1476 = 1477.
Mentre la guerra si andava al di fuori rallentando, e che i diversi stati d'Italia erano uniti da alleanze, che sembravano dover guarentire la pace fra di loro, l'interna loro costituzione venne replicatamente scossa da molte cospirazioni. In tre anni contansene, una a Ferrara, due a Genova, una a Milano ed una a Firenze. Pareva che i popoli, finalmente stanchi dell'oppressione sotto la quale tanto avevano sofferto, fossero determinati di spezzare un indegno giogo; ma non pertanto ricaddero dovunque sotto la catena che gli aveva oppressi. Non mancarono ai cospiratori nè segreto, nè ardire, nè fedeltà; tutti eseguirono ciò che avevano progettato, niuno ne raccolse il frutto: tanto è difficile di rovesciare un governo esistente, e tanto l'abitudine dell'ubbidire sostiene la potenza ancora del più odiato tiranno[45]! Odesi spesso accusarsi una nazione di debolezza e di pusillanimità, in ragione del giogo ond'è stata oppressa. Quando vedonsi migliaja d'uomini ubbidire contro l'interesse loro, contro il loro sentimento ad un solo, quando si vedono sottostare ai capricci ch'essi detestano, o diventare gli strumenti delle passioni che essi hanno in orrore, non possiamo non rimproverar loro di servire ove potrebbero comandare, e di non misurare le forze loro colla individuale debolezza di colui ch'essi temono. Sarebbe infatti vantaggioso che questo pregiudizio si stabilisse nell'opinione, e che la vergogna si associasse alla servitù. Forse i popoli farebbero allora per l'onore ciò che non fanno per la libertà[46]. Pure ingiustizia sarebbe il condannare una nazione soltanto a motivo del giogo che ha sopportato. Trovasi tanta potenza nell'organizzazione sociale, le forze di tutti sono così ben dirette dal despota contro ogni individuo, che per poco che questi o il suo ministro sia destro, coraggioso, vigilante, è sempre in tempo d'opprimere i suoi scoperti nemici col braccio medesimo de' suoi segreti nemici; in modo che la più nobile e più generosa nazione non è bastantemente forte per difendersi scopertamente dal suo tiranno. È dato solamente di poter congiurare a colui che co' deboli suoi mezzi personali vuole lottare coll'uomo che dispone della polizia, dell'armata, del tesoro. Molti, cedendo ad una nobile ripugnanza, rifuggono da tale intrapresa, perchè vi scorgono qualche apparenza di dissimulazione e di tradimento; non riconoscono che l'estremo pericolo nobilita i mezzi meno virtuosi, e che l'assassino di un tiranno dev'essere più coraggioso assai, che il granatiere che prende una batteria colla bajonetta. Per altro quest'opinione indebolisce ancora il partito de' cospiratori; spesso allontana da loro, nell'istante del pericolo, quelli che il giorno innanzi parevano partecipare ai sentimenti loro; e l'uomo coraggioso, che si è fatto l'organo delle volontà di tutto un popolo, e lo strumento delle sue vendette, perisce sul patibolo per le mani di quei medesimi ch'egli servì[47].
La storia d'Italia, ove gli avvenimenti si presentano e si accumulano, ove tutte le passioni hanno libero sfogo, ove tutte le instituzioni si combinano in mille modi, ci presenta sotto variate forme questi sforzi dei popoli e degl'individui per iscuotere il giogo della tirannide. Noi vi vediamo a vicenda aperte ribellioni e congiure; vediamo cospirare a vicenda a favore d'una stirpe reale, o di un sovrano risguardato come più legittimo, ed in favore della repubblica; vi vediamo tutte le lotte, quella della sublime lealtà, quella della fiera nobiltà e quella della libertà. Malgrado i diversi principj che servono di fondamento alla politica d'ogni uomo, non avvene alcuno, che non debba in così vasto numero di cospirazioni trovarne una che non gli sembri legittima; non avvene alcuno, che non debba associarsi di cuore a qualcuna delle intraprese tendenti a rimettere o il governo reale dell'antica dinastia, o la vecchia aristocrazia, o la libertà, o il regno glorioso d'un condottiere, o il dominio della Chiesa; non avvene alcuno, che ardisca considerare il potere, qualunque egli siasi, come sempre ugualmente sacro; ed un più liberale sentimento dovrebbe insegnargli, che tutte le congiure meritano un certo grado d'ammirazione[48], quando ancora appariscono colpevoli ai suoi occhi, per lo scopo che si propongono i congiurati; imperciocchè in tutte si trova un grande sagrificio di sè medesimo ad un interesse più sublime di sè, un grande sagrificio della sua persona ad una nobile causa, un grande spaventoso pericolo, posto in non cale a fronte di lontane speranze[49].
Tra le congiure che scossero l'Italia nel 1476, la prima a scoppiare fu quella di Ferrara. Niccolò d'Este, figlio del marchese Lionello, viveva in allora a Mantova presso suo cognato; molti emigrati ferraresi lo avevano seguito, risguardandolo come il rappresentante ed il legittimo erede di Lionello e di Borso, i due più amabili principi che avesse fin allora prodotti la casa d'Este, e gli andavano insinuando che tutto il popolo era partecipe del loro attaccamento e del loro rammarico. In ciò confidando, Niccolò cercava i mezzi di rientrare in Ferrara, non dubitando, che, ove giugnesse una volta a superare le mura della città, non fosse da tutto il popolo salutato per sovrano. Il marchese di Mantova, suo cognato, permettevagli d'adunare soldati nel suo territorio, e Galeazzo Sforza, sempre geloso de' suoi vicini, sebbene non covasse verun progetto contro di loro, gli somministrava danaro, e prometteva soccorsi. Frattanto la città di Ferrara trovavasi accidentalmente aperta; eransi in più luoghi atterrate le sue mura, per rifabbricarle dietro un nuovo piano; e Niccolò aveva ogni giorno fedeli avvisi di ciò che facevasi nella corte di suo zio. Seppe che il primo settembre del 1746 Ercole uscirebbe di buon mattino di città per recarsi alla sua casa di Belriguardo; e lo stesso giorno giunse da Mantova a Ferrara con cinque vascelli aventi a bordo cinquecento uomini d'infanteria; entrò per la breccia, che aprivasi nelle mura di mano in mano che si andavano rifacendo, e corse subito le strade, facendo ripetere innanzi a lui il suo grido di guerra: La vela! In pari tempo promise al popolo di rendergli l'abbondanza, mentre che la cattiva amministrazione d'Ercole aveva fatto crescere il prezzo del frumento; annunciò l'arrivo di quattordici mila uomini, che gli avevano dati per quest'intrapresa il duca di Milano ed il marchese di Mantova, ed invitò i cittadini a prendere le armi, senza aspettare che le truppe straniere gli sforzassero a riconoscerlo per loro legittimo sovrano.
Don Sigismondo, fratello del duca, al primo sentore di questo tumulto, erasi frettolosamente chiuso in Castelvecchio con donna Leonora d'Arragona sua sposa; ma non vi aveva vittovaglie per tre giorni. Ercole, cui alcuni fuggiaschi avevano annunciato l'ingresso in Ferrara di una numerosa armata, omai rinunciava alla speranza di riprendere la città, ed adunava soltanto i suoi soldati a Reggenta ed a Lugo per difendere queste due fortezze. Intanto niun Ferrarese aveva ancora prese le armi per unirsi a Niccolò, il quale vedendo d'aver corse invano tutte le strade, chiamando il popolo in suo soccorso senza che alcuno si muovesse, cominciava a scoraggiarsi. Eransi contati i soldati che lo seguivano, e sprezzavasi il loro piccolo numero; non vedevasi giugnere l'armata ch'egli aveva annunciata, e cominciavasi a non dare più fede alle sue parole. Don Sigismondo, testimonio della mala riuscita del suo avversario, si fece ancor egli a chiamare i Ferraresi in ajuto del loro sovrano. Corse il borgo del Leone, e la grande strada della Giudecca, e tutti gli abitanti presero per lui le armi. Di mano in mano che Niccolò vedeva ii popolo attrupparsi, egli abbandonava i quartieri della città uno dopo l'altro senza venire alle mani. Finalmente riconoscendo la sua impresa disperata, uscì di Ferrara, attraversò il Po e fuggì colla sua gente. Ma i contadini, di già contro di lui sollevati, occupavano tutti i passaggi per fermarlo. Egli cadde infatti in loro potere colla maggior parte di coloro che lo accompagnavano, e fu ricondotto a Ferrara. Il duca Ercole, suo zio, lo fece subito decapitare, e la stessa sorte toccò ad Azzo d'Este suo cugino. Vennero appiccati venticinque de' suoi complici; e così severa giustizia atterrì tutti i nemici del duca Ercole, la di cui successione, assicurata lo stesso anno dalla nascita di suo figlio Alfonso, più non venne in seguito contrastata[50].
I primi movimenti contro Galeazzo Maria Sforza scoppiarono in Genova, e furono quasi simultanei colla congiura di Ferrara. In forza del trattato che Genova aveva fatto col duca Francesco Sforza, quando si pose sotto la sua signoria, questa repubblica, lungi dal rinunciare alla sua libertà, pareva averla vie meglio consolidata. Vero è che aveva ammessi nelle sue mura un governatore ed una piccola guarnigione; ma questa straniera forza era appena bastante per comprimere i tumultuosi movimenti delle fazioni, per impedire quelle rivoluzioni, quelle frequenti convulsioni, che ne' precedenti anni avevano esaurita la città d'uomini e di danaro. Altronde il duca si era obbligato a non accrescere il numero dei soldati, nè le fortificazioni della cittadella.
Riceveva annualmente da Genova un tributo di cinquanta mila ducati, somma appena bastante al mantenimento della guardia della città e delle fortezze. E non solo non aveva il diritto di accrescere questa contribuzione, ma non poteva nemmeno immischiarsi nel modo di levarla. Così non poteva aver parte alla legislazione, all'amministrazione della giustizia, ed al governo interno della città[51].
Finchè visse Francesco Sforza, queste condizioni vennero religiosamente mantenute; ma Galeazzo, suo figliuolo, era troppo volubile in tutti i suoi progetti, troppo vano, troppo impetuoso per rispettare lungamente le leggi cui erasi obbligato. Pure, perchè non era meno pusillanime che arrogante, spesse volte si fermava nel corso di un'intrapresa ingiusta ed offensiva, e cedeva al timore dopo di avere sprezzate le rappresentanze del suo popolo. I Milanesi, tra i quali viveva, non solo risentivano danno da' suoi difetti come sovrano, ma ancora da' suoi privati vizj. La di lui dissolutezza sconvolgeva tutte le famiglie, e la sua crudeltà, eccitata dalla più leggera resistenza, non era soddisfatta che da spaventosi supplicj. Genova era, assai meno di Milano, esposta a questa spicciolata tirannide, e sebbene fosse violato il contratto fra il principe e la repubblica, e che perciò i Genovesi si risguardassero come sciolti dai loro giuramenti, i più ricchi temevano una rivoluzione, che poteva ruinarli assai più che i passaggeri abusi del potere cui speravano di sottrarsi.
Non pertanto l'intera città parve vivamente offesa dal disprezzo che le aveva mostrato Galeazzo, quando nel 1471 era passato per Genova, tornando da quel suo sontuoso pellegrinaggio di Firenze. Eransi apparecchiate per riceverlo splendidissime feste, magnifici regali. Egli affettò di dare a questa pompa un'aria di ridicolo presentandosi con abiti dimessi, ricusando gli alloggi che gli si erano apparecchiati, e chiudendosi in castello, ove pareva rimanersi con timore. Per ultimo alla fine dei tre giorni abbandonò Genova senza annunziarlo, come un fuggiasco[52].
Dopo avere eccitato il malcontento di questa potente città, non accostumata a soffrire i dileggi, Galeazzo ad altro non pensava che a stringere talmente le di lei catene che vi si spegnesse per sempre ogni spirito di libertà. Notabile è il progetto da lui immaginato per giugnere a questo fine. Sopra Genova, all'estremità della scoscesa montagna che divide le valli di Bisagno e della Polsevera, era situata la fortezza del Castelletto, dove il duca di Milano teneva guarnigione. Ordinò Galeazzo che una catena di fortificazioni si prolungasse da questo castello fino al mare. Un doppio muro guarnito di ridotti doveva dividere la città in due parti eguali, le quali, quando piacesse al governatore, non avrebbero fra di loro veruna comunicazione, e potrebbero essere separatamente oppresse. Di già tracciata sul terreno era la linea delle mura e delle torri, e gli operai, sotto gli ordini del luogotenente del duca ed alla di lui presenza, cominciavano a cavare i fondamenti. Fremevano tutti i cittadini sulla sorte che loro era riservata, ma niente facevano per prevenirla, quando Lazzaro Doria ordinò agli operai, a nome della repubblica, di sospendere un lavoro contrario alle leggi ed ai trattati, e strappò colle proprie mani le pertiche del livello, che loro servivano di norma. La folla applaudì con trasporto a quest'atto di vigore; gli operai si fermarono, ed il luogotenente del duca, temendo una sollevazione, si ritirò nel castello[53].