La pace de' Veneziani coi Turchi assicurava l'Italia dalla più formidabile invasione, e facendo cessare un pericolo che non era mai stato più imminente, avrebbe dovuto essere per que' diversi potentati un motivo di confidenza e di riposo. Pure la notizia fu per la maggior parte cagione di costernazione. Acciecati dalla loro gelosia, non videro che il ristabilimento del credito della potente repubblica che temevano. Videro che Venezia poteva oramai disporre di tutte le sue forze in Italia come aveva fatto nel 1463; ed il re di Napoli e la repubblica di Genova che le avevano dimostrata la loro nimicizia, temevano il suo risentimento; e la duchessa di Milano, il duca di Ferrara, il marchese di Mantova ed i piccoli principi della Romagna, sebbene alleati di Venezia, furono in segreto dolenti di vedere con ciò diminuirsi la loro importanza. In tempo della guerra del Levante, il senato avevali cautamente accarezzati; ora dovevano a vicenda mostrare al senato veneto la loro deferenza. Ma il papa in particolare, quand'ebbe avviso di questa pace, non potè contenere il suo rammarico e la sua indignazione. Il papa, che non aveva presa veruna parte in una guerra da lui chiamata sacra, pretendeva che i Veneziani, come cristiani, non potessero terminarla senza tradire la Cristianità. Annunciò all'Europa ch'egli aveva in allora intavolato de' negoziati col re di Francia, coll'imperatore Federico III e con Massimiliano, duca di Borgogna, di lui figliuolo; che il suo scopo era quello di terminare la guerra di Firenze, indi di volgere le armi di tutto l'Occidente contro i Turchi[177]. In tali circostanze, egli diceva, i Veneziani, abbandonando la causa comune, avevano fatta, e solennemente giurata, la pace. «Non contenti di questa diserzione, aggiugneva egli in una nuova bolla, si resero ancora più colpevoli; non arrossirono di dire alla nostra presenza, alla presenza dei nostri venerabili fratelli i cardinali, degli ambasciatori dell'imperatore, del re, del duca di Milano, dei prelati e di una grande quantità di Cristiani, che fedelmente osserverebbero il trattato coi miscredenti, e non vi contravverrebbero in verun modo[178]». In fatti erano tornati vani tutti gli sforzi del papa per ridurre i Veneziani a ricominciare la guerra.
Per altro Sisto IV era ben lontano dal pensare alla riunione de' Cristiani, nè a formare una lega contro i Turchi. L'ambizione andava in lui crescendo coll'età; la passione della guerra e dell'intrigo erasi impadronita del suo animo; la collera, l'odio ed il desiderio di accrescere la potenza di Girolamo Riario, suo figliuolo o suo nipote, gli ponevano a vicenda le armi in mano. Avrebbe voluto strascinare i Veneziani in nuove ostilità per indebolirli e privare i Fiorentini del loro appoggio. Nella stessa maniera volle turbare lo stato di Milano, perchè ancor esso alleato dei Medici; per riuscirvi s'addirizzò ad un popolo più religioso, più docile alla sua voce e più disposto di quello che lo fossero i Veneziani a far dipendere le leggi della pubblica morale dalle arbitrarie decisioni de' suoi preti. Persuase gli Svizzeri a violare i giuramenti che gli univano al duca di Milano, ed a stornare con una potente invasione i soccorsi che Lorenzo de' Medici poteva sperare dalla famiglia Sforza.
Da circa due anni i venditori d'indulgenze eransi sparsi nella Svizzera, in occasione di un giubileo, ed avevano trovato presso quella semplice gente, che abitava sulle Alpi, quella fermezza di fede, quella cieca confidenza nel papa, quella premura di spogliarsi di tutti i loro beni per acquistare grazie spirituali, che più non conoscevano gl'Italiani, testimonj dei disordini della corte di Roma. Si stabilì nella Svizzera un tribunale di ottanta a cento preti per distribuire le indulgenze della bolla, e decidere nei casi dubbiosi; e Roma vide con maraviglia quanto danaro poteva trarre da quei cantoni, che credeva tanto poveri. Ma quando l'attenzione di Sisto IV fu richiamata sopra gli Svizzeri, osservò in quel popolo altra cosa che lo interessava assai più che il commercio delle indulgenze. Vide quale profitto potrebbe cavare nelle guerre della santa sede da tali fedeli e da tali soldati; loro mandò una bandiera rossa, benedetta colle sue mani, e gli esortò a ricordarsi che il loro dovere gli obbligava a non risparmiare il loro sangue per la libertà della Chiesa. Il suo legato, Guido di Spoleti, vescovo d'Anagni, fece adunare una dieta a Lucerna, e colà in una segreta assemblea, tenuta il 1.º novembre del 1478, propose agli Svizzeri di ajutare un numeroso partito di nobili e di borghesi di Milano, che desideravano di ristabilire una repubblica in Lombardia. D'altro non trattavasi che d'allontanare un fanciullo incapace di governare che in allora era capo della casa Sforza; e Sisto IV, in ricompensa di questa spedizione, loro offriva la divisione degl'immensi tesori ammassati ne' castelli di Pavia e di Milano, cui Guido aggiugneva il pagamento di dieci mila ducati all'anno, per agevolare il loro armamento. Ma i deputati de' cantoni confederati non potevano prendere una così importante risoluzione, senza il consentimento del popolo, e la cosa non era di tale natura da potersi rendere pubblica[179]: perciò il legato, mentre comunicava ai capi i suoi progetti politici, cercava in pari tempo d'eccitare il risentimento de' contadini. La dieta si chiuse senza avere nulla conchiuso; ma era scoppiato il malcontento e l'odio degli uomini d'Uri contro i Milanesi, ed il legato ottenne finalmente di accendere la guerra tra la Svizzera e la Lombardia in occasione che si tagliò un bosco di castagni, nella valle Levantina, di controversa proprietà[180].
Fin dal 1467 un'antica capitolazione legava la Svizzera alla casa Sforza; per la destrezza di Francesco Simonetta era stata rinnovata il io luglio del 1477 tra Gio. Galeazzo ed i Cantoni. L'antica aveva ricevute alcune modificazioni; erano stati pagati gli arretrati dovuti agli Svizzeri, e terminate tutte le controversie di confine[181], quando nella state del 1478 alcuni sudditi milanesi tagliarono degli alberi in un bosco, che gli Svizzeri pretendevano essere di loro proprietà; Cecco Simonetta, informato dell'irritamento degli uomini d'Uri, offrì di far riconoscere il luogo da arbitri, e dove fosse ritrovata proprietà degli Svizzeri, di compensarne il danno. Ma il vescovo d'Anagni riuscì a rendere inutile la moderazione di questo vecchio e saggio ministro, ed a soffocare le pacifiche rimostranze dei cantoni di Zurigo e di Berna. Il cantone d'Uri dichiarò la guerra al duca di Milano; invitò i suoi alleati a dargli gli ajuti dovutigli in forza del trattato federativo, e tutti i cantoni, sebbene di malavoglia, fecero marciare il loro contingente. In novembre del 1478 passò il san Gottardo un'armata di dieci mila confederati, quando già cominciava ad essere coperto di nevi. Un araldo d'armi era andato a sfidare il duca di Milano, ed il conte Marsiglio Torelli con un'armata di diciotto mila uomini aspettava gli Svizzeri ai confini[182]. Questi frattanto cominciarono a saccheggiare il territorio d'Iragna; avanzaronsi fino a Bellinzona, di cui presero d'assalto il primo ricinto; ed avrebbero colla stessa facilità potuto occupare il secondo, se i loro stessi capi non avessero temuto di esporre al sacco una città che serviva di deposito al loro commercio. I confederati attraversarono in appresso il Cenere, montagna che divide i due laghi, e minacciarono Lugano. Ma dopo avere atterrita la Lombardia con una breve comparsa, perchè un rigorosissimo inverno di già si annunciava sulle alte Alpi, essi le ripassarono prima che troppo alte nevi ne chiudessero il passaggio[183].
Gli Svizzeri non avevano lasciati in val Levantina che dugento uomini somministrati dai cantoni d'Uri, di Zurigo, di Lucerna e di Schwitz, e la milizia della valle, che si univa a così debole guarnigione, non eccedeva i quattrocento uomini. Il conte Marsiglio Torelli credette di potere facilmente distruggere questa piccola truppa, ed impadronirsi di Giornico, fortezza che sarebbe diventata la chiave del passaggio del san Gottardo. Avanzossi fino a Poleggio con circa quindici mila uomini; Enrico Troger, comandante di Giornico, ritirossi all'avvicinarsi di forze tanto superiori, ma ebbe l'avvedutezza di deviare dal proprio letto le acque del Ticino, facendo che si spargessero sulle praterie che occupano il fondo della valle. L'acutissimo freddo della notte rese questo bacino una sola lastra di ghiaccio. Gli Svizzeri, ritiratisi sulle alture, eransi tutti provveduti di ferri da ghiaccio, ed aspettarono, prima di attaccarla, che la cavalleria milanese si avanzasse incautamente su questo piano di ghiaccio. Mentre i cavalli cadevano ad ogni passo, che gli uomini, appoggiati alle loro lance, potevano a stento reggersi in piedi, i montanari piombarono sopra di loro, correndo su quel ghiaccio colla medesima facilità, come se fosse stato une prateria. I Milanesi, non potendo valersi delle loro armi, rinculavano ed avrebbero voluto fuggire; ma i cavalli, che cadevano sotto di loro, chiudevano tutti i passaggi. Più di mille cinquecento furono uccisi, e non fu piccolo il numero de' prigionieri: la buona artiglieria caduta nelle mani del vincitore servì ad armare i bastioni di Giornico, ed i soldati si divisero tra di loro un ricco bottino[184].
Frattanto Cecco Simonetta desiderava ardentemente la pace, e fece riaprire le negoziazioni: que' cantoni, le di cui città sono sovrane, non desideravano meno di lui di terminare una guerra, che danneggiava il loro commercio, e costrinsero gli abitanti d'Uri alla moderazione. Il bosco controverso fu ceduto agli Svizzeri, loro pagata l'indennizzazione di alcune migliaja di fiorini, e ristabilita la buona armonia tra i due stati. Ma questa breve spedizione rialzò l'opinione degli Svizzeri in tutta l'Italia, ed accrebbe agli occhi di Sisto IV il vantaggio della loro alleanza[185].
Altre pratiche del pontefice avevano nello stesso tempo suscitati nemici domestici alla reggenza di Milano ed ai Fiorentini. Sisto aveva fatti entrare nella Lunigiana Roberto di Sanseverino, Luigi Fregoso ed Ibletto dei Fieschi; e mentre che questi capitani con truppe genovesi prendevano de' castelli ai Malaspina ed attaccavano Sarzana[186], i fratelli Sforza, zii del giovane duca, lasciavano il luogo del loro esilio, scorrevano la Toscana con minaccioso apparato, ed all'ultimo si aggiugnevano al Sanseverino[187]. I Fiorentini, adombrati dalla comparsa di questi nuovi nemici, chiamarono al loro soldo molti rinomati condottieri. I Veneziani loro cedettero Carlo da Montone e Deifobo dell'Anguillara. Roberto Malatesta, signore di Rimini, Costanzo Sforza, signore di Pesaro, ed uno de' Manfredi, signori di Forlì, abbandonarono le bandiere del papa per militare sotto le loro[188].
In ragione che lo spirito militare andava in Italia rinascendo, il governo fiorentino sentiva ch'eragli pericoloso il rimanervi del tutto straniero. Il duca di Ferrara, generale della repubblica, era stato incaricato di respingere il Sanseverino, mentre che i suoi avversarj, i duchi d'Urbino, e di Calabria, non uscivano dai loro quartieri d'inverno. Lo fece effettivamente, ma con tanta lentezza e così mollemente e con tanto timore d'un nemico troppo di lui più debole, che impiegò tre settimane nello scorrere la costa da Pisa a Sarzana, lunga cinquanta sole miglia: egli mai non raggiunse, mai non vide il Sanseverino, cui permise di acquistare l'avvantaggio di due o tre marce. Dopo questa spedizione, nella quale non fu dato un solo colpo di lancia, tornò colla stessa lentezza ad occupare i confini del Sienese. Il duca di Ferrara non avrebbe osato tenere una così vergognosa condotta, se avesse dovuto darne conto ad un governo militare; ma poco sentiva i rimproveri che potevano essergli dati dai Medici, e dal loro consiglio di mercanti[189].
Un impreveduto disordine indebolì nell'aprirsi della nuova campagna l'armata fiorentina. Vi si vedevano riuniti il conte Carlo di Montone cogli ultimi avanzi della scuola di Braccio, suo padre, e Costanzo Sforza coi soldati di Sforza Attendolo, suo avo. La loro rivalità aveva cominciato da circa un secolo, ed avrebbe dovuto spegnersi per la morte de' loro capi e pel cambiamento di tutta la loro organizzazione. Pure fu impossibile di farli combattere sotto le medesime insegne. Violenti contese, sfide, duelli, facevano temere una generale battaglia tra i due corpi. Fu forza separarli[190]: Montone con Roberto Malatesta fu mandato nello stato di Perugia, sua patria, ove sperava trovare partigiani, e dove effettivamente una ventina di castelli si sottomisero a lui o a suo figliuolo Bernardino; ma la sua morte accaduta in Cortona il 17 di giugno, distrusse tutte le speranze che cominciavansi a fondare sopra di lui[191].
L'altra armata sotto gli ordini di Ercole d'Este fu ancora più sgraziata: durante la prima metà della campagna si tenne vergognosamente inattiva. Avendola Ercole lasciata il 10 agosto sotto gli ordini di suo fratello Sigismondo, per tornare ne' suoi stati, fu dal duca di Calabria sorpresa il 7 di settembre al Poggio Imperiale e sgominata totalmente quasi senza avere combattuto[192]. I castelli di Poggi Bonzi e di Colle di Val d'Elsa trattennero per altro i Napolitani, avendo ambidue sostenuto un ostinato assedio. Ma perchè i Fiorentini non fecero veruno sforzo, dovettero capitolare prima che terminasse la campagna. Quello di Colle fu l'ultimo ad arrendersi il 14 di novembre; e dopo questa conquista il duca di Calabria pose le sue truppe ai quartieri d'inverno[193].