La repubblica di Venezia testificò ai valorosi abitanti di Scutari, ed al loro comandante la riconoscenza dovuta alla loro fedeltà. Fece appendere l'insegna de' primi nella chiesa di san Marco, come testimonio della costanza loro, e creò cavaliere il Loredano, che rapidamente promosse poi alle cariche di provveditore e di capitano generale[36].
Durante l'inverno, che seguì l'assedio di Scutari, i Veneziani cercarono di fare qualche trattato coi Turchi; ma le pretese del gran signore erano troppo esorbitanti per potervi acconsentire. Chiesero nello stesso tempo soccorso ai loro alleati per la prossima campagna. Il duca di Milano loro pagò fedelmente il sussidio cui si era obbligato, ma il papa, dopo avere nominati dieci cardinali per occuparsi intorno alla guerra dei Turchi, ricusò di prendervi parte; onde la repubblica, irritata da tale abbandono, richiamò il ministro che teneva a Roma[37].
La campagna del 1475 venne distinta da pochi avvenimenti. Solimano, beglierbey di Romania, venne ad assediare Lepanto fortezza de' Veneziani nell'Etolia all'ingresso del golfo di Corinto. Le mura di questa città non erano state da lungo tempo ristaurate, e cadevano in ruina; ma la sua posizione sopra uno scosceso scoglio, che la chiudeva dalla banda del Nord ed era munito di un buon castello, suppliva alle opere dell'arte. Tra questi dirupi ed il porto i Veneziani cavarono delle fosse dietro le mura, e le sostennero con baluardi di terra. Erano entrati in città cinquecento cavalleggeri, le di cui frequenti sortite ebbero costantemente prosperi successi. Antonio Loredano occupava il golfo colla flotta veneziana, e non lasciava Lepanto sprovveduto nè di vittovaglie, nè d'armi, nè di fresche truppe. Dopo quattro mesi di inutili attacchi, conoscendo Solimano di non aver fatto alcuno avanzamento, abbandonò l'essedio[38]. In sul finire della stessa campagna la flotta ottomana fece un tentativo sul castello di Coccino nell'isola di Leuno, la sua artiglieria praticò una breccia nelle mura, ma l'avvicinamento del Loredano colla flotta veneziana costrinse i Turchi a ritirarsi[39].
Frattanto nello stesso anno un'altra repubblica italiana venne suo malgrado strascinata nella guerra coi Turchi. I Genovesi possedevano tuttavia Caffa nella Crimea, che gli antichi chiamavano Teodosia, e questa città, la più potente delle loro colonie, era inoltre il più famoso mercato di tutto il mar Nero. Caffa, trovandosi già da due secoli sotto il governo de' Genovesi, aveva acquistata una popolazione ed una ricchezza che quasi la rendevano eguale alla metropoli. Il kan de' Tartari, in mezzo ai di cui stati era posta, era convinto che la di lei prosperità formava la ricchezza de' suoi sudditi. Caffa era il mercato di tutti i prodotti del settentrione; il legno, la cera, le pellatterie, sarebbero rimaste senza valore in mano ai Tartari, se non si fossero presentati a comperarle i mercanti genovesi. Niuna delizia della vita, verun prodotto dell'arte de' popoli inciviliti penetrava in que' deserti, che per mezzo de' mercanti d'Italia. L'Europa comunicava coll'Oriente per mezzo dei Genovesi di Caffa; le stoffe di seta e di cotone, fabbricate in Persia, le derrate e le spezierie dell'India, vi giugnevano per le strade d'Astracan, e le miniere del Caucaso venivano scavate per conto de' Liguri. Il kan loro aveva accordati straordinarj privilegj; aveva permesso che i magistrati genovesi giudicassero tutte le cause de' suoi proprj sudditi fino ad una certa distanza da Caffa; sempre li consultava nella nomina del governatore della provincia, e mostrava una grandissima deferenza per tutte le domande di questa potente città. Il governo di quella colonia era composto di un consiglio, nominato ogni anno dal senato di Genova, di due assessori e di quattro giudici delle campagne[40].
Le conquiste di Maometto II ed il suo odio pel nome latino teneva i Genovesi inquieti intorno alla loro colonia. Il mar Nero era chiuso ai loro vascelli, o almeno non potevano attraversare l'Ellesponto ed il Bosforo, che coll'assoggettarsi alle avanie de' Turchi. Non potevano mandar per mare soldati a Caffa, e non pertanto temevano che quella piazza ne avesse pressante bisogno. Cerio, capitano d'una compagnia d'avventurieri, offrì loro di condurre per terra in Crimea la sua compagnia di circa cento cinquanta cavalli purchè gli fosse data una paga proporzionata a così difficile spedizione, e che lo sembrava ancora di più a motivo delle tenebre ond'era in allora avviluppata la geografia. Infatti Cerio uscì d'Italia pel Friuli, attraversò l'Ungheria, parte della Polonia, e finalmente parte della Tartaria, e dopo un viaggio di più di mille duecento miglia, condusse i suoi cavalieri sani e salvi a Caffa[41]. Questo rinforzo era poco considerabile, e non pertanto i magistrati di Caffa, giudicando della propria importanza e del proprio potere dai riguardi che avevasi per loro, avevano provocati i più pericolosi nemici. Alla morte del governatore della provincia in cui Caffa è situata, il kan de' Tartari gli aveva sostituito Emineces (il Barbaro lo chiama Eminachbi[42]), che dai Genovesi era stato riconosciuto. Il suo predecessore aveva lasciato un figliuolo, detto Seifaces, che per giugnere alla carica occupata da suo padre, sedusse a forza di danaro i magistrati di Caffa, e riuscì ad impiegare il loro credito presso il kan: e tanto fece colle loro istanze e colle minacce ancora, che l'imperatore tartaro acconsentì a destituire Emineces, ed a nominare in sua vece Seifaces. Ma in mezzo a queste erranti popolazioni l'autorità del monarca non era molto sentita, e poco rispettati i suoi ordini. Emineces, corucciato contro l'imperatore tartaro, e più ancora contro i Genovesi, si associò due altri capi della nazione, Caraimerza ed Aidar. Col loro ajuto sollevò tutti i Tartari della Crimea, e venne ad assediare Caffa, facendo in pari tempo chiedere soccorsi a Maometto II. Il sultano, sempre apparecchiato a fare nuove conquiste, mandò in faccia a Caffa la formidabile flotta che aveva allestita contro Candia. Già durava da sei settimane l'assedio cominciato dai Tartari, quando Ahmed, che comandava questa flotta, gettò l'ancora avanti a Caffa il primo giugno del 1475, e piantò le sue batterie contro le mura della città. Le fortificazioni di Caffa, dalle armate tartare credute sempre inespugnabili, perchè non sapevano attaccarle che colle loro sciable, colle frecce e colla loro cavalleria leggiera, mostrarono dopo pochi giorni larghe brecce aperte dall'artiglieria turca. Pure ancora quattro giorni gli abitanti difesero le brecce aperte e praticabili, dopo i quali soscrissero una capitolazione, che poi non fu osservata. Molti senatori ed antichi magistrati furono condannati al supplicio, mille cinquecento fanciulli vennero spediti a Costantinopoli per esservi allevati tra i giannizzeri, ed il rimanente degli abitanti latini fu trasportato a Pera, e distrutto il dominio dei Genovesi sul mar Nero[43].
Dal canto dell'Ungheria Mattia Corvino non corrispose alle calde premure de' Veneziani, e non tentò veruna importante diversione. Pure in questo stesso anno prese la fortezza di Schabatz, che minacciava il Sirmio, ma non portò più in là le sue armi[44]. Da ogni banda, sia presso i Musulmani che presso i Cristiani, i popoli trovavansi estenuati da così lunga guerra, e verun vigoroso sforzo prenunciava più grandi avvenimenti.
CAPITOLO LXXXIV.
Congiura di Niccola d'Este a Ferrara; di Girolamo Gentile a Genova; d'Olgiati, Visconti e Lampugnani a Milano. Rivoluzioni nello stato di Milano dopo la morte di Galeazzo Sforza.