Quando giunse a Milano la notizia di quest'avvenimento, Galeazzo Sforza scoppiò in minacce ed in imprecazioni, ed ordinò che la città di Genova gli mandasse subito gli otto più distinti cittadini dello stato. In vista della violenta collera da lui manifestata, tenevasi per indubitato che li destinasse al supplicio; ma un subito terrore aveva calmato il suo irritamento: gli accolse con bontà e li rimandò senza aver loro fatto alcun male. Frattanto aveva adunati trenta mila uomini per invadere la Liguria; ed avendo determinato di non lasciare ai Genovesi alcun capo, fece sorprendere a Vada Prospero Adorno, e senza accusa e senza esame gettare nelle prigioni della fortezza di Cremona; ma tutt'ad un tratto rinunciò alla sua spedizione, e licenziò tutte le truppe.

Le diverse risoluzioni a vicenda abbracciate da Galeazzo erano tutte a Genova conosciute; conoscevasi la violenza della sua collera, ma non avevasi veruna garanzia della durata della presente affettata moderazione. Perciò da ogni banda si acquistavano armi, facevansi apparecchi di difesa, e tutti si andavano incoraggiando a mantenere la libertà qualunque volta fosse attaccata. Mentre tutto il popolo era trepidante intorno a ciò che potesse accadere, Girolamo Gentile, figliuolo d'Andrea, giovane mercante di non mediocri fortune, che non aveva alcun personale motivo di odio contro il governo, risolse di esporsi il primo per la libertà della sua patria. Adunò in casa sua nel sobborgo, nel mese di giugno del 1476, molte genti armate. Nel cuore della notte entrò in città per la porta di san Tommaso, di cui s'impadronì, e corse le strade, chiamando i suoi concittadini alle armi ed alla libertà. Molti Genovesi si unirono a lui, ed in breve occupò tutte le porte; ma fu troppo lento ad attaccare il palazzo del pubblico. Intanto i senatori si andavano adunando sotto la presidenza di Guido Visconti, governatore della città. Coloro che si erano da principio uniti a Gentile, temettero allora di essere condannati, come ribelli, dall'autorità che riconoscevano legittima; e tutti, uno dopo l'altro, si ritirarono prima che fosse giorno. Dopo la loro diserzione, vedendosi Gentile troppo debole, ritirossi in buon ordine verso la porta di san Tommaso e vi si fortificò[54].

Il senato aveva nominati otto capitani del popolo per cacciare di città Girolamo Gentile. Dietro i loro ordini avevano prese le armi circa trecento uomini e marciavano ad attaccare porta san Tommaso, difesa da Gentile con soli trenta uomini, tutti però determinati a difendersi fino alla morte, mentre non era un solo tra i loro avversari che non si esponesse di contro genio; quindi poco mancò che non fossero fatti prigionieri i capitani del popolo, e dispersa tutta la loro gente: ma in tale frangente si offrirono come mediatori i capi delle arti e mestieri. Girolamo Gentile accettò la loro mediazione, facendo però sentire ai loro compatriotti che non tarderebbero a pentirsi d'avere perduta l'occasione di ricuperare la libertà. Chiese che gli si rimborsassero settecento ducati, che gli erano costati i suoi apparecchi, fatti, secondo egli diceva, pel vantaggio della repubblica. Dopo averli ricevuti dal tesoriere del pubblico, consegnò la porta ai capitani del popolo e si ritirò[55].

Quando conobbesi a Milano questa singolare capitolazione, Galeazzo mostrossi fieramente adirato perchè si fosse rimborsato ad un capo di faziosi quel danaro ch'egli stesso confessava d'avere impiegato per isconvolgere lo stato. Non pertanto ratificò l'amnistia, ch'era stata pubblicata dal senato; e se covava in segreto il pensiero di rivocare a migliore opportunità questa grazia, non ebbe poi il tempo di farlo. Galeazzo non era privo di tutte le qualità che illustrarono suo padre; conosceva perfettamente la disciplina militare e la civile amministrazione del suo stato; ed aveva saputo stabilire nel Milanese una più rigorosa subordinazione che verun altro de' suoi predecessori. I tribunali facevano incorrotta giustizia, ed una severa polizia manteneva la pubblica sicurezza. Galeazzo parlava eloquentemente, ed aveva gentili e disinvolte maniere, e quando lo voleva, sapeva ad un'imponente maestà aggiugnere l'esteriore apparenza della bontà: ma ad un fasto stravagante univa un'illimitata cupidigia; era naturalmente perfido, e compiacevasi di mostrarsi tale particolarmente verso coloro, cui erasi mostrato più parziale, abbassandoli tanto più, quanto gli aveva a maggiori dignità innalzati; giammai non erasi mantenuto costante ne' suoi affetti, e potevasi presagire prossima e terribile la caduta di colui che vedevasi più favorito degli altri, ancor che questi non provocasse in verun modo il suo sdegno. Avidissimo di tutti i piaceri de' sensi, ed inclinato a disprezzare le costumanze e le leggi della società, portava la desolazione ed il disonore in tutte le famiglie[56]; e non pareva pago delle sue dissolutezze, se non erano condite dalla disperazione de' genitori o dei mariti, che aveva disonorati. Compiacevasi singolarmente nel farli ministri essi medesimi del loro disonore; abbandonava alle sue guardie le consorti rapite ai mariti, e faceva poi pubblico il loro oltraggio[57].

Tra coloro, le di cui case erano state da Galeazzo disonorate, trovavansi due giovani di nobile schiatta, Carlo Visconti e Girolamo Olgiati, di già predisposti dal loro precettore a detestare il giogo della tirannide. Erano essi amicissimi di Andrea Lampugnani, che il duca aveva ingiustamente spogliato del padronato dell'abbazia di Miramondo[58]: tutti e tre avevano udite le lezioni di Cola de' Montani di Gaggio, Bolognese, il quale circa il 1466 aveva aperta in Milano scuola di eloquenza. Si pretende che fosse stato prima maestro dello stesso Galeazzo, e che lo avesse più volte castigato colla severità praticata nell'antica educazione. Galeazzo, diventato sovrano, volle vendicarsi dei castighi sofferti nella sua infanzia con un'egual pena, e fece pubblicamente sferzare il maestro[59][60]. Montano detestava la tirannide anche senza quest'affronto. Nodrito nello studio dell'antichità, non trascurava veruna occasione di far notare ai suoi allievi, che tutte le virtù, ch'essi ammiravano ne' grandi uomini Greci e Romani, eransi sviluppate nella libertà; che una libera patria incoraggiava tutti i talenti, ogni genere d'energia, ed i progressi dello spirito, perchè ogni specie di grandezza ne' suoi cittadini veniva sempre impiegata pel vantaggio di tutti; mentre che un tiranno, geloso di ogni forza, di cui non potesse egli stesso disporre, occupavasi sempre a contenere, a comprimere, a distruggere i talenti, l'energia, la sublimità del carattere, che poteva un giorno adoperarsi contro di lui[61].

Voleva il Montani che i giovani gentiluomini, per rendersi degni della libertà, imparassero a comandare le armate. Aveva perciò persuasi l'Olgiati ed alcuni altri ad imparare l'arte della guerra sotto Bartolommeo Coleoni. I parenti di questi giovanetti, che più di loro temevano le fatiche ed i pericoli, eransi fieramente adirati contro il maestro d'eloquenza, che aveva renduti soldati i loro figli. Il Montani, perseguitato dai genitori, favoreggiato dagli scolari, era stato a vicenda esiliato, e richiamato; imprigionato, indi festeggiato; ma in particolar modo renduto caro ai suoi discepoli dalle persecuzioni che sostenute aveva per istruirli[62].

Frattanto Galeazzo aveva spinto all'estremo l'odio del popolo coi crudeli supplicj nuovamente ordinati. Aveva fatte seppellir vive alcune sue vittime, altre sforzate ad alimentarsi d'escrementi umani, ed in tal modo fatte lentamente morire; aveva aggiunte feroci facezie ai supplicj che ordinava, e renduto più infame il disonore delle nobili matrone che aveva sedotte, prostituendole pubblicamente[63]. Girolamo Olgiati contava una sua in addietro carissima sorella tra le vittime della brutalità di Galeazzo. Misurando colla propria l'universale indignazione, cercò il Lampugnani, e gli propose di mettere fine ad una intollerabile tirannide col punire i delitti dello Sforza. Poco dopo si associarono Carlo Visconti, e si obbligarono con vicendevoli giuramenti. Tennero la prima loro conferenza ne' giardini di sant'Ambrogio. Tutte le circostanze di quest'avvenimento, e ciò che è più notabile, tutti i concetti del principale congiurato, ci vennero fedelmente conservati dal medesimo Olgiati in una relazione scritta pochi giorni dopo. «Uscendo da questa conferenza, egli scrive, entrai in Chiesa; mi gettai ai piedi della statua del santo vescovo che vi si venera, e feci questa preghiera: Grande sant'Ambrogio, sostegno di questa città, speranza e tutela del popolo di Milano, se il progetto che formarono i tuoi concittadini, i tuoi figliuoli per cacciare di qui la tirannide, l'impurità, la dissolutezza più mostruosa, è degno della tua approvazione, non ci manchi il tuo favore in mezzo agli accidenti ed i pericoli cui siamo vicini ad esporci per la liberazione della patria. Poi ch'ebbi pregato, mi recai di nuovo presso i miei compagni, e gli esortai a farsi coraggio, assicurandoli che io sentivo essersi in me accresciute la speranza e la forza dopo avere invocato a favore della nostra intrapresa il santo protettore della nostra patria[64]. Ne' susseguenti giorni ci andavamo esercitando nella scherma coi pugnali per acquistare maggiore destrezza, ed avvezzarci all'immagine del pericolo cui stavamo per esporci... La sesta ora della notte avanti il giorno di santo Stefano, destinato all'esecuzione, ci siamo riuniti un'altra volta, potendo accadere che più non fossimo per rivederci. Si fissò l'ora in cui entreremmo assieme in Chiesa, la parte che ognuno doveva eseguire, e tutte le particolarità dell'esecuzione, per quanto si potevano prevedere le cose, che dipendevano in parte dall'eventualità. All'indomani di gran mattino ci siamo portati nella chiesa di santo Stefano, e colà pregammo questo santo a proteggere la grande azione che dovevamo eseguire nel suo santuario, e a non isdegnarsi se lordavamo i suoi altari col sangue; poichè questo sangue serviva a liberare la città e la patria. In seguito alle preci che si contengono nel rituale di questo primo martire, ne recitammo un'altra composta da Carlo Visconti; finalmente assistemmo al sagrificio della messa, celebrata dall'arciprete di quella basilica, dopo la quale io mi feci dare le chiavi della casa dell'arciprete per ritirarci nella medesima[65]

I congiurati stavano in questa casa presso al fuoco, perchè un acutissimo freddo gli aveva obbligati ad uscire di Chiesa, quando il rumore della folla gli avvisò che giugneva il principe. Era il giorno dopo il natale 26 dicembre del 1476. Galeazzo, che pareva trattenuto da suoi presentimenti, non si era ridotto che di mal animo ad abbandonare il suo palazzo[66]. Egli non pertanto andava alla festa tra l'ambasciatore di Ferrara e quello di Mantova. Giovan Andrea Lampugnani gli si fece innanzi nell'interno della chiesa fino alla pietra degl'Innocenti, colla voce e colla mano sgombrando la folla. Quando gli fu affatto vicino, portò, quasi in atto di rispetto, la mano sinistra verso il berrettone che Galeazzo teneva in mano, pose un ginocchio a terra, in atto di chi volesse presentargli una supplica, e nello stesso tempo colla destra, nella quale teneva il pugnale nascosto entro la manica, lo ferì nel ventre da basso in alto. Nell'istante medesimo Girolamo Olgiati lo ferì nella gola e nel petto, e Carlo Visconti nella spalla ed in mezzo al dorso. Lo Sforza cadde tra le braccia degli ambasciatori che stavano al suo fianco, dicendo oh Dio! Così pronti erano stati i colpi, che gli ambasciatori medesimi ancora non sapevano ciò che fosse accaduto[67].

Nell'istante in cui fu il duca ucciso si fece nel tempio un violento tumulto: molti sguainarono le spade; gli uni fuggivano, altri accorrevano, niuno ancora sapeva quali fossero le forze o lo scopo dei congiurati. Ma le guardie del duca ed i suoi cortigiani, che avevano conosciuti gli uccisori, si fecero subito ad inseguirli. Il Lampugnani, volendo uscire di chiesa, entrò in un branco di donne, che stavano inginocchiate, e le loro vesti intricandosi ne' suoi speroni lo fecero cadere, ed in quell'atto fu raggiunto ed ucciso da uno scudiere moro del duca. Girolamo Olgiati uscì di chiesa e si presentò alla propria casa, ma suo padre non volle riceverlo, e gli fece chiudere le porte in faccia. Lo accolse un amico, in casa del quale non fu a lungo in sicuro: stava, com'egli stesso racconta, per uscirne, ad oggetto d'invitare il popolo ad una libertà, che i Milanesi da molto tempo più non conoscevano, quando udì le voci del popolaccio, che strascinava pel fango lo squarciato cadavere del suo amico Lampugnani: compreso da orrore, e perduto di coraggio, attese il fatale istante in cui fu scoperto. Venne assoggettato ad un'orribile tortura, durante la quale, colle lacerate membra e colle ossa slogate, dettò la circostanziata confessione che gli fu chiesta, ed a noi conservata dal Ripamonti, della sua congiura. Ma questa specie di confessione, scritta tra la tortura ed il supplicio per ordine de' suoi giudici e sotto gli occhi de' suoi carnefici, non è priva di quel coraggio e di quella fiducia nella giustizia della sua causa, che resero famosi i nomi di alcuni personaggi dell'antichità. Chiuse la confessione in tal modo. «Adesso, santa madre di nostro signore, e voi, o principessa Bona, io v'imploro, affinchè la vostra clemenza e la bontà vostra provvedano alla salute dell'anima mia. Domando soltanto che si lasci a questo miserabile corpo abbastanza vigore, onde possa confessare i miei peccati secondo i riti della chiesa, e subire in seguito la sorte che mi è destinata[68]

L'Olgiati contava in allora ventidue anni; fu condannato ad essere tenagliato e tagliato vivo a pezzi. In mezzo di così atroci tormenti un prete lo andava esortando al pentimento. «Io so, riprese l'Olgiati, d'avere meritate per molti falli queste pene, e più grandi ancora, se il debole mio corpo potesse sopportarle. Ma rispetto alla bella azione per cui muojo, questa solleva la mia coscienza; e lungi dal credere che per questa abbia meritata la presente pena, spero anzi che per essa il supremo giudice mi perdonerà gli altri miei peccati. Non per una colpevole cupidigia ho commessa tale azione, ma per solo desiderio di liberarci da un tiranno, che non potevamo più soffrire. Invece di esserne pentito, se io dovessi dieci volte rivivere per perire dieci volte tra gli stessi tormenti, non lascerei di consacrare le mie forze ed il mio sangue per così nobile oggetto[69].» Il carnefice, strappandogli la pelle del petto, gli fece mettere un grido; ma si rimise all'istante[70]. «Questa morte, disse in latino, è dura, ma eterna è la gloria! mors acerba, fama perpetua; stabit vetus memoria facti[71]