Allora cambiando l'assedio in blocco, il sultano s'occupò nel conquistare il rimanente della provincia, onde togliere agli assediati ogni speranza di soccorso. E perchè la flotta veneziana avrebbe potuto innoltrarsi, rimontando la Bogiana, fin presso a Scutari, chiuse la foce di questo fiume con un ponte coperto da due ridotti. Mandò il beglierbey di Romania ad assediare varie fortezze del vicinato: quella di Sebenico, che apparteneva a Czernowitsch, si arrese senza combattere, e la città di Drivas fu presa dopo sei giorni d'assedio. Giacomo del Mosto, che vi stava per provveditore, fu condotto con tutti gli abitanti sotto le mura di Scutari, ove Maometto lo fece decapitare, onde far conoscere agli assediati la sorte che loro preparava se non si affrettavano di calmare la sua collera. La città d'Alessio fu abbandonata, ma vennero sorprese in quel porto due galere; ed i dugento marinaj, che ne formavano l'equipaggio, furono condannati a morte. La sola città d'Antivari resistette a tutti gli attacchi dei Turchi. La maggior parte dell'estate essendosi consumata in questi diversi assedj, Maometto affidò il comando dell'armata che bloccava Scutari al suo visir, Achmet Giedik, e tornò a Costantinopoli[167].

Per tenere nello stesso tempo occupate altrove le forze della repubblica, Maometto II aveva ordinato al pascià di Bosnia d'invadere il Friuli, e pretendesi che il re d'Ungheria, così persuaso da Ferdinando, re di Napoli, di cui nel 1476 aveva sposata la figlia, Beatrice, accordasse ai Turchi il passaggio per i suoi stati, affinchè questa diversione impedisse ai Veneziani di soccorrere i Fiorentini[168]. Il pascià di Bosnia giunse alle rive dell'Isonzo con quindici mila cavalli, ma le trovò difese dalle milizie adunate sotto gli ordini di Vittore Soranzo, provveditore della provincia, mentre che il conte Carlo da Montone comandava gli uomini d'armi chiusi nel campo di Gradisca. Invano il pascià provocava Montone alla battaglia, che questi, ammaestrato dall'esperienza del precedente anno, vedeva che meglio fermerebbe i barbari tenendosi al suo posto. I Turchi, dopo molti inutili tentativi per entrare nel Friuli, attraversarono le montagne della Carniola, e portarono le loro stragi ai confini della Germania[169].

Quest'invasione si eseguì nell'istante in cui la peste infieriva in Venezia, onde non si erano potuto armare le barche destinate a custodire la foce dell'Isonzo[170]. La guerra d'Albania e quella del Friuli desolavano contemporaneamente la repubblica, gli armamenti del papa e di Ferdinando, e l'invasione della Toscana ne accrescevano il terrore; per ultimo gli affari di Cipro erano cagione di vive inquietudini, mentre che la violenza del contagio in Venezia non permetteva nemmeno di adunare i consiglj. La regina Carlotta di Lusignano dopo avere sollecitato il papa a ristabilirla nel suo regno, erasi finalmente determinata a passare in Egitto, ciò che non aveva potuto, o non aveva osato di fare nel precedente anno. Il re Ferdinando aveva per lei fatte armare quattro galere a Genova, destinate a scortarla nel suo viaggio. Nello stesso tempo aveva mandato a Venezia un brigantino catalano, il di cui patrone, che fingevasi mercante, erasi incaricato di rapire la giovanetta Carlotta, figliuola naturale di Giacomo. Il consiglio dei dieci, avvisato di queste pratiche, fece, con decreto del 27 agosto del 1478, tradurre i tre fanciulli di Giacomo nel castello di Padova, ove la fanciulla morì poco dopo, non senza sospetto d'essere stata avvelenata da' suoi custodi. Fu spedito un provveditore ne' mari di Candia con dieci galere, ordinandogli di star attento al passaggio delle quattro navi genovesi, di attaccarle, e di perdere la regina Carlotta, dando voce che fosse rimasta uccisa nella battaglia[171]. Questa flotta ammontò in seguito fino a 27 galere; ma Carlotta era giunta in Alessandria alcun tempo prima, ed il soldano le aveva date buone speranze. Per ordine de' Veneziani l'altra regina di Cipro, Catarina Cornaro, spedì pure un'ambasciata al soldano, per offrirgli l'annuo tributo del regno, che fin allora non era stato pagato; e le due regine cristiane trattarono la loro causa innanzi al soldano musulmano dell'Egitto. Questi non pronunciò veruna sentenza, ma pareva favorevole a Carlotta, e Venezia poteva aspettarsi di avere una nuova guerra coi Mamelucchi, per la difesa d'un regno, che altro più non era che una colonia veneziana[172].

I consiglj della repubblica, scossi da tante sciagure, minacciati da tanti pericoli, erano incerti intorno al partito da prendersi, quando ricevettero una lettera del governatore di Scutari, che gl'informava della situazione di quella piazza. Diceva loro di avere perduti nell'ultimo assalto otto de' suoi migliori capitani con moltissimi soldati; che non aveva viveri che per quattro mesi; e, se prontamente non riceveva soccorsi, dichiarava che sarebbe ridotto a capitolare. S'incontrò molta difficoltà nell'adunare il senato, disperso dalla peste, per comunicargli questo rapporto. Finalmente si adunò il quattordici di novembre, e, dopo una vivissima disamina, risolse di assoldare sei mila cavalli ed otto mila fanti italiani; di sollevare l'Albania coll'ajuto di Giorgio Czernowitsch per aggiugnere questi bellicosi popoli all'armata veneziana; di richiamare il capitano generale Venieri, che trovavasi colla sua flotta ne' mari di Cipro, e d'impiegare in tal modo tutte le forze della repubblica per far levare l'assedio di Scutari. Ma il senato si adunò nuovamente quattro giorni dopo, e per abbandonarsi allo scoraggiamento. I militari rappresentavano che, la Bogiana essendo chiusa da un ponte e da due ridotti, riuscirebbe quasi impossibile uno sbarco. I direttori del tesoro fecero conoscere l'esaurimento del medesimo e l'universale povertà, inevitabili conseguenze di così lunga guerra. Altri facevano sentire che se richiamavasi da Cipro la flotta del Venieri, si perderebbe quell'isola, che rimarrebbe abbandonata alle pratiche della regina Carlotta e forse all'invasione del soldano d'Egitto. Molti, spaventati dai frequenti attacchi dei Turchi nel Friuli, dicevano che bentosto la repubblica non sarebbe più in caso di respingerli. Gli amici di Lorenzo de' Medici e quelli della duchessa di Milano cercavano di persuadere i loro colleghi a terminare la guerra del Levante, affinchè Venezia fosse in istato di farsi rispettare in Italia. Facevano osservare che i due più potenti alleati della repubblica, i Fiorentini ed i Milanesi erano forzati di ricorrere alla sua protezione, invece di assisterla nelle sue necessità; che il re Ferdinando era scopertamente nemico, che aveva pure fatto coi Turchi un trattato di pace e di alleanza; che il papa, in preda ai suoi risentimenti, non parlava che minacciando; finalmente che la repubblica di Genova aveva contro di loro cominciate le ostilità. In così pericolosa posizione sembrava che soltanto la pace coi Turchi potesse salvare la repubblica, ed il senato risolse di accettare le condizioni che piacerebbe a Maometto di dettare.

Dietro tali deliberazioni Giovanni Dario, segretario di stato, fu mandato a Costantinopoli, facendogli attraversare l'Albania. Trovò il sultano disposto a mantenere press'a poco le stesse condizioni proposte in principio dell'anno. In conseguenza il 26 gennajo del 1479 questo ambasciatore soscrisse un trattato di pace tra la Porta e la repubblica di Venezia, in forza del quale dovevano essere ceduti al gran signore Scutari ed il suo territorio, e restituirsi reciprocamente tutte le conquiste fatte in tempo dell'ultima guerra nella Morea, nell'Albania e nella Dalmazia. I Veneziani dovevano pagare al Sultano cento mila ducati a titolo delle miniere d'allume che avevano fatto fallimento in Costantinopoli in principio della guerra, dovevano inoltre pagare un annuo tributo di dieci mila ducati; ma questa condizione, che poteva sembrare umiliante, non era in fondo che un compenso dei diritti e delle gabelle dell'impero ottomano; perciocchè in virtù di tale pagamento i Veneziani dovevano godere di un'assoluta franchigia per tutte le loro merci in tutti gli stati di sua altezza. L'ambasciatore ebbe pure l'accortezza di far comprendere in questo trattato, che se qualche stato spiegasse la bandiera di san Marco prima di essere immediatamente attaccato dal sultano, questi riconoscerebbe un tale stato per suddito della repubblica, e ne rispetterebbe il territorio; di modo che i Veneziani conservarono la speranza di fare acquisti col terrore delle stesse armi musulmane[173].

In esecuzione di questo trattato, il provveditore Antonio di Lezze uscì da Scutari con quattrocento cinquanta uomini, e centocinquanta donne, che soli erano sopravvissuti a questo terribile assedio. Seco portavano le reliquie delle loro chiese, i vasi sacri, l'artiglieria e tutto ciò che rimaneva delle loro ricchezze. Passarono così in mezzo all'armata ottomana, cui pareva che questi valorosi guerrieri incutessero rispetto[174]. La repubblica si obbligò a provvedere alla loro sussistenza; voleva da principio dar loro dei feudi nell'isola di Cipro, ma perchè temevano l'aria insalubre di quel paese, li distribuì nelle fortezze dello stato, loro affidandone la guardia, e dando a tutti una pensione di due ducati e mezzo al mese[175]. Nello stesso tempo la repubblica fece consegnare agli ufficiali del sultano le montagne della Chimera, Strimoli, il paese de' Mainoti nella Morea, Castel Rompano, Saranfona e l'isola di Stalimene. Tutti i prigionieri fatti dai Turchi furono posti in libertà senza taglia, e la pace venne giurata dal doge e pubblicata in Venezia con universale allegrezza, il giorno dell'evangelista san Marco, 25 aprile 1479, dopo quindici anni della più formidabile guerra che la repubblica avesse fin allora sostenuta[176].

CAPITOLO LXXXVII.

Sisto IV chiama gli Svizzeri in Italia; loro vittoria sui Milanesi a Giornico. — Eccita Lodovico il Moro ad usurpare il governo di Milano. Angustie di Lorenzo de' Medici, che va a Napoli, ove soscrive una pace che compromette l'indipendenza della Toscana; progetto del duca di Calabria sopra Siena; rivoluzioni di questa repubblica.

1478 = 1480.