La condotta d'una cospirazione richiede sempre un certo grado di dissimulazione, ed ancora di falsità; gli uomini contro i quali vengono diretti somiglianti attentati, lagnansi frequentemente con amarezza della perfidia di coloro ch'essi avevano risguardati come loro amici; essi scordano le loro proprie offese, perchè coloro che sonosene vendicati non ne mostrarono risentimento, e chiedono di essere attaccati a viso scoperto e con armi eguali, mentre ch'essi medesimi si chiudono nelle fortezze, si circondano di guardie, ed armano una intera popolazione per difendersi. Ma perchè il rimprovero di dissimulazione non faccia torto alla riputazione dei cospiratori conviene che un eminente pericolo, un pericolo personale li giustifichi. Coloro che scagliano i loro colpi da un luogo sicuro, che potendo combattere colle armi dei principi adoperano invece il pugnale degli assassini, meritano essi soli l'obbrobrio che deve ricadere sul tradimento. I Pazzi ed i Salviati possono parer grandi e degni di rispetto, quand'ancora addormentano i Medici con false carezze, e che stringendoseli al seno in segno di amicizia, cercano sotto i loro abiti se queste vittime portano la corazza[127]; ma Sisto IV che benedice le armi de' cospiratori, e Ferdinando di Napoli che fa avanzare le sue armate per assecondarli; questo sommo pontefice e questo monarca, che violano essi stessi la legislazione, sotto la protezione della quale vivono, non meritano maggiore stima di que' vili, che pagano mercenarj assassini per appagare le loro vendette. Qualunque volta è aperto l'adito alla pubblica vendetta, rimane interdetta la privata. I vindici de' privati sono i tribunali, il tribunale de' sovrani è la guerra. I tribunali sono impotenti per difendere l'onore, infedeli quando converrebbe di difendere la libertà; fu perciò dall'opinione renduta ai cittadini la spada per difendere l'onore ne' duelli, e per ricuperare la libertà nelle legittime congiure[128]. I duelli, non altrimenti che le congiure, sono dall'onore vietati ai sovrani, che hanno un altro giudice nell'esperimento delle armi pubbliche.

Forse Sisto IV nudriva grandi pensieri e vasti progetti per l'indipendenza d'Italia; senza apprezzarne la libertà, conosceva la potenza delle repubbliche; voleva assicurare alla penisola tutti i mezzi di respingere gli attacchi degli stranieri e de' barbari, riunendo la Lombardia alla Toscana sotto l'egida di governi renduti forti dalla confidenza e dall'amore dei popoli. Il piano che la sua mente aveva concepito, e che noi vedremo svilupparsi, era degno di un uomo di genio, e di un vero amico del suo paese; ma il carattere di questo papa corrompeva il suo spirito, e frammischiava la falsità e la perfidia a' suoi vasti concepimenti. Incapace di distinguere la virtù dal delitto, gli erano indifferenti tutti i mezzi d'esecuzione, ed egli disonorava i suoi progetti cogli strumenti che sceglieva per eseguirli. E per tal modo quando ancora si armava a favore della libertà, rendevasi odioso agli stessi repubblicani, facendo uso del potere della Chiesa, scandalizzava i cattolici e progettando l'indipendenza dell'Italia, era il primo ad esporla alle invasioni dello straniero.

Sisto IV e Ferdinando eransi apparecchiati alla guerra, avanti che i Pazzi avessero scagliati i primi colpi contro i Medici. Per lo contrario i Fiorentini non avevano ancora un'armata, nè potevano formarla in sull'istante. Si andavano per loro assoldando in Lombardia tutti i capitani che cercavano di servire; ed avevano di già riuniti sotto i loro stendardi Niccolò Orsini, conte di Pitigliano, Corrado Orsini, Rodolfo Gonzaga, fratello del marchese di Mantova, i due suoi figliuoli ed altri capitani. Rispetto ai piccoli principi di Romagna, che tutti facevano il mestiere di condottieri, i Fiorentini erano stati prevenuti da Sisto IV, il quale aveva assoldati Federico, duca di Urbino, Roberto Malatesta, signore di Rimini, e Costanzo Sforza, signore di Pesaro. L'armata pontificia, renduta in tal modo assai numerosa, entrò con quella del duca di Calabria nelle terre della repubblica, nel mese di luglio[129]. I Fiorentini, non potendo tenere la campagna, distribuirono i loro soldati nelle terre murate poste ai confini dello stato di Siena e del ducato d'Urbino. Formarono inoltre un campo al Poggio Imperiale; ma era composto di altrettante truppe indipendenti quanti erano i condottieri che le comandavano; niuno voleva riconoscere l'autorità di un altro; disprezzati erano gli ordini de' commissari nominati dalla repubblica; ogni capitano riputavasi per lo meno eguale ai cittadini che sedevano nel consiglio, ed avrebbe creduto di far torto al proprio onore, ubbidendo agli ordini di un uomo, che i natali e la carica non facevano soprastare agli altri.

Per ristabilire la subordinazione, i Fiorentini offrirono il comando dell'armata ad Ercole, duca di Ferrara, colla paga di sessanta mila fiorini in tempo di guerra e di quaranta mila in tempo di pace. Essi non vollero abbadare ai consiglj della repubblica di Venezia, che loro ricordava, che Ercole, avendo sposata una figlia di Ferdinando, combatterebbe con poco vigore contro il duca di Calabria suo cognato[130]. Lo stesso Ercole si mostrò lungo tempo indeciso, e soltanto il 30 agosto segnò il trattato coi commissarj fiorentini[131].

Intanto erano in luglio cominciate le ostilità: i duchi d'Urbino e di Calabria avevano guastato con estrema crudeltà il territorio fiorentino da loro occupato, avevano successivamente assediato Rencina, la Castellina, ragguardevole fortezza lontana otto miglia da Siena, e Radda. Sebbene si difendessero valorosamente, questi tre castelli dovettero capitolare a condizione di aprire le porte ai nemici, se non venivano soccorsi avanti un determinato tempo; l'armata fiorentina, informata di tale capitolazione, non aveva osato arrischiare una battaglia per liberarli[132]. In appresso i nemici avevano preso Mortajo, assediavano Brolio e minacciavano Cacchiano, quando finalmente, l'otto settembre, giunse a Firenze il duca di Ferrara. Il dodici andò a visitare il campo; ma frattanto Brolio s'arrese quasi sotto i suoi occhi ai nemici, i quali, in onta alla capitolazione che avevano segnata, saccheggiavano e bruciavano questo castello, come avevano poco prima saccheggiato e bruciato quello di Radda[133].

Fino alla venuta del duca di Ferrara i Fiorentini avevano potuto dolersi di non avere un capo; ma non tardarono a pentirsi di averne scelto uno che mancava di talenti o di risolutezza, se pure non era segretamente d'accordo coi loro nemici. Erasi aspettato per dargli il bastone del comando l'istante fissato dagli astrologi, i quali lo avevano dilazionato fino al 27 di settembre, a dieci ore e mezzo, ossia alle sedici ore italiane. Aspettando che giugnesse il favorevole istante, Ercole aveva lasciato prendere Cacchiano in sua presenza, e lasciava assediare in Val di Chiana Monte Sansovino, una delle più importanti piazze poste ai confini, poichè signoreggiava l'ingresso del piano d'Arezzo e di Cortona, di Val d'Ambra e di Val d'Arno[134].

Il duca di Ferrara ora aveva che dire coi commissarj fiorentini, ora coi proprj ufficiali; mai non trovava luogo abbastanza sicuro per accamparsi, ricusava di avvicinarsi ai nemici, ed invece affrettavasi di fare con loro un armistizio a svantaggiosissime condizioni, acconsentendo che, durante l'armistizio, il duca d'Urbino continuasse l'assedio di Sansovino. Avendo quest'armistizio cessato alla fine d'ottobre, il duca di Ferrara propose di porre Sansovino nelle mani d'un terzo, per dar tempo di cominciare altre negoziazioni; suggerì pure altri espedienti che tutta disvelavano la debolezza del suo carattere, o la sua mala fede, e ricusò costantemente di venire a battaglia per liberare gli assediati, sebbene le sue forze fossero press'a poco eguali a quelle dei nemici, avendo con lui sette mila uomini di cavalleria e sei mila pedoni, mentre il duca d'Urbino aveva mille cavalli di più e due mila pedoni di meno[135]. Finalmente Sansovino s'arrese l'otto di novembre quasi in sugli occhi del duca di Ferrara; ed i nemici avendo presi i quartieri d'inverno tra Fojano, Lucignano ed Asinalunga in sui confini dello stato di Siena, il duca terminò dal canto suo questa vergognosa campagna, alloggiando le sue truppe tra Olmo e Pulicciano[136].

Non si può non essere maravigliati vedendo che Lorenzo de' Medici non presentossi mai nel campo fiorentino durante una guerra che la sua patria sosteneva per suo riguardo. Aveva permesso che l'armata fosse prima esposta agli inconvenienti dell'insubordinazione avanti la venuta del duca di Ferrara, poi della diffidenza e forse del tradimento dopo la di lui venuta, senza tentare di stabilirvi l'ordine, o di affrettarne le operazioni. Il governo e forse lo stesso Lorenzo non avevano troppa fiducia nei suoi talenti militari; ma i commissarj che la repubblica mandava all'armata non erano probabilmente più di lui bellicosi. Quando fu portato a Firenze il manifesto di Sisto IV e di Ferdinando, Lorenzo, vedendosi indicato come il solo nemico di questi due sovrani, aveva convocato un consiglio de' richiesti, cui erano stati invitati trecento cittadini. Aveva loro dichiarato di essere apparecchiato ad andare in esilio, in prigione, ed ancora alla morte, se la sua patria credeva doverlo sagrificare per sottrarsi all'attacco de' suoi nemici. Ma in pari tempo aveva fatto loro sentire che la loro prudenza e la loro perseveranza bastavano sole per resistere al turbine e giugnere al termine de' mali ond'erano minacciati. I Fiorentini, chiamati a questo consiglio, corrisposero a così generosa interpellazione, giurando di consacrare le sostanze loro e la vita in difesa di Lorenzo de' Medici[137].

Mentre i decemviri della guerra facevano nuove leve di soldati, raccoglievano munizioni, e rimontavano il materiale dell'armata, la repubblica mandava i suoi più esperti negoziatori alle potenze da cui poteva sperare soccorsi. Donato Acciajuoli, uno de' più riputati letterati del secolo, era stato incaricato dell'ambasceria di Francia; ma infermò e morì a Milano prima d'aver potuto giugnere alla corte di Francia, e gli fu dato per successore Guid'Antonio Vespucci[138]. Ma tutti gli attestati d'amicizia che Lodovico XI aveva dati alla repubblica fiorentina non dovevano avere alcun utile risultato. Questo monarca, vecchio ed infermo, temeva sempre che l'Europa si accorgesse del suo decadimento, e vi ravvisasse un pronostico dell'imminente suo fine; quindi cercava di occuparla con negoziazioni, di sorprenderla colle minacce, di mantener viva l'opinione della sua costante attività; e frattanto tenevasi lontano dall'entrare in intraprese che non avrebbe avuta la forza di condurre a fine[139]. I Sienesi, invano accarezzati dai Fiorentini, eransi scopertamente dichiarati pei loro nemici. I Lucchesi, sempre gelosi de' potenti loro vicini, erano egualmente disposti a dichiararsi contro Firenze, e Pietro Capponi, figliuolo di Neri, mandato per ambasciatore a Lucca, potè a stento mantenerli neutrali con concessioni d'ogni genere[140]. Giovanni Bentivoglio, che in Bologna occupava press'a poco lo stesso rango che il Medici a Firenze, restavasi inattivo, sebbene fosse alleato di Lorenzo. Nè di lui più attivo era Manfredi, signore di Faenza. Di ciò n'erano forse cagione i Veneziani, i quali per non accendere una guerra in Romagna eransi formalmente opposti al progetto di questi due signori di attaccare il principato d'Imola posseduto da Girolamo Riario.

Tutta la speranza del Medici e dei Fiorentini stava adunque riposta nell'alleanza coi due stati di Milano e di Venezia: ma i Veneziani, pretestando la dichiarazione degli alleati di fare la guerra a Lorenzo de' Medici, non alla repubblica fiorentina, protestarono di non essere tenuti alla difesa di particolari cittadini nelle private loro liti. Altronde si trovavano tuttavia impegnati in una disastrosa guerra coi Turchi, ed in quest'anno medesimo avevano tremato per una formidabile invasione. La reggenza di Milano assecondava di buona fede il governo fiorentino, ma il re di Napoli per privarlo di così potente ausiliario aveva trovato il modo d'occupare la duchessa Bona più seriamente ne' proprj stati.