I fratelli Sforza trattenevansi a mensa cogli altri capi del loro partito, quando ebbero avviso dell'arresto di Donato dei Conti. Uscirono precipitosamente dal loro palazzo, chiamando il popolo alle armi; subito molta gente si adunò intorno a loro, e gli ajutò ad impadronirsi di porta Tosa. Roberto di Sanseverino ed Ottaviano Sforza vollero attaccare il palazzo, ed affezionarsi il popolaccio, abbandonandogli il tesoro ed il magazzino del frumento, che trovavansi nel medesimo. Il duca di Bari e Lodovico il Moro vi si opposero. Di già la duchessa, ch'erasi rifugiata nella cittadella, aveva promesso di lasciare in libertà Donato de' Conti; ma in questo frattempo i di lei amici le furono tutti intorno, e gli amici dei suoi cognati si andavano scoraggiando. Roberto di Sanseverino, Ibletto ed Ottaviano tentarono nuovamente d'ammutinare il popolo, scorrendo la città, e facendo gridare: a morte i forestieri! Ma i fratelli Simonetta, che venivano indicati sotto tal nome, non erano dai Milanesi odiati, e nissuno prese le armi. All'indomani tutti questi capi uscirono di buon mattino dalla città per la porta di Vercelli. Roberto da Sanseverino ed Ibletto de' Fieschi non si fermarono, finchè non si credettero in salvo nel territorio d'Asti. Giunti al confine di quello stato, Ibletto, oppresso dalla fatica, entrò in un albergo per riposarsi, e vi fu arrestato. Roberto andò più oltre, e si pose sotto la protezione del duca d'Orleans. I fratelli Sforza erano fuggiti per diverse strade. Ottavio, più degli altri formidabile pel suo turbolento carattere, perì nel passaggio dell'Adda, ove si dice che annegasse nell'attraversarla a nuoto; ma altri assicurano che fu ucciso sulla sponda dai satelliti del Simonetta, che lo inseguivano. I suoi fratelli furono condannati all'esilio con sentenza della reggenza; il maggiore, Sforza, ebbe ordine di risiedere nel ducato di Bari, di cui portava il titolo, Lodovico in Pisa ed il cardinale Ascanio in Perugia. A tale condizione venne assegnata a cadauno di loro una pensione di dodici mila ducati[83]. Il sesto fratello, Filippo Sforza, rimase solo a Milano, perchè non aveva presa parte nelle pratiche de' fratelli, e si era anzi posto dalla banda della duchessa e del Simonetta[84].

Allorchè si annunciò a Sisto IV la morte di Galeazzo Sforza, aveva esclamato: «la pace d'Italia oggi è perita con lui[85]!» Infatti quest'imponente potenza, che forzava al riposo tutto il settentrione dell'Italia, era distrutta. Genova e Milano si trovavano di bel nuovo in balìa delle guerre civili: crollava la lunga alleanza che Francesco Sforza aveva contratta colla repubblica fiorentina; più non esisteva il contrappeso che il ducato di Milano opponeva all'ambizione di Ferdinando re di Napoli; aperto era il campo a nuove politiche combinazioni; e noi vedremo in breve quello stesso papa, che lagnavasi della perduta pace d'Italia, spargere i semi di una nuova guerra, ed accrescere la generale confusione.

CAPITOLO LXXXV.

Congiura de' Pazzi.

1478.

La repubblica di Firenze andava sempre più scostandosi dalla generale politica dell'Italia e dell'Europa. Ella più non pensava a frenare gli ambiziosi progetti di Ferdinando e di Sisto IV; non ajutava i Veneziani nella loro guerra contro i Turchi, nè i Genovesi a ricuperare la loro libertà, oppure la duchessa reggente di Milano o i fratelli Sforza, rivali di lei, nella loro lite per il supremo potere. A Firenze si andavano succedendo i magistrati senza che la loro amministrazione venisse illustrata da verun fatto di qualche importanza; onde il minuzioso storico, Scipione Ammirato, appena trova in sei anni da riempire quattro pagine, ed il suo silenzio attesta il languore ed il turpore universale[86]. I due fratelli Medici, giunti a matura giovinezza, riponevano ogni loro ambizione nel sostituire in ogni cosa la loro autorità personale a quella della repubblica. I Fiorentini, diffidando degl'intrighi che spesso accompagnano le elezioni, avevano creduto di ottenere una rappresentanza più eguale, lasciando in arbitrio della sorte i loro magistrati; ma a questa forma d'elezione, di tutte la più democratica, i Medici avevano sostituita la più arbitraria di tutte le oligarchie. Nominavano essi medesimi cinque elettori o accoppiatori, e questi facevano i gonfalonieri ed i priori senza consultare il popolo, e senza che più si conservasse verun legame tra i magistrati ed i loro rappresentanti. Siccome la signoria era ancora troppo numerosa per essere facilmente mantenuta obbediente, i Medici avevano accresciuto il potere del gonfaloniere a spese de' priori, suoi colleghi, di cui prima non era che il presidente. I Medici li chiamavano soli alle loro deliberazioni, e gl'incaricavano di dare gli ordini a nome di un corpo ch'essi omai più non degnavansi di consultare. La commissione straordinaria, chiamata balìa, non doveva, secondo le antiche costumanze, crearsi che ne' tempi di turbolenze, per sottrarre la repubblica ad un grande pericolo; ma i Medici l'avevano trasformata in un corpo permanente, cui attribuivano il simultaneo potere legislativo, amministrativo e giudiziario. Nè ciò bastava; essi la collocavano al di sopra della medesima sovranità nazionale; perciocchè le attribuivano poteri, che i popoli mai delegati non hanno ai loro sovrani. Così la balìa condannava senza processure gl'individui sospetti ai Medici, sostituiva alle imposte arbitrarie tasse, promulgava leggi retroattive, aggravava le antiche sentenze, assoggettava a nuove pene coloro che non avevano commessi nuovi delitti, e disponeva, senza renderne conto, di tutte le finanze. Fu veduta impiegare cento mila fiorini per salvare da un fallimento la casa di banco che Tommaso dei Portinari dirigeva a Bruges per conto di Lorenzo de' Medici. Altre somme in altre circostanze furono levate dalle pubbliche casse, per sovvenire ai bisogni dei capi dello stato, i quali avevano l'imprudenza di continuare, senza volervisi applicare ed ignorandone perfino i principj, le grandi speculazioni di banco con cui si era arricchito il loro avo. E per tal modo sarebbero stati in breve ruinati dal loro fasto e dalla loro incapacità, se non avessero potuto impiegare a loro profitto il danaro dello stato[87].

I Medici, innoltrandosi in tale maniera sulla strada della tirannide, avevano ciò nullameno in Firenze un numeroso partito, il quale era per una parte formato da alcuni cittadini di antiche famiglie, che con loro dividevano le magistrature e le pubbliche entrate, e che non si assicuravano di conservare senza di loro la propria importanza; in secondo luogo da tutti i letterati, poeti ed artefici, che Lorenzo e Giuliano attiravano in casa loro, colmandoli di onori e di regali, e trattandoli da eguali, mentre pretendevano separarsi da tutti gli altri; in ultimo ingrossava il loro partito il basso popolo, sempre allettato dai frequenti spettacoli e dalle feste loro date dai Medici. Il popolo non si accorgeva che veniva corrotto col suo proprio danaro, e che gli si prendeva con una mano ciò che fingevasi donargli coll'altra. Ma d'altra banda, malgrado le rivoluzionarie sentenze, che dopo il 1434 avevano colpite per classe tutte quelle antiche ed illustri famiglie di Firenze, che avevano inondato di esiliati la Francia e l'Italia, e compresi nelle proscrizioni tutti i nomi storici della repubblica, l'intera massa degli antichi cittadini era tuttavia opposta ai Medici. Universali trasporti di gioja eransi manifestati dodici anni prima, quand'erasi renduto alquanto di libertà alle elezioni, ed un cupo abbattimento accompagnava da alcuni anni lo stabilimento della tirannide.

Lorenzo de' Medici e suo fratello Giuliano non andavano perfettamente d'accordo nel loro sistema d'amministrazione. Il secondo, più dolce, più modesto, più disposto a vivere da eguale co' suoi concittadini, non era affatto quieto rispetto al calore, all'orgoglio ed alle violenze del fratello; onde studiavasi di trattenerlo colle sue esortazioni[88]. Ma Lorenzo, vedendo le famiglie dei Ricci, degli Albizzi, dei Barbadori, dei Peruzzi, degli Strozzi esiliate fino dal 1434, quella dei Machiavelli nel 1458, quelle degli Acciaiuoli, dei Neroni, dei Soderini nel 1466; e per ultimo quelle dei Pitti e dei Capponi spogliate del loro antico credito, cercava soltanto di adoperare in modo che veruna di queste potesse rialzarsi, veruna acquistare tali ricchezze o una tale considerazione che potesse adombrarlo; persuaso che fintanto che non lascerebbe avere alla moltitudine un capo, potrebbe senz'alcun rischio provocare il suo risentimento.

Tra le famiglie di cui i Medici potevano temere la rivalità teneva il primo luogo quella de' Pazzi. I Pazzi di Val d'Arno, lungo tempo compagni degli Ubaldini, degli Ubertini, dei Tarlati, erano antichi feudatarj ghibellini ed abitualmente in guerra colla repubblica fiorentina. Poichè l'ingrandimento di questa li consigliò ad abbandonare le loro fortezze per venire a vivere nella capitale, continuarono ad eccitare la diffidenza di una gelosa democrazia; vennero compresi nella classe de' magnati, e coll'ordinanza di giustizia esclusi da tutti gl'impieghi. Ma quando Cosimo de' Medici ebbe scacciata, nel 1434, la nobiltà popolare dal governo, sentì la necessità di rendersi forte coll'alleanza dell'antica nobiltà. A ciò mirando accordò a molti magnati il privilegio di entrare nella classe del popolo. La famiglia de' Pazzi fu una di quelle che accettò questo diritto di essere ascritta tra i borghigiani, da molti giudicato un degradamento, ed Andrea fu, nel 1439, il primo di questa famiglia che sedesse nella signoria. Ebbe Andrea tre figli, Antonio, Pietro e Giacomo, uno de' quali gli diede cinque nipoti, l'altro tre, e Giacomo il più giovane non si ammogliò[89]. Questa numerosa casa non era soltanto stata ammessa con un decreto nell'ordine del popolo, ma aveva inoltre prese le costumanze tutte dei popolani fiorentini. Eransi i Pazzi dati al commercio e la loro casa di banco veniva annoverata tra le più ricche e più riputate d'Italia. Non meno superiori ai Medici come mercanti, che come gentiluomini, non avevano bisogno per sostenersi, di volgere a loro profitto il danaro del pubblico.