Cosimo de' Medici si era attaccato coi vincoli del sangue questa così ricca e numerosa famiglia, il di cui credito poteva riuscire molto utile o molto pericoloso. Aveva fatta sposare sua nipote, Bianca, sorella di Lorenzo e di Giuliano, a Guglielmo de' Pazzi, figlio di Antonio e nipote di Andrea[90]. Lorenzo aveva tenuta una politica tutt'affatto contraria, mirando a ruinare quella famiglia, o per lo meno ad impedire l'accrescimento della sua fortuna; e perchè Giovanni dei Pazzi, cognato di sua sorella, aveva sposata l'unica figlia ed erede di Giovanni Borromei, cittadino a dismisura ricco, Lorenzo fece emanare una legge, quando venne a morte il Borromei, in forza della quale i nipoti di sesso maschile erano preferiti alle figlie nell'eredità di un padre morto ab intestato, e diede a questa legge un effetto retroattivo, sicchè il Pazzi perdette l'eredità di suo suocero, che non aveva creduto necessario di fare un testamento in favore dell'unica sua prole[91].
Di tre figliuoli d'Andrea Pazzi, il solo che ancora vivesse era Jacopo, che non aveva avuto moglie. Nel 1469 era stato gonfaloniere di giustizia, ed il popolo l'aveva creato cavaliere, ma dopo quest'epoca Lorenzo de' Medici erasi adoperato per escludere i Pazzi dalla signoria, ad eccezione di Giovanni, cognato di sua sorella, che aveva seduto una sol volta tra i priori nel 1472[92]. Quest'esclusione era tanto più offensiva, che a quest'epoca eranvi nove uomini di questa famiglia in età d'esercitare le magistrature; che questi occupavano il primo rango tra i cittadini, e che tutte le elezioni dipendevano unicamente da Lorenzo de' Medici.
Francesco Pazzi, il maggiore de' cognati di Bianca de' Medici, non potè più oltre soffrire che un uomo prendesse il luogo della patria, che accordasse o ricusasse come un favore ciò che a tutti era dovuto, e che esigesse riconoscenza da coloro cui egli ne andava debitore, poichè si rendeva potente col loro credito e s'arricchiva col loro danaro. Egli andò a soggiornare in Roma, ove teneva uno de' principali suoi banchi di commercio; papa Sisto IV lo scelse per suo banchiere di preferenza ai Medici, e questo pontefice, come suo figlio Girolamo Riario, formarono bentosto con lui intime relazioni.
Quanta era la gelosia che i cittadini fiorentini nudrivano contro la casa dei Medici, altrettanto era l'odio che covavano contro la medesima Sisto IV e Girolamo Riario, risguardandolo quale potente ostacolo ai loro progetti d'ingrandimento. Non aveva Sisto dimenticati gli ajuti dati a Niccolò Vitelli, signore di Città di Castello, nè la lega formata nel nord dell'Italia, nè le negoziazioni intavolate da Lorenzo per impedire che Girolamo Riario facesse l'acquisto d'Imola. Girolamo dal canto suo temeva che alla morte del papa i Medici non lo spogliassero facilmente d'una sovranità che sarebbe mancata d'appoggio; onde desiderava rendere a Firenze la sua libertà, per porsi in appresso sotto la protezione di questa repubblica. Francesco de' Pazzi, che familiarmente conversava con Sisto e col Riario, avvelenava il loro odio coll'unione del proprio, ed andava con loro cercando i mezzi di mettere fine ad un'usurpazione che ogni giorno acquistava maggior vigore[93].
La passata storia della repubblica non permetteva di sperare alcuna buona riuscita dai tentativi degli emigrati, che anzi un'esterna aggressione, lungi dallo scuotere il governo, lo rendeva più stabile, dandogli cagione d'imprigionare o d'esiliare i suoi segreti nemici, e d'impiegare le forze dello stato con maggiore energia. Affatto inutile vedevasi pure lo sperimento di una riforma legale, perciocchè quando pure si fosse trovato fra tanta corruttela de' consiglj un uomo abbastanza coraggioso per riclamare a nome delle leggi il mantenimento della libertà, il suo attaccamento alla buona causa non avrebbe avuto altro risultamento che l'immediata sua ruina. I Medici più non erano sottomessi alle leggi, nè a verun tribunale, ed ogni ricorso contro di loro non avrebbe servito che ad indicar loro nuove vittime. Un subito sollevamento in città riusciva ugualmente impraticabile, perchè la vigilanza del governo avrebbe ai Pazzi impedito di adunare armati nella propria lor casa i cittadini del loro partito, o i contadini dei loro poderi. E quando ancora si fossero potuti celare ai Medici i primi movimenti di un ostile attruppamento, trovandosi essi padroni del palazzo, delle porte della città e di tutti i luoghi forti, ed essendo loro clienti tutti i giudici e tutti i magistrati, sarebbersi rovesciate addosso ai loro nemici tutte le forze militari dello stato e tutto l'imponente apparato della giustizia. Altra via perciò non restava a scegliersi che quella di una congiura; perciocchè si era ben sicuri, che, spenti i due Medici, i cittadini, che tremavano innanzi a loro, si affretterebbero di condannarne la memoria e di riconoscere come un atto della pubblica vendetta l'attentato de' loro uccisori. Il recente esempio della congiura di Milano, lungi dallo scoraggiare i cospiratori, poteva ispirar loro confidenza, perchè aveva dimostrato come fosse facile il privare di vita un tiranno; che se il popolo di Milano non si era dopo il fatto sollevato, poteva allegarsi che riconosceva Galeazzo Sforza, comunque odioso per i suoi mali portamenti, per suo legittimo sovrano, mentre i Medici non osavano essi medesimi di confessare apertamente che si credevano di un rango superiore a quello degli altri Fiorentini.
Gli spiriti erano di già esacerbati da vicendevoli offese, ed i nemici dei Medici di già si disponevano a congiurare, quando recenti ingiurie loro procurarono alleati che non isperavano. Dall'una parte essendo morto Filippo de' Medici, arcivescovo di Pisa, Sisto IV gli sostituì Francesco Salviati, parente di un Jacopo Salviati, che i Medici avevano fatto dichiarare ribelle[94]. Essi ricusarono di riconoscere il nuovo prelato, e gli negarono il possesso del suo arcivescovado. D'altra parte Carlo di Montone, figliuolo di Braccio, uno de' ristauratori dell'arte militare in Italia, essendosi egli stesso guadagnata qualche riputazione nelle armi, volle tentare di ricuperare l'autorità che suo padre ebbe in Perugia. Terminata la sua condotta coi Veneziani, era passato a Firenze, dove aveva ragunate alcune compagnie d'uomini d'armi. Ma quando aveva saputo che i Fiorentini avevano rinnovata la loro alleanza con Perugia, aveva rinunciato alla sua intrapresa contro quella città, e rivolte le sue armi contro la repubblica di Siena, colla quale Firenze non era in guerra, ma che pure desiderava di vedere umiliata. Carlo di Montone, nella state del 1477, prese molti castelli ai Sienesi, dai quali riclamava il pagamento di un debito contratto verso suo padre; e perchè aveali trovati non apparecchiati a difendersi, erasi lusingato di sottomettere questa repubblica; ma i Fiorentini avevano bensì permesso di recare qualche danno ai loro vicini che non amavano, ma non volevano perciò che si accendesse una guerra ai loro confini: sforzarono quindi Montone ad abbandonare la sua intrapresa, ma la repubblica di Siena non lasciò per questo di conservare un profondo risentimento per essere uscita dagli stati fiorentini l'armata che aveva invaso il loro territorio[95]. Per vendicarsi strinse alleanza col papa e col re di Napoli[96], mentre dal canto suo Sisto IV adunò una piccola armata ai confini dello stato fiorentino, sotto colore di assediare il castello di Montone e di castigare in tal modo il capitano, che aveva di fresco turbata la tranquillità[97].
Frattanto tra Francesco de' Pazzi e Girolamo Riario si convenne di mandare ad esecuzione il progetto del cambiamento del governo di Firenze e dell'uccisione dei Medici; e ne diedero parte all'arcivescovo Salviati che sapevano irritato da fresche ingiurie, e che realmente abbracciò con ardore il mezzo che gli offrivano di vendicarsi. Francesco Pazzi venne poscia a Firenze per associare alla congiura suo zio Jacopo, il capo della famiglia; ma egli vi trovò più difficoltà che non aveva creduto. Giovan Battista di Montesecco, condottiere abbastanza riputato ai servigj del papa, e confidente di Girolamo Riario, venne pure spedito presso questo vecchio magistrato per persuaderlo. Il Montesecco era venuto in Toscana quale incaricato di una finta negoziazione con Lorenzo de' Medici, e prima di partire aveva avuto un'udienza dal papa, che offriva tutte le sue forze in appoggio della congiura[98]. Fu quest'adesione del papa alla trama, che finalmente strascinò Jacopo dei Pazzi; acconsentì in allora di stare a quanto per lui farebbe suo nipote in Roma. In fatti Francesco vi era tornato per maturare i suoi progetti di concerto col papa, col conte Riario e coll'ambasciatore di Ferdinando, che dal canto suo prometteva una possente cooperazione. Si convenne che sotto pretesto di attaccare Montone, si adunerebbe un'armata pontificia nello stato di Perugia; che Lorenzo Giustini di Città di Castello, il rivale di Niccolò Vitelli, farebbe leva di soldati, sotto colore di proseguire la sua lite; che Gian Francesco di Tolentino, uno de' condottieri del papa, passerebbe colla sua truppa in Romagna, e che Francesco de' Pazzi, l'arcivescovo Salviati e Giambattista di Montone tornerebbero a Firenze per accrescere il numero de' congiurati, e trovare l'istante di opprimere nello stesso tempo i due fratelli[99].
Tra coloro che si obbligarono ad assecondare il Pazzi ed il Salviati, contavasi Jacopo, figlio di quel Poggio Bracciolini, celebre scrittore, cui andiamo debitori di una storia fiorentina; e lo stesso Jacopo era autore di alcune erudite opere[100]. Vi si trovavano inoltre due Jacopi Salviati, fratello l'uno, l'altro cugino dell'arcivescovo; Bernardo Bandini e Napoleone Francesi, giovani audacissimi ed affatto ligi alla casa dei Pazzi; Antonio Maffei, prete di Volterra e notajo apostolico, e Stefano Bagnoni, altro prete che insegnava la lingua latina ad una figlia naturale di Jacopo Pazzi. Tutti i membri della famiglia di quest'ultimo non presero parte alla trama; Renato uno de' cinque fratelli, figlio di Pietro, ricusò con fermezza di entrarvi e ritirossi in campagna onde non essere confuso coi cospiratori[101].