Il figliuolo primogenito del duca di Milano, Giovanni Galeazzo Sforza, non aveva in allora più di otto anni; pure fu riconosciuto senza difficoltà. Più non esistevano nel popolo que' sentimenti di libertà che i tre congiurati avevano creduto di far rivivere; e non si fece il più leggier movimento per rovesciare un governo, che più non era in istato di difendersi. I deputati di tutte le città d'Italia vennero a complimentare la duchessa Bona di Savoja, vedova di Galeazzo, e ad offrirle la loro assistenza per mantenerla sul trono col di lei figliuolo. Il papa le mandò due cardinali, incaricati di scomunicare coloro, che volessero tentare in Milano qualche novità[72]. Bona fu senz'ostacoli riconosciuta reggente. Fin qui il governo non era quasi cambiato, perchè l'anima di tutti i consigli continuava tuttavia ad essere Cecco Simonetta, calabrese, ch'era stato segretario e consigliere di Francesco Sforza, e che, dopo averlo servito con rara fedeltà, era pure stato il primo ministro di suo figlio, ed aveva co' suoi talenti e colle sue virtù celati i capricci e le stravaganze di questo tiranno. Era suo fratello quel Giovanni Simonetta, che scrisse con tanta eleganza e precisione la storia di Francesco Sforza. Godevano ambidue come letterati una riputazione poco minore di quella che si erano acquistata nella carriera politica. Avevano corrispondenza con tutti i dotti d'Italia; erano stati i ministri di tutte le grazie, che i due duchi di Milano avevano diffuse sui letterati, e conservansi tuttavia tra le lettere del Filelfo, del Decembrio, ed in altre scritture di que' tempi, i monumenti della protezione ch'essi accordavano agli studj[73].
D'altra parte Galeazzo aveva lasciati cinque fratelli, che, durante la minorità di suo figliuolo, potevano pretendere di avere parte alla reggenza. I primi quattro, Sforza, duca di Bari, Lodovico il Moro, Ottaviano ed Ascanio, avevano di già risvegliata la diffidenza di Galeazzo, onde li teneva lontani da Milano. Quando ebbero avviso della sua morte, si affrettarono di ritornarvi, cercando di occupare un'autorità, cui, dicevano essi, il maggiore della loro casa aveva maggiore diritto che una femmina ed un ministro stranieri. Per celare la loro rivalità cercavano di far rivivere l'antico spirito del partito ghibellino. Dichiararonsi i protettori di quella fazione, cui la casa Visconti andava debitrice del suo innalzamento: accusarono la duchessa e Cecco Simonetta di parzialità per i Guelfi, e li costrinsero infatti a gettarsi tra le loro braccia; imperciocchè le famiglie, in addietro divise dalla lite dell'impero e della chiesa, conservavano l'antica rivalità, sebbene le cagioni de' vecchi odj più non esistessero. Per conciliare, se possibile fosse, le pretese de' fratelli Sforza e quelle della duchessa, si convenne, sulla proposizione fatta da Luigi Gonzaga, marchese di Mantova, che il consiglio di reggenza sarebbe formato in egual parte di Guelfi e di Ghibellini[74].
Quando si seppe in Genova la morte di Galeazzo, Giovan Francesco Pallavicini, luogotenente del duca, adunò il senato, onde persuaderlo a prevenire colla sua vigilanza le rivoluzioni che potrebbero eccitarsi da quest'avvenimento. Furono nominati dalla repubblica otto capitani del popolo, secondo praticavasi in tutte le difficili circostanze, e ragunate alcune truppe per tener in dovere i malcontenti[75].
Tutte le fazioni di Genova si mostravano egualmente desiderose di ritornare alla repubblica l'antica sua libertà. Gli Sforza per contenerle aveano avuta la precauzione di disperdere i loro capi per tutta l'Italia. Prospero Adorno trovavasi nelle prigioni di Cremona, i Fieschi erano ritenuti in Roma sotto la sopraveglianza del papa, esiliati erano i Fregosi e gli altri uomini potenti. Non pertanto i loro partigiani, privati di direttori, erano ovunque in movimento. Il 16 marzo del 1477 gli amici dei Fieschi si avvicinarono alle mura di Genova, condotti da due giovani di quella famiglia, Giorgio e Matteo, i soli che il governo non avesse ancora allontanati, perchè di poco usciti dalla fanciullezza. Questi faziosi scalarono la città dalla banda di Carignano[76], chiamarono il popolo alla libertà, e vi eccitarono subito un vivissimo movimento; ma caddero nello stesso errore che aveva perduto Girolamo Gentile pochi mesi prima, tardarono troppo ad attaccare il pubblico palazzo; omai vedevansi da tutti abbandonati, quando Pietro Doria, soffocando ogni risentimento di famiglia, esortò coloro che gli stavano intorno a non perdere forse l'unica occasione di tornare la patria in libertà. Uscì nello stesso tempo dalle file del partito milanese e si trasse dietro il popolo genovese, onde la guarnigione si ritirò nelle due fortezze, e la città, vedendosi libera, nominò i suoi magistrati popolari.
Di già, avuta notizia di questa rivoluzione, Ibletto Fieschi, il vero capo della famiglia, aveva trovato modo di fuggire da Roma per venire a mettersi alla testa del suo partito, ed i Fregosi, con lui d'accordo, si andavano avvicinando alla loro patria, senza avere per altro il coraggio d'entrar in città. La reggenza di Milano sentì allora che non potrebbe salvare la sua autorità in Genova che per mezzo d'un capo di partito genovese. Simonetta fece uscire di prigione Prospero Adorno, gli offrì a nome del giovane duca di Milano il comando dell'armata destinata a soccorrere le due fortezze, purchè promettesse di scordar totalmente le sofferte ingiurie e di ristabilire in Genova, non la dispotica autorità del duca di Milano, ma la stessa limitata autorità accordata da un trattato a Francesco Sforza. Prospero Adorno lo promise[77], si pose alla testa d'un'armata di circa dodici mila uomini, adunata da Roberto da Sanseverino, da Lodovico il Moro e da Ottaviano Sforza, e marciò alla volta di Genova.
Volendo l'Adorno conciliare gl'interessi della sua patria e quelli del duca di Milano, egli ebbe bisogno d'infinite cautele per evitare una decisiva battaglia, che avrebbe ruinato o il proprio partito o la libertà della patria. Fece passare suo fratello Carlo Adorno nella fortezza del Castelletto, commettendogli di scendere in città, per iscacciare Ibletto dei Fieschi, nell'istante in cui egli medesimo si troverebbe impegnato in una scaramuccia coi Fregosi. I suoi ordini vennero rigorosamente eseguiti. Prospero combatteva contro i Fregosi a Promontorio ma senza spingere troppo avanti i suoi vantaggi, e suo fratello occupava intanto la città, e porta san Tommaso, che poteva dargli comunicazione coll'armata milanese[78]. Fu allora in particolare, che Prospero Adorno mostrò la sua moderazione e la sua destrezza; fece rimanere nell'accampamento le truppe del Sanseverino, ed entrò in città accompagnato soltanto dagli uomini della sua fazione. Questi andavano crescendo di numero di mano in mano ch'egli s'innoltrava; le strade risuonavano delle grida viva gli Adorni e gli Spinola, e niuno fra tanta gente pronunciava il nome del duca di Milano. Prospero, arrivato al palazzo, dichiarò che accordava l'impunità a tutti coloro che avevano preso parte alle ultime turbolenze; adunò il senato, che lo riconobbe per governatore; chiese un regalo di sei mila fiorini pei capi dell'armata; onde i cittadini, che prevedevano di essere aggravati di più gagliarde contribuzioni, pagarono lietamente, prima che spirassero tre giorni, così leggiera somma[79].
E per tal modo il 30 aprile Genova tornò sotto la limitata signoria del duca di Milano. Roberto di Sanseverino vi entrò senz'armi con Lodovico ed Ottaviano, zii di Giovanni Galeazzo, e coi loro principali ufficiali; ne uscirono quasi subito per condurre la loro armata all'assedio di Savinione, castello dei Fieschi, posto negli Appennini. Per far levare l'assedio, Ibletto de' Fieschi raccolse cinque mila paesani: Giovan Battista Goano si affrettava di raggiugnerlo cogli abitanti della Polsevera, ma il Sanseverino ritrasse costoro con ingannatrici negoziazioni, e disperse l'armata di Goano. Quella d'Ibletto, avendo sofferto qualche perdita, ritirossi nelle montagne, e Savinione capitolò. Ibletto fece allora la pace coi generali milanesi, ai quali lo associarono la stessa attività e la medesima inclinazione per l'intrigo; onde, essendo ultimata la spedizione di Genova, Ibletto accompagnò il Sanseverino e gli Sforza a Milano[80].
Gli ultimi erano ansiosi di tornare alla corte del loro nipote, per attentare alla autorità di Cecco Simonetta. Vedevano essi quest'accorto ministro esercitare sotto il nome della duchessa un'assoluta sovranità; alla cui volontà tutto era subordinato dalla superiorità de' suoi talenti e del suo carattere. Era invalsa sotto i due ultimi duchi l'abitudine di non resistergli; altronde i fratelli del duca, che manifestavano soltanto il desiderio di limitare il di lui potere, avevano forse di già formato il progetto di soppiantare lui ed il suo signore. Si assicura, che l'intenzione loro fosse quella di far perire la duchessa ed i due suoi figli, di dare a Lodovico il Moro il titolo di duca di Milano, ed a ciascheduno de' suoi fratelli la signoria di una città, a Roberto Sanseverino quella di Parma, e quella di Genova ad Ibletto de' Fieschi[81].
Per dare esecuzione a tali progetti avevano precipitosamente terminata la guerra della Liguria, e ricondotti a marcie sforzate alla volta di Milano la loro armata. Ma il Simonetta, che teneva aperti gli occhi sopra di loro, fece il 25 di maggio arrestare Donato de' Conti, il principale loro agente ed il depositario di tutti i loro segreti[82].