Sebbene i congiurati non avessero ottenuto l'intento loro, la posizione di Lorenzo de' Medici era sempre pericolosa assai. Le truppe, adunate nella valle del Tevere sotto Lorenzo Giustini, ed in Romagna sotto Gian Francesco di Tolentino, erano di già entrate nel territorio di Firenze; ma, avendo udito il disastro dei Pazzi, eransi ritirate senza lasciarsi raggiugnere dalle truppe della repubblica. Intanto il re Ferdinando mandava altre truppe, che di già avevano passato il Tronto, ed aveva renduta pubblica la sua alleanza col papa e colla repubblica di Siena. Questa lega aveva scelto per suo generale il duca d'Urbino, Federico di Montefeltro, ed aveva dichiarata la guerra, non già alla repubblica fiorentina, ma al solo Lorenzo de' Medici, che non volevasi confondere colla sua patria. Nello stesso tempo il papa intimava la scomunica alla repubblica fiorentina, se entro un mese, da incominciarsi col primo di giugno, giorno della pubblicazione della bolla, ella non consegnava ai tribunali ecclesiastici Lorenzo de' Medici, il gonfaloniere, i priori e gli otto della balìa con tutti i loro fautori, ond'essere puniti secondo l'enormità del loro delitto[113]. Consisteva questo delitto nell'avere portate le mani sopra un ecclesiastico. «Perchè i cittadini, dice il papa, erano tra di loro venuti a qualche dissensione civile e privata, questo Lorenzo coi priori di libertà ec..... avendo interamente scosso il timore di Dio, e trovandosi infiammati di furore, vessati da diabolica sugestione, e trasportati come cani da insensata rabbia, infierirono con tutta possibile ignominia contro persone ecclesiastiche. Oh dolore! oh inaudito delitto! portarono le violenti mani sopra un arcivescovo, e lo appiccarono pubblicamente alle finestre del loro palazzo[114]

Il papa non si difese intorno all'aver avuto parte nella congiura, e non cercò in alcuna bolla di smentire quest'accusa; per lo contrario i Fiorentini confessarono il loro torto d'avere fatto morire l'arcivescovo di Pisa ed i preti congiurati, che erano soggetti soltanto alla giurisdizione ecclesiastica; cercarono di calmare il papa assoggettandosi alle sue censure, e restituirono la libertà al cardinale Riario[115]. Tanta moderazione fu inutile; il dieci delle calende di luglio una seconda bolla fulminò contro di loro più gravi pene: proibì ai fedeli di avere comunicazione di veruna sorta con loro, ruppe le precedenti alleanze, vietò a tutti gli stati di contrarne di nuove, ed impedì ad ogni militare di mettersi al loro soldo[116].

Intanto i Fiorentini si apparecchiavano a respingere colle armi l'attacco onde erano minacciati, ed il 13 di giugno crearono, secondo l'antica costumanza, i decemviri della guerra[117]. Spedirono nello stesso tempo a tutti i principi cristiani una relazione della congiura; chiesero col mezzo de' loro ambasciatori i soccorsi del duca di Milano e della repubblica di Venezia in forza della loro alleanza[118]: adunarono in Firenze un concilio provinciale di tutti i prelati toscani, loro domandarono una protesta contro la sentenza di Sisto IV, ed un appello della sua scomunica ad un concilio ecumenico[119]. Pubblicarono altresì l'autentica confessione del Montesecco, onde togliere qualunque dubbio rispetto alla parte che il papa aveva avuta nella cospirazione, e mandarono questo documento col loro appello all'imperatore, al re di Francia ed ai principi sovrani della Cristianità[120]. Finalmente per sottrarre Lorenzo dei Medici ad attentati simili a quello da cui era uscito salvo, la signoria accordò alla sua persona una guardia di dodici uomini[121]. I monarchi d'Europa potevano difficilmente apprezzare i motivi de' cittadini fiorentini per metter fine all'usurpazione della casa de' Medici. Essi di già risguardavano i due fratelli come legittimi sovrani, ed una congiura contro di loro sembrava un attentato contro la maestà dei troni. Altronde senza esaminare i diritti che potevano avere i congiurati, la condotta del papa, il quale si associava a costoro per soddisfare l'odio e la cupidigia di un nipote, che passava per suo figlio, loro sembrava sempre scandalosa. Quindi il re di Francia, l'imperatore Federico, i Veneziani, il duca di Milano e quello di Ferrara minacciarono Sisto IV di ritirarsi dalla sua ubbidienza, se proseguiva a turbare la Cristianità con un'ingiusta guerra. Lodovico XI richiamò le dispute intorno alla prammatica sanzione; volle trattenere le annate, dacchè i tesori ch'esse portavano a Roma venivano impiegati nel fare la guerra ai Cristiani, non a difenderli contro i Turchi. Citò inoltre Sisto IV ad un concilio che diede voce di volere adunare in Orleans, poi in Lione, ma che non ebbe mai luogo[122]. In ultimo mandò ambasciatore a Firenze il celebre storico Filippo di Comines, per dare maggiore importanza ai Medici con larga promessa di protezione[123].

I più saggi fra i cardinali vedevano con dolore compromessa l'autorità pontificia dall'inconsiderazione di un papa; ma credevano assai più importante di salvarla, che di costringere Sisto IV ad ascoltare i consiglj della prudenza e della giustizia. In una delle sue ultime lettere[124] il cardinale di Pavia scriveva al papa: «So che recasi presso di noi per parte del re di Francia un ambasciatore riputato assai nelle Gallie, la di cui commissione è oltremodo orgogliosa. È incaricato di sottrarre i Francesi all'ubbidienza della santa sede, e di appellare ad un concilio se non si revocano le censure pronunciate contro i Fiorentini, se coloro che hanno ucciso Giuliano, quegli ancora che approvarono questo assassinio, non vengono puniti; e per ultimo se non rinunciamo alla guerra da poco cominciata.... Frattanto che potremmo noi fare di più vergognoso, qual maggior piaga, qual morte più crudele potremmo noi arrecare all'autorità di Roma, che di rivocare la nostra sentenza, prima ancora che asciutto sia l'inchiostro con cui fu vergata. Il solo flagello accordatoci da Dio per la nostra conservazione ci caderebbe di mano, il bastone apostolico più non avrebbe forza di rompere i vasi inutili; la potenza secolare avrebbe in allora un rifugio contro le censure, e ciò che la debolezza nostra avesse una volta abbandonato, più ricuperarlo non potrebbe il nostro coraggio.»

Il cardinale propose in seguito al pontefice di acquistar tempo con evasive risposte, di promettere di ricevere i Fiorentini in grazia, ove manifestassero pentimento; ma di dichiarare di non lo poter fare che in un'assemblea di tutti i cardinali, la quale assemblea era impossibile durante la peste; di ritenere sotto lo stesso pretesto della peste gli ambasciatori francesi in luogo lontano dalla corte; per ultimo di seguire l'esempio dello stesso re di Francia, che talvolta aveva differita un anno intero la risposta ai legati di Roma. «Se il re, soggiugne egli, acconsente, com'è probabile, a questi indugi, voi avrete tempo di atterrare le armi de' vostri nemici, e Dio nella sua misericordia spesso ci concede inaspettati soccorsi: se il re non si acquieta, saranno a lui imputabili tutte le conseguenze della sua impazienza.... Allora vostra santità confidisi interamente in Dio; quegli che regna nei cieli è più grande di quegli che vive sulla terra. Il primo sostenne i suoi sacerdoti ne' più gravi travagli, non verrà loro meno ne' minori pericoli: altronde i nostri nemici combatterebbero per il peccato, noi contro il peccato; essi vorrebbero la nostra perdita, e noi altro non vogliamo che la loro salute e la loro vita: in così diversa situazione, e quando così giusta è la nostra causa, senza dubbio che noi dobbiamo tutta in Dio riporre la nostra speranza[125]

I consiglj del cardinale di Pavia vennero adottati. Sisto IV differì fino al 27 gennajo seguente ad accordare la prima udienza agli ambasciatori francesi; ed anche allora non diede loro un positivo riscontro; disse che avrebbe incaricato un suo legato di portare a Lodovico XI l'espressione de' suoi sentimenti; frattanto soggiunse che aveva con dispiacere veduto questo monarca prestar fede a Lorenzo ed a' suoi complici, piuttosto che a quegli che ha ricevuta la sua autorità da Dio medesimo, e che a lui solo deve renderne conto; poichè sta scritto nelle sacre carte: «L'orgoglioso, che non vuole ubbidire all'ordine del pontefice che rende un culto al suo Dio, deve morire per sentenza del giudice. Così tu toglierai il male dalla terra d'Israello; il popolo vedendolo rientrerà nel timore, e niuno più non si gonfierà di vano orgoglio[126].» Mentre il papa addormentava co' suoi indugi e con ambigue risposte la lega che pareva formarsi contro di lui, proseguiva vigorosamente la guerra intrapresa in Toscana.

CAPITOLO LXXXVI.

Guerra tra Sisto IV, alleato di Ferdinando di Napoli, ed i Fiorentini. — Genova ricupera la sua libertà. — Continuazione e fine della guerra di Venezia contro i Turchi.

1478.