Fiorenza, non meno potente di Venezia e di Genova, figurò ancora più nobilmente nella storia dell'Italia, perchè questa repubblica continentale era attaccata da tutte le sue relazioni alla contrada nel di cui centro trovavasi collocata, mentre le due repubbliche marittime portavano quasi sempre al di là dei mari tutta la loro attenzione ed i loro sforzi. L'intera politica dell'Italia si disaminava ne' consiglj di Firenze, e questo popolo, tanto zelante per la libertà, manteneva colla sua quella dell'intera nazione di cui era parte. Sembra essere stato il solo a concepire l'importanza dell'equilibrio politico, ed a calcolare i pericoli di una monarchia universale.

Firenze in tutto il quattordicesimo secolo ebbe un governo veramente democratico; non perchè il popolo avesse tutto il potere nelle sue mani, o perchè potesse a posta sua cambiare la costituzione; ma perchè aveva tutta la possibile influenza nell'amministrazione, e forse ancora più che non conviene di lasciargliene. La maggior parte de' cittadini di tutti gli ordini era chiamata a vicenda alle prime cariche; i consiglj, numerosi e popolarmente composti, rappresentavano costantemente il voto della nazione; e se trovavasi nel popolo un partito contrario al governo, è perchè in tutte le libere discussioni vi debbe essere una minorità, e che l'intera nazione deliberava come un consiglio di stato intorno ai pubblici affari.

Gli storici fiorentini, le nostre più sicure guide nella storia d'Italia, ci hanno talmente iniziati in tutte le più minute circostanze dell'amministrazione e della politica di questa repubblica, ci fecero così ben conoscere tutte le passioni del popolo e tutti i sentimenti degl'individui, che nel corso d'un secolo abbiamo dovuto vedere più volte i colpevoli attentati di alcuni cittadini, o gli errori dei capi della nazione. Ma volgendo al presente uno sguardo su tutto il secolo, e riunendo le nostre memorie, troveremo senza dubbio la condotta dei Fiorentini giusta, nobile e generosa in tutto il corso di questo periodo più che quella di verun altro stato, e saremo costretti di convenire che il più libero popolo dell'Italia, complessivamente considerato, era pure il più saviamente governato.

Cominciando il quattordicesimo secolo scoppiò in Firenze la sciagurata lite de' Bianchi e de' Neri, e l'esilio de' Bianchi fu una profonda ferita fatta alla repubblica. Non pertanto quando Enrico VII entrò in Toscana, la sola Firenze non si lasciò intimidire dall'autorità imperiale; formò una lega guelfa contro il tedesco monarca, gli creò nemici in Lombardia ed in Roma, sfidò la sua potenza quand'erasi accampato alle di lei porte, e se l'Italia non fu di nuovo ridotta alla condizione di provincia dell'impero germanico, se non fu privata della sua libertà e sottomessa ad uno straniero padrone, alla sola Firenze devesene tutta la gloria.

Due anni dopo la morte d'Enrico VII, tutte le forze dei Fiorentini e dei loro alleati furono disfatte a Montecatini da un generale Ghibellino; ma lungi dall'essere ridotti ad una vergognosa pace da così gran lotta, gli sforzi fatti da loro per vendicarsene fecero tremare i loro nemici.

Castruccio, il più formidabile avversario della repubblica fiorentina, attaccò in appresso Firenze: i soldati da lui formati lo risguardavano come il più grande generale del secolo, ed erano da lui condotti sempre a nuove vittorie. Nel suo regno di dieci anni, Castruccio, appoggiato dai Visconti e da Lodovico di Baviera, espose Firenze a grandi rischi, e le cagionò grandi perdite. Ma la fortuna delle monarchie è appoggiata alla vita d'un uomo, e quella delle repubbliche non si spegne mai. Castruccio morì, e le conquiste da lui fatte caddero in potere de' Fiorentini.

Mentre l'Italia era lacerata dalle fazioni e dalle guerre civili, due uomini, che s'annunciavano come pacificatori, fecero una rapida fortuna. Il legato Bertrando del Pogetto e Giovanni re di Boemia adunarono i Guelfi ed i Ghibellini, i partigiani dell'impero e quelli della chiesa, e fondarono un nuovo dominio che pareva doversi stendere su tutta l'Italia. I soli Fiorentini non furono sedotti dalle promesse e dalle interessate negoziazioni di questi due uomini; essi svelarono i loro segreti progetti; chiamarono a prendere le armi gli stati minacciati; si collegarono coi principi ghibellini, loro ereditari nemici, dimenticando un antico odio per un interesse presente e pubblico, e rovesciarono la nuova signoria innalzata in pochi anni.

Mastino della Scala erasi arricchito colle spoglie del re Giovanni; ma l'ingratitudine di questo signore costrinse i Fiorentini a venire contro di lui alla via delle armi; formarono per superarlo una nuova lega, spogliandolo di parte de' suoi stati, ed incaricando la dinastia guelfa dei Carrara, cui restituirono Padova, di tenere gli occhi aperti sugli ambiziosi disegni del signore di Verona.

Mastino vendicossi de' Fiorentini quando offrì loro di vender Lucca. La guerra che dovettero sostenere contro i Pisani pel possedimento di questa città, la disfatta delle loro truppe, e la perdita di Lucca quando ne avevano di già pagato il prezzo, furono i minori disastri di questa guerra, la quale precipitò i Fiorentini sotto la tirannide del duca d'Atene. Altra volta avevano essi dato un capo, o protettore alla loro repubblica, col titolo di signore; ma questa fu la prima volta che si assoggettarono ad un padrone. Per altro non gli rimasero lungo tempo soggetti: una tirannide di undici mesi bastò a stancare la pazienza del popolo ed a riunire tutti gli ordini dello stato contro il tiranno, che venne rovesciato quando fu unanime il voto della nazione.

Indebolita dal governo del duca, sotto il quale perdette tutte le sue conquiste, dalla carestia, in tempo della quale diede così luminose prove di generosità, e più ancora dalla terribil peste del 1348, pure la repubblica fu la prima che potesse frenare l'ambizione dell'arcivescovo di Milano. Tutte le forze di questo signore vennero nel 1351 a coprirsi di vergogna innanzi a Scarperia.