i Romagnoli. Ma se talvolta rassomigliarono agli altri signori, mostrarono ancora le virtù che gli altri non avevano; innalzarono la loro riputazione al di sopra di tutti i principi del loro paese, e s'apparecchiarono per tal modo ad essere nel susseguente periodo i protettori delle scienze e delle arti.
Dopo avere riepilogate le rivoluzioni delle case principesche nel quattordicesimo secolo, vediamo adesso quale fu la sorte delle repubbliche. Venezia, la più antica e la più illustre, aveva data nuova forma al suo governo. Tutti i diritti del popolo erano stati trasmessi ad un consiglio, prima rappresentativo, e poco dopo ereditario. La nobiltà, sola sovrana dello stato, aveva con estrema gelosia allontanato il popolo da tutti i pubblici affari, e, non meno che del popolo, gelosa del capo della nazione, in ogni nuova elezione del doge aveva sempre più ristretti i limiti dell'autorità ducale. Una rigorosa aristocrazia amministrava la repubblica colle virtù dei grandi principi piuttosto che con quelle de' popoli liberi. Un'immutabile costanza ne' suoi progetti, una fermezza superiore ai più grandi rovesci, una saggia economia in mezzo a grandi ricchezze, un impenetrabile segreto, ed una politica non traviata dalle passioni, erano le distintive qualità del senato di Venezia. Ma presso di lui non vedevansi i generosi movimenti de' popoli liberi, la giusta indignazione contro la falsità, la clemenza verso il vinto nemico, il sagrificio de' proprj vantaggi alla speranza, e talvolta al lusinghiero sogno di un bene generale. La repubblica di Venezia, circondata da tiranni, lottava contro di loro colle loro armi.
Venezia non ebbe parte alle guerre eccitate da Enrico VII e da Lodovico di Baviera, e non cominciò ad immischiarsi negli affari del continente d'Italia, che quando Mastino della Scala dilatò i suoi confini fino alle lagune, e spinse ancora più in là le sue pretese. La repubblica si associò allora ai Fiorentini per umiliare questo signore, ma quand'ebbe conquistato Treviso, ristabiliti in Padova i Carrara, ed allontanati gli Scaligeri da' suoi confini, fece con questi la pace senza curarsi che i Fiorentini avessero il debito compenso.
Malgrado questa prima guerra continentale e l'acquisto di Treviso, i Veneziani non s'interessavano ancora che assai debolmente per quel paese che dal campanile di san Marco avevano sempre sotto gli occhi. Il mare era il loro elemento, ed oltre i suoi confini andavano essi a cercare alleati e nemici. Il commercio della Tartaria accese, circa nella metà del secolo, la guerra tra essi ed i Genovesi: era questa la terza ch'essi sostenevano contro quest'emula nazione; strascinarono nella medesima i Greci e gli Arragonesi, e fiumi di sangue furono versati dai due popoli sulle coste della Grecia e della Sardegna; ma parve che i Genovesi fossero in complesso i vincitori. Una guerra continentale tenne dietro immediatamente alla marittima, e fu ancora meno fortunata: gli Ungari privarono Venezia di tutta la Dalmazia.
Pareva che la repubblica si fosse rincorata in vent'anni di pace quasi costante, quando una rivoluzione, accaduta nell'impero greco, riaccese una quarta guerra marittima coi Genovesi. Le forze di Venezia si esaurirono intorno alle mura di Chiozza, e la pace di Torino privò Venezia di quanto possedeva nel continente d'Italia. Ma venuto a morte Luigi d'Ungheria, di cui ne avevano sperimentata la potenza, si vide in istato di rialzarsi. Allora si vendicò degli alleati di questo monarca, assecondando l'ambizione di Giovanni Galeazzo, invece di porvi ostacolo; ricuperò col di lui ajuto il territorio di Treviso, ed aspettò dallo spirito pubblico, e dal coraggio de' Fiorentini i sagrificj ch'ella doveva fare.
Allora sembrò che Venezia si allontanasse dalla sua consueta saviezza; ma la sua fortuna la servì meglio contro Giovanni Galeazzo, di quel che avrebbe potuto farlo la sua prudenza. Questo pericoloso vicino morì nell'istante in cui forse non poteva più essere vinto, ed i Veneziani si trovarono ne' primi anni del seguente secolo più potenti contro i suoi eredi, perchè non avevano consumate le loro forze contro di lui medesimo.
L'eterna rivale di Venezia, la repubblica di Genova, era animata da uno spirito affatto diverso, e sperimentava un'affatto diversa fortuna. I nobili di questo stato, non meno ambiziosi di quelli di Venezia, non avevano non pertanto pensato a stabilire nella loro patria una regolare aristocrazia, ma piuttosto ad esercitare sopra la medesima un'influenza oligarchica. Le loro fortezze, i loro vassalli, i numerosi loro clienti, loro ispiravano il sentimento delle proprie forze ed il desiderio dell'indipendenza. Sentivansi troppo forti isolatamente per voler essere confusi in un senato, ove l'individuo scompariva fa faccia all'universalità. L'ambizione non era la sola passione che turbasse la repubblica, che le gelosie ed i privati odj provocavano ogni giorno nuove guerre civili. Uomini di uguale carattere sorgevano tra i borghesi per essere loro rivali. Il governo in mezzo alle loro animosità ed alle loro zuffe non poteva acquistare stabilità, ed era forzato a cambiare ogni giorno partito, forma e piano di condotta. Le più violenti e repentine rivoluzioni toglievano alla repubblica l'influenza che avrebbe potuto acquistare sul rimanente dell'Italia, e la nazione consumava contro di sè medesima tutte le proprie forze. La sua popolazione, le sue ricchezze venivano distrutte dalla guerra civile; s'incenerivano i palazzi della capitale, si guastavano le campagne, ed il commercio era incagliato o distrutto. Ma questo popolo, che sembrava animato per la propria ruina, non lasciava di essere formidabile quando volgeva le sue forze contro esterni nemici. L'impetuoso valore de' Genovesi rimaneva vittorioso in ogni lotta a fronte della politica de' Veneziani.
In principio del quattordicesimo secolo una violenta guerra civile era stata calmata dalla venuta d'Enrico VII, e per la prima volta la repubblica si era sottomessa ad uno straniero sovrano. Dopo la morte d'Enrico VII un partito contrario a quello che lo aveva chiamato diede Genova in mano di Roberto, re di Napoli, ed una nuova guerra civile, una guerra che avrebbe potuto ruinare il più potente impero, ebbe origine da questo cambiamento. Genova in mezzo alle sue burrasche ricuperò la perduta indipendenza, ma nel 1339 una nuova lite successe alle antiche, il popolo scacciò i nobili, creduti cagione delle precedenti turbolenze; si diede un capo col titolo di doge, e sotto la di lui condotta mostrò un nuovo vigore.
Un fiorente commercio riparò ben tosto i disastri della guerra civile. I Genovesi fecero rispettare il nome latino sul mar Nero; posero in salvo contro i Greci l'indipendenza della loro colonia di Pera; umiliarono i Veneziani ed i Catalani nella terza guerra marittima: ma nel mezzo di questa guerra si lasciarono scoraggiare da una disfatta, da cui seppero rifarsi da sè stessi; sagrificarono per la terza volta la loro indipendenza sottomettendosi volontariamente all'arcivescovo Visconti, il più potente signore dell'Italia.
La loro sommissione era condizionata, ed i nipoti dell'arcivescovo, suoi successori, violando le condizioni del contratto, diedero giusto motivo ai Genovesi di sottrarsi alla loro dipendenza. Godettero alcun tempo moderatamente della ricuperata libertà, illustrarono la loro domestica pace con una gloriosa guerra in Cipro; ma poco dopo, strascinati nella guerra di Chiozza, provarono i rovesci prodotti dai loro prosperi avvenimenti e dall'imprudente loro ardire. Dopo la pace coi Veneziani le interne fazioni vennero alle mani con nuovo accanimento: le rivalità tra i popolani avevano preso il luogo di quelle dei grandi, si riaccesero sanguinose guerre, subite rivoluzioni distrussero la forza del governo, ed il popolo snervato dalle fatiche, chiamò per la quarta volta un padrone straniero, e si assoggettò volontariamente alla Francia.