Negli anni successivi Firenze conchiuse coll'imperatore Carlo IV un trattato non meno onorevole che vantaggioso. Sola di tutti gli stati d'Italia ebbe il coraggio di ricusare ogni accomodamento colla grande compagnia de' soldati avventurieri, e due volte li costrinse ad uscire dal suo territorio. Senza porti e senza marina protesse la libertà dei mari e fece rispettare la bandiera adottata dai suoi mercanti; finalmente in mezzo agli orrori della peste sostenne contro Pisa una gloriosa guerra, che terminò dettando essa le condizioni di una giusta ed onorevole pace.
Un'odiosa intrapresa dei legati della santa sede contro Firenze gettò questa repubblica nel partito opposto alle sue antiche alleanze. Doveva gastigare i luogotenenti del papa di un atto della più nera ingratitudine, della più rivoltante perfidia; e lo fece con una grandezza di lei degna, abbracciando la causa di tutti i popoli che gli stessi uomini avevano traditi od oppressi. Proclamò la libertà delle città vassalle della Chiesa, ed in pochi mesi rovesciò la potenza di coloro che l'avevano offesa, e restituì a trenta popolazioni quella medesima libertà di cui essa godeva.
Appena ultimata questa guerra, una congiura pose per alcun tempo il governo in mano del popolaccio, e sospese per tutto quel tempo il suo vigore e la sua energia; ma in breve si rialzò da questo assopimento, e fu il solo in Italia che avesse il coraggio e la forza d'entrare in guerra contro Giovanni Galeazzo Visconti, e di porre con un'ostinata resistenza insormontabili confini alla sua ambizione.
In un secolo abbondante di rivoluzioni, in un secolo in cui l'ambizione, scatenata in tutti gli altri stati, adoperava senza scrupolo gli artificj della viltà e della frode per ingrandirsi, tale fu la condotta sempre aperta, sempre giusta, sempre coraggiosa, e nel tempo medesimo sempre savia di una prudente repubblica, in cui la prima magistratura non durava che due mesi ed ove un migliajo di cittadini disaminavano sempre i pubblici affari. La gloria nazionale è veramente la proprietà d'un popolo, quando è, come a Firenze, il frutto delle virtù di tutti piuttosto che la ricompensa dell'abilità del governo, e questa nazione può di pieno diritto andar superba della sua condotta, allorchè mutando continuamente capi, pure conservasi sempre ferma ed irremovibile in una sempre gloriosa carriera.
La repubblica di Firenze trovò una fedele alleata in quella di Bologna, per tutto il tempo che questa si mantenne indipendente; ma i Bolognesi erano meno attaccati che i Fiorentini alla loro libertà, o furono meno fortunati nel difenderla. Erano indeboliti da più violenti fazioni, ed i loro capi manifestavano mire più personali nell'uso della vittoria, e una più implacabile vendetta verso i vinti.
I vantaggi ottenuti dai Ghibellini sui Guelfi, quando i primi erano diretti da Castruccio e da Azzone Visconti, persuasero l'anno 1327 i Bolognesi a porsi sotto la protezione di Bertrando del Pogetto, legato del papa, siccome i Fiorentini avevano implorata quella del duca di Calabria. Ma la tirannide del legato durò sette anni, ed ebbe tutto il tempo d'introdurre la corruzione in tutte le parti della repubblica. Invano i Fiorentini ajutarono Bologna a scuotere il giogo, che non ottennero di renderle quello spirito fiero ed indipendente che l'avrebbe conservata libera.
Questa repubblica, snervata da uno straniero padrone, più non ebbe mezzi di difendersi contro l'ambizione di uno de' suoi cittadini, reso pericoloso dalle sue immense ricchezze. Nel 1337 si pose sotto la sovranità di Taddeo de' Pepoli, ed i suoi figliuoli la vendettero l'anno 1350 all'arcivescovo di Milano. Un tiranno più crudele, Giovanni Visconti d'Oleggio, gli successe nel 1355. I Fiorentini tentarono inutilmente, in varie circostanze di liberare i loro fratelli, ma i Bolognesi non ebbero bastante coraggio per assecondarli; essi altro non ambivano che di passare sotto il dominio della Chiesa, e vi tornarono in fatti, ma dopo avere perduta la loro popolazione, le ricchezze loro, e ciò che più non potevano riacquistare, l'antico loro carattere. Furono essi gli ultimi ad unirsi a' Fiorentini in tempo della generale rivoluzione degli stati della Chiesa, ed i primi a firmare una pace parziale colla medesima. In appresso lo scisma rese loro quella libertà che per sè soli non erano capaci di riavere; rientrarono in allora nell'alleanza de' Fiorentini, e li secondarono contro Giovanni Galeazzo, ma verso la fine del secolo soggiacquero un'altra volta agl'intrighi ed all'ambizione di un loro concittadino; e la tirannide di Giovanni Bentivoglio aprì la via al duca di Milano per occupare di nuovo la loro città.
Nel precedente secolo, Lucca era stata la costante alleata di Firenze; ma nel quattordicesimo questa città addetta ad una fazione nemica, pagò pochi anni di gloria con una lunga infelicità. Fino al 1314 i Lucchesi eransi conservati fedeli al partito guelfo ed agli antichi loro alleati. Castruccio, richiamato quest'anno da' suoi concittadini, aprì le porte della sua patria ad Uguccione, capo dei Ghibellini, al quale dopo due anni successe egli medesimo. Innalzato al supremo potere dalla confidenza meritata dal suo partito, creò la gloria delle armi lucchesi, che poi si spense alla di lui morte. Egli estese le sue conquiste al di là di Sarzana, nella riviera del Levante; sottomise Pistoja, Volterra e Pisa, e corse tutto il territorio fiorentino, ove niuno ardì resistergli. Lodovico di Baviera, che in lui riconosceva il più valoroso campione dell'impero, lo creò senatore di Roma, e volle, quando fu coronato imperatore, che Castruccio gli cingesse la spada imperiale. Per ricompensarlo eresse i suoi stati in ducato, distinzione che gl'imperatori non avevano ancora accordata ad alcun altro: ma tanta grandezza, tanta gloria svanirono all'istante alla morte di Castruccio. I suoi figliuoli furono spogliati della paterna eredità e mandati in esilio, tutte le città da lui soggiogate vennero in potere de' suoi nemici, e la stessa Lucca, venduta e rivenduta dai Tedeschi, rimase successivamente soggetta a Gherardino Spinola, a Giovanni di Boemia, a Mastino della Scala, ai Fiorentini ed ai Pisani. Dopo cinquantacinque anni di servitù, nel 1369, i Lucchesi riacquistarono finalmente la libertà dall'imperatore Carlo IV. Negli ultimi trent'anni del secolo cercarono di rimediare in silenzio ai mali che avevano sofferti. Troppo deboli e troppo poveri per figurare nella lega guelfa, cui si erano di nuovo attaccati, non richiamarono la nostra attenzione, che quando, soccombendo alla peste che desolava la loro città, ebbero la sventura, l'ultimo anno del secolo, di essere ridotti in servitù da un usurpatore senza talenti.
Siena che nel XIII secolo era stata la rivale di Firenze, che aveva offerto un asilo agli emigrati ghibellini, e gli aveva in seguito ristabiliti trionfanti nella loro patria, Siena fu nel quattordicesimo secolo quasi costantemente fedele alla fazione guelfa e quasi sempre alleata de' Fiorentini. Ma i Sienesi in tutto questo periodo di tempo ebbero pochissima influenza sugli altri paesi d'Italia, e se talvolta richiamarono la nostra attenzione, non fu che per le passioni politiche onde furono agitati, e che vestirono nella loro città un particolare carattere. Ogni partito sembrava che avesse in Siena una più pronunciata tendenza verso l'oligarchia, ed una più ingiusta gelosia contro tutti gli altri ordini de' cittadini. L'oligarchia mercantile, che fu la prima ad avere le redini del governo dal 1283 al 1355, inspirò forse questo carattere alla nazione colle cure che si prese per escludere il popolo da ogni potere. L'ordine dei nove fu trattato ingiustamente dopo la sua espulsione, perch'egli stesso aveva ingiustamente trattati tutti gli altri ordini. I dodici, che subentrarono nel luogo dei nove, i riformatori e l'ordine del popolo, che altro più non erano che una fazione, vollero tutti governare soli. Frattanto la repubblica era diventata il patrimonio delle ultime classi della società; i vizj del popolaccio, il suo inconsiderato impeto, la sua credulità, la sua indifferenza per le leggi dell'onore, si comunicarono al governo, il quale si staccò per i suoi falli medesimi da tutti i suoi alleati naturali, e, confidando piuttosto in un tiranno che in un popolo libero, cadde in sul finire del secolo ne' lacci che gli aveva tesi il duca di Milano.
La libertà di Perugia soggiacque nella stessa epoca agli stessi artificj, e nel modo medesimo che quella di Siena. Avanti la metà del quattordicesimo secolo, questa città erasi sordamente fatta ricca in seno della libertà. La sua alleanza con Firenze le fece alcun tempo occupare un distinto rango tra le città guelfe d'Italia, che si univano per difendere la libertà. Ma una certa ferocia che i Perugini manifestarono nelle loro fazioni, esaurì ben presto con torrenti di sangue le forze della repubblica. Un nuovo Catilina cospirò non contro la libertà, ma contro l'esistenza della sua patria. Dopo di lui, altri faziosi cercarono nelle guerre civili piuttosto la vendetta che il potere. I Perugini vennero violentemente staccati dall'alleanza dei Fiorentini, e subito dopo oppressi e snervati dalla stanchezza del loro furore si assoggettarono volontariamente a Giovanni Galeazzo.