Se due ruinose campagne facevano vacillare la potenza di Lorenzo de' Medici, e prevedere l'imminente sua ruina, egli era ancora più spaventato dalle rivoluzioni che nello stesso tempo rovesciavano la potenza del suo più fedele alleato. Roberto di Sanseverino, dopo la sua spedizione di Lunigiana, erasi ritirato nelle montagne che dividono gli stati di Parma e di Genova. Colà aveva collocato il suo campo presso Borgo di Val di Taro in modo da tenere in iscacco i Fiorentini e la duchessa di Milano. I cognati della duchessa stavano presso il Sanseverino, ed il suo campo era il centro de' loro segreti maneggi. Uno di loro, il duca di Bari, morì subitamente il 27 di luglio, non senza sospetto che fosse stato avvelenato dagli altri due[194]. Prima che passasse un mese, Lodovico Sforza, che gli succedeva nel ducato di Bari, presentossi improvvisamente col Sanseverino e colla sua armata alle porte di Tortona, che gli furono aperte il giorno 23 d'agosto[195]; ne prese possesso a nome del duca Giovanni Galeazzo, suo nipote, e della duchessa Bona; dichiarò ch'era servitore dell'uno e dell'altra, e che, lungi dal prendere le armi contro di loro, non avanzavasi che per liberarli dai loro nemici, ed in particolare dai loro infedeli ministri. I popoli, sempre disposti a dar colpa ai ministri dei mali che soffrono, secondavano con piacere una rivoluzione che non sembrava diretta contro il loro sovrano; e tutte le terre murate si affrettavano di mandare le chiavi a Lodovico. Uno storico contemporaneo assicura che gli si arresero in un sol giorno quarantadue castelli[196]: ma, ciò che era più importante, era favoreggiato alla corte della duchessa da un partito assai potente. Trovavasi questa corte divisa in due fazioni. Da una banda Cecco Simonetta, più sovrano che ministro, esercitava un potere avvalorato da cinquant'anni di favore sotto tre successivi regni; suo figlio Antonio, suo fratello Giovanni, suo amico Orfeo da Ricavo, e tutti i vecchi consiglieri, per la maggior parte innalzati alle cariche sotto di lui, lo risguardavano quale loro capo e loro oracolo. Dall'altra banda Antonio Tassini, nudrito nel favore della nuova corte, erasi formato un partito di tutti gl'invidiosi del ministro, di tutti coloro che si lusingavano d'ingrandirsi in un cambiamento di cose. Il Tassini era un Ferrarese di vile condizione: ricevuto prima come cameriere presso il duca Galeazzo, era in appresso passato ai servigj della duchessa, di cui aveva saputo in modo guadagnarsi l'animo, ed ispirarle tanta confidenza, e forse amore, che altri in fuor di lui più non era dalla duchessa consultato negli affari di stato. Il cancelliere Simonetta vedeva non senza dispetto innalzarsi sulle proprie ruine così indegno rivale; ed il Tassini, forse offeso dal disprezzo del vecchio ministro, aveva per lui concepito un implacabile odio. Sperando di rovesciarlo, aveva intavolata qualche relazione coi cognati della duchessa, e quando Lodovico il Moro presentossi sotto Tortona, il Tassini persuase la duchessa a chiamarlo alla sua corte. «Il partito che voi prendete, le disse il Simonetta quando n'ebbe sentore, costerà a voi l'impero, a me la vita[197]»; e tale profezia non tardò ad avverarsi. Lodovico Sforza entrò in Milano il giorno 8 settembre, protestò di giugnervi come servitore della duchessa e come suo fedele custode[198], ma il giorno 11 Cecco Simonetta venne arrestato col suo figlio, fratello ed amici[199].

Il Simonetta, tradotto al castello di Pavia, vi fu da principio trattato con molti riguardi; ma in ottobre Lodovico Sforza gli mandò uno de' suoi segretarj ad avvisarlo, che se voleva ricuperare la libertà doveva comperarla rilasciandogli circa quaranta mila fiorini, che teneva presso alcuni banchieri a Firenze. «Io sono stato illegalmente carcerato, rispose il Simonetta, la mia casa è stata saccheggiata, ed io venni coperto d'obbrobrj; tale fu la ricompensa ch'io mi ebbi per avere con fedeltà e con zelo servito lo stato di Milano. Se ho commesso qualche mancamento mi s'infligga il meritato castigo; ma la sostanza che io ho ammassata con onorate fatiche e con lunghi risparmj passerà a' miei figli. Dio mi ha bastantemente favorito prolungando la mia vita fino a questo giorno, altro adesso non bramo che la morte[200]». Dopo ciò il Simonetta fu trattato con estremo rigore, assoggettato ad indegna tortura per istrappargli la confessione di delitti, dei quali nè pure sospettavasi reo: sua moglie, ch'era della casa Visconti, impazzì per disperazione, ed, il 30 ottobre del 1480, il Simonetta fu decapitato nel castello di Pavia[201].

La predizione che il Simonetta aveva fatta alla duchessa avverossi a puntino, ed il Tassini, che lo aveva soppiantato, non godette lungamente del suo trionfo. Il 7 d'ottobre Lodovico il Moro fece dichiarar maggiore suo nipote, Giovanni Galeazzo Maria; pretese che questo principe, sebbene non ancora giunto ai dodici anni, fosse di già in istato di governare, e con questo pretesto privò la duchessa d'ogni partecipazione agli affari. Lo stesso giorno venne arrestato Antonio Tassini e chiuso nel castello di Porta Zobia: Gabriele, padre del Tassini, ch'era stato creato consigliere ducale, fu arrestato nello stesso tempo; e spogliati ambidue de' loro beni, furono esiliati dal ducato di Milano. La duchessa Bona, irritata ed umiliata, uscì il 2 novembre da Milano per ritirarsi a Vercelli; ma in appresso si stabilì in Abbiate Grasso, ove visse totalmente lontana dagli affari[202].

Lorenzo de' Medici, tanto sventurato nelle sue prime campagne, tanto sventurato nell'alleanza su cui aveva fondate le principali sue speranze, non si scoraggiava, e cercava nella stessa Italia e fuori soccorsi contro la potente lega che lo attaccava. Di concerto coi Veneziani tentò di far rivivere l'antico partito d'Angiò per opporlo nel regno di Napoli all'eccessiva potenza di Ferdinando. Gl'inviati delle due repubbliche andarono a cercare in Lorena l'erede del vecchio re Renato, e lo trovarono apparecchiato ad entrare negl'intrighi e nelle guerre d'Italia per far rivivere diritti che davano maggior lustro alla sua casa.

Viveva tuttavia il vecchio Renato, conte di Provenza, il rivale d'Alfonso e di Ferdinando. Egli non morì che il 10 di luglio del susseguente anno nella sua contea; ma era sopravvissuto a tutta la sua discendenza maschile, ed arrivato ad un'età nella quale mancavagli la forza e la volontà di entrare in nuovi travaglj. Il generoso suo figlio, Giovanni, duca di Calabria, era morto nel 1470, lasciando, del suo matrimonio con Maria di Borbone, due figli, il maggiore dei quali, chiamato ancor esso Giovanni, non gli sopravvisse che pochi giorni, e l'altro, Niccolò, morì di venticinque anni nel 1473 senza aver avuta prole[203]. Ma una figliuola di Renato, Jolanda, erasi maritata con Terry, conte di Vaudemont, e gli aveva portati i diritti che aveva sua madre sopra la Lorena. Da questo matrimonio, cui Renato aveva di mala voglia acconsentito per ricuperare la libertà, era nato Renato II, duca di Lorena, che, per la morte de' suoi cugini Giovanni e Niccolò, diventava pure l'erede di tutti i diritti della casa d'Angiò sul regno di Napoli. Vero è che il vecchio Renato non aveva perdonato a questo suo nipote i suoi natali dal sangue di Vaudemont, ed il 22 luglio del 1474 aveva fatto un testamento per privarlo della propria eredità, chiamandovi Carlo del Maine, figliuolo d'un altro conte del Maine, suo minor fratello[204]. Questi fu quel Carlo che chiamò erede di tutti i suoi diritti Lodovico XI, con suo testamento del 10 dicembre del 1481, e che morì nel susseguente giorno.

Ma il diritto delle genti non accorda ai monarchi la facoltà di disporre arbitrariamente della successione de' loro stati; successione regolata dalle leggi di ogni popolo; e l'ordine immutabile stabilito per l'eredità è la sola garanzia delle monarchie contro le guerre civili. Perciò non sogliono vedersi testamenti di tale natura, che quando il contratto tra il sovrano ed il suo popolo viene infranto da una conquista, e che il monarca spossessato più non trasmette ai suoi eredi che un vano titolo. Il regno di Napoli era un feudo femminino, e finchè viveva un discendente in linea diretta dell'ultimo sovrano, i collaterali non potevano avervi verun diritto. I Veneziani, i Fiorentini e tutta l'Italia, riconoscevano in Renato II l'erede della casa d'Angiò, e per questo titolo gli offrivano di ajutarlo a conquistare il regno di Napoli, e dal canto suo lo trovavano dispostissimo ad adoperarvisi con tutte le sue forze.

Mentre che da loro agitavansi quest'importanti negoziazioni, Lorenzo dei Medici ricevette inaspettatamente dal duca di Calabria e dal duca d'Urbino, suoi avversarj, proposizioni di pace. Lo stesso Lodovico il Moro, reggente di Milano, ch'egli credeva suo nemico, vi aveva qualche parte. Questi, dopo avere prese le redini del governo, aveva adottate le affezioni de' suoi predecessori; voleva salvare Firenze, di cui conosceva utile l'alleanza, e staccarla da Venezia; voleva inoltre staccare il re di Napoli dal papa, e già vedeva germogliare tra di loro i semi della divisione. Il 24 novembre, quando meno si aspettava, andò un trombetta ad annunciare a Firenze, ch'era stata sottoscritta una tregua tra il re di Napoli, il papa e la repubblica, per trattare la pace[205].

Ferdinando non nudriva verun personale risentimento contro Lorenzo dei Medici; la guerra che gli faceva era puramente politica, e poteva terminarla senza rancore, tostocchè avesse in vista nuovi progetti d'ingrandimento. Padrone dell'Italia meridionale, desiderava di dilatare i suoi confini verso l'Italia superiore. La rivoluzione gli aveva di già data molta influenza sopra la Lombardia; la repubblica di Genova poteva quasi risguardarsi come da lui dipendente; il duca di Calabria formava già su quella di Siena progetti cui pareva favoreggiare un potente partito, e poteva sperare che entro pochi mesi questo stato lo riconoscerebbe per suo sovrano. Non conveniva dunque a Ferdinando di continuare d'accordo con Sisto IV una guerra, di cui questi avrebbe per lo meno voluto dividere i frutti. Tornava assai meglio al re il lasciare a Firenze un governo che s'andava ogni giorno più indebolendo per l'odio di una numerosa fazione, di porre frattanto un piede stabile in Toscana, aspettare gli avvenimenti, e soprattutto la morte del pontefice. Diverse affatto erano le disposizioni di Sisto IV; egli sentivasi umiliato dallo stesso male che aveva voluto fare ai Fiorentini, non meno che dai rimproveri e dalle minacce di tutta la Cristianità; non poteva perdonare a Lorenzo nè la morte di tanti amici di Girolamo Riario, nè gli scandalosi processi che avevano palesati all'Europa le loro congiure, nè il terrore del giovane cardinale suo nipote. Era stato sforzato a dichiarare a quali condizioni farebbe la pace, ed umilianti erano tutte quelle che aveva osato di proporre. Voleva che Lorenzo ed i Fiorentini fabbricassero una cappella, e che fondassero legati di messe per le anime di coloro ch'erano morti nella congiura de' Pazzi; voleva che la repubblica domandasse solennemente perdono alla Chiesa per avere attentato alla vita di persone sacre, l'arcivescovo ed i suoi preti; e finalmente voleva che restituisse alla santa sede Borgo san Sepolcro, Modigliana e Castro Caro, sebbene queste città fossero state dai Fiorentini legittimamente acquistate molto tempo avanti la presente guerra[206].

Frattanto la situazione di Lorenzo anche in Firenze rendevasi ogni giorno più pericolosa. La città era omai stanca di così disastrosa guerra sostenuta con così infelice successo, le sue truppe erano state assoldate con gravissimo dispendio, i nemici, padroni delle migliori fortezze, avevano successivamente stesi i loro guasti nel Pisano, nell'Aretino, in Val d'Elsa, in Val di Nievole, in Val d'Arno, e nella Lunigiana: quasi niuna provincia era rimasta intatta; il commercio, minacciato nella capitale, era stato ne' più rimoti paesi travagliato dalle confische pronunciate dal papa; tutti sentivano che la guerra non era sostenuta che per la difesa di Lorenzo, ed affatto estranea ai veri interessi dello stato; ognuno voleva porvi fine; e Girolamo Morelli, che risguardavasi come uno degli amici e dei più zelanti partigiani de' Medici, disse a Lorenzo in pieno consiglio: «La nostra città è oggi stanca, più non vuole guerra, più non vuole rimanersi interdetta e scomunicata per difendere il vostro credito[207]

In così difficili circostanze Lorenzo dei Medici prese una risoluzione apparentemente ardita, ma che pure era la sola prudente, quella di recarsi egli stesso presso di Ferdinando, di conoscere le segrete sue disposizioni, e di approfittarne per negoziare con lui; metter fine alle lagnanze de' malcontenti di Firenze colla speranza di una prossima pace, e di mostrare nello stesso tempo all'Europa, ch'egli non era altrimenti il tiranno della sua patria, poichè osava, come ogni altro cittadino, porsi tra le mani de' nemici sotto la sola salvaguardia del diritto degli ambasciatori. La sorte provata dal Piccinino alla stessa corte di Napoli dava agli occhi de' meno veggenti tutto il merito di un grande coraggio a cotale condotta, sebbene Lorenzo non si esponesse a verun rischio. Il Piccinino, solo capo della sua armata, non lasciava dietro di sè nè stati, nè vendicatori; la sua morte costava a Ferdinando un delitto e non guerre. Per lo contrario la repubblica di Firenze sarebbe tutta intera sopravvissuta a Lorenzo, avrebbe mostrato più zelo nel punire gli uccisori di quest'illustre cittadino, che nel difenderlo, e Ferdinando non avrebbe raccolto altro frutto da un tradimento, che la vergogna di averlo commesso. Lorenzo, invitato a fare questo viaggio dal duca di Calabria e dal duca d'Urbino[208], aveva già da Napoli ricevuta l'assicurazione di esservi ben accolto, quando il 5 dicembre fece per mezzo del gonfaloniere adunare un consiglio dei Richiesti per comunicar loro le proprie intenzioni[209]. Egli partì lo stesso giorno, ed all'indomani scrisse da Samminiato alla signoria per prendere da lei congedo. Rappresentavasi in questa lettera come una vittima che si offre in sagrificio per calmare la collera di potenti nemici[210]. Giunto a Pisa vi trovò i pieni poteri dei decemviri della guerra per trattare in nome della repubblica poteri che i suoi partigiani non avevano osato domandare al consiglio dei cento, per timore di trovarvi opposizione[211]. Una galera napolitana lo aspettava per ordine di Ferdinando a Livorno, ed il capitano lo ricevette a bordo coi più grandi onori.