La guerra coi Turchi si rinnovò nel 1477. Acmeto, sangiacco d'Albania, venne ad assediare Croja con otto mila cavalli. Le campagne furono guastate, e gli abitanti fuggirono nelle montagne; ma così forte era la città, non tanto per le opere dell'arte che per la naturale sua posizione, che poteva sfidare gli attacchi dei nemici. Ne aveva il comando Pietro Vettori, e Francesco Contarini, provveditore d'Albania, era incaricato di adunare un'armata nella provincia per far levare l'assedio. Durante tutta la state gli abitanti di Croja si difesero vigorosamente: in sul finire d'agosto il Contarini giunse ad Alessio con due mila uomini di cavalleria veneziana, cinquecento cavalleggeri, ed una buona infanteria albanese, che gli aveva condotto Niccolò Ducaini. Di là il 2 di settembre si avanzò nella pianura alle falde della montagna di Croja, che gli abitanti chiamano la Tiranna, ed ove i Turchi avevano formato il loro campo in distanza di quattro miglia dalla città. La battaglia tra le due armate cominciò verso mezzo giorno, e durò fino a sera senza che l'infanteria veneziana si staccasse mai dalla cavalleria pesante. L'una e l'altra apponevano ai Turchi una linea che le replicate cariche della loro cavalleria non poterono mai rompere. In sul declinare del giorno i Turchi fuggirono a briglia sciolta, abbandonando ancora il loro campo. Gli abitanti di Croja fecero una sortita, rovesciarono i due ridotti che chiudevano il passaggio, e vennero a dividere il bottino del campo ottomano, ove trovarono molte ricchezze e molti viveri, de' quali Croja cominciava ad aver penuria. Ma i Turchi ritiratisi sulle vicine montagne, vedendo al chiaro della luna il disordine de' vincitori nel campo da loro abbandonato, piombarono improvvisamente sui Veneziani che si contendevano le loro spoglie, ne uccisero la maggior parte, tagliarono la testa al Contarini, caduto nelle loro mani, dispersero tutta l'armata albanese, ed uccisero più di mille uomini del solo corpo delle truppe italiane[156].
Venezia non erasi ancora riavuta dallo spavento cagionato da questa rotta, quando in ottobre si seppe che il pascià di Bosnia aveva invaso il Friuli. Per altro la repubblica, avvertita dalla precedente invasione, aveva incaricato il procuratore Francesco Tron di fortificare quelle frontiere: ed era stata tirata una linea di trinceramenti dalle foci dell'Isonzo presso Aquilea fino a Gorizia. Si era per tale opera approfittato delle dighe dei fiumi; si erano alzate lunghe cortine di terra coperte di zolle, ed afforzate di tratto in tratto da torri o da bastioni della stessa natura. In tutte queste opere eransi piantate delle palafitte, o piuttosto tronchi di salci vivi, e così fitti che non davano verun passaggio. Questo trinceramento, lungo dodici in quindici miglia, pareva un muro di fortezza. Eransi inoltre fortificati due campi ne' luoghi in cui l'Isonzo pareva guadabile, l'uno a Gradisca, l'altro a Fogliano. Finalmente Gorizia aveva altresì un ponte su questo fiume, il quale era stato diligentemente fortificato[157]. Girolamo Novello di Verona, vecchio capitano, che aveva con lui suo figlio e molti valorosi ufficiali, fu incaricato della custodia di questi trinceramenti con circa tre mila fanti e molti corpi di buona cavalleria; onde gli abitanti del Friuli riposavano sicuri, non si credendo esposti ad una sorpresa del nemico.
Ma i Veneziani non avevano prese le convenienti misure per essere preventivamente avvisati de' movimenti de' Turchi. Una sera del mese di ottobre videro comparire la cavalleria turca intorno a quello de' due campi che trovavasi al di là del fiume, avanti che nemmeno si sapesse ch'erano usciti dalla Bosnia. Il giorno era troppo innoltrato per combattere; onde dall'una parte e dall'altra i soldati si apparecchiarono alla battaglia pel susseguente giorno. Pure nella stessa notte i Turchi occuparono il ponte di Gorizia, senza che ciò si sapesse nel campo di Gradisca. Per prendere questo ponte il pascià Mar Beg, Amat Beg, o piuttosto Achmet Giedick[158], fece passare un migliajo di cavalli sull'opposta sponda del fiume, mentre che in un altro luogo la cavalleria turca, avendo scoperto un luogo cinto e nascosto da alcune piante e da folte macchie sull'altra riva, attraversò a nuoto l'Isonzo, e collocò un'imboscata nel luogo in cui voleva attirare i Veneziani. All'indomani Achmet fece passare l'Isonzo a tutta la sua armata, ed offrì battaglia a Girolamo Novello che l'accettò. Fu sostenuta alcun tempo con molto coraggio, ed il figlio di Girolamo, che comandava la prima squadra, ributtò valorosamente i nemici; ma malgrado gli avvisi del padre, che diffidava della loro facilità a darsi alla fuga, si lasciò trasportare dal calore della vittoria ad inseguirli, e cadde nell'imboscata che gli era stata tesa, ed il suo corpo venne interamente distrutto. La seconda squadra che gli teneva dietro, atterrita da questo cambiamento di fortuna, si ritrasse, e la sua fuga, resa nota fino alle ultime linee, fu cagione che tutta l'armata si disordinasse; ad altro più non si pensò che alla individuale sicurezza. La cavalleria turca, formidabile nell'inseguire il nemico, era alle spalle de' fuggitivi, e continuò ad abbattere teste fino al di là di Merzano. Girolamo Novello e suo figlio furono uccisi in battaglia, come pure Giacomo Badoero, Anastasio Flaminio e molti altri ragguardevoli personaggi. Inoltre i Turchi fecero molti prigionieri[159].
Frattanto la cavalleria ottomana si sparse per tutta la campagna tra l'Isonzo ed il Tagliamento. Tutto ciò che il fuoco poteva distruggere fu dato alle fiamme. Vedevansi nello stesso tempo bruciare i foraggi, il raccolto, i boschi, gli abituri, i villaggi ed un centinajo di palazzi ossia ville de' nobili veneziani. Lo storico Sabellico, che allora trovavasi in un castello non molto lontano da Udine, aveva sotto gli occhi questo vasto incendio, che, veduto dalla sommità di una torre, pareva in tempo di notte un mare di fuoco. Dopo avere per due interi giorni guastato questo piano, i Turchi passarono ancora il Tagliamento e bruciarono il paese posto tra questo fiume e la Piave. In tempo di notte vedevansi ancora da Venezia le fiamme di quest'incendj, e vi spargevano la costernazione. Fu eletto un provveditore generale per l'Istria, fu dato ordine a quello d'Albania di recarsi nel Friuli, s'incaricò il provveditore di Lombardia di raccogliere le milizie di Verona, di Vicenza e di Padova; varj nobili veneziani vennero deputati al comando di ogni fortezza, ed il 2 novembre si pose in cammino una nuova armata per iscacciare i Turchi dai luoghi che occupavano; ma erano spontaneamente partiti ed avevano di già ripassato l'Isonzo[160].
Tutte le conquiste dei Turchi erano state precedute da scorrerie somiglianti a quelle che avevano adesso fatte nel Friuli. Ruinavano il paese con molte consecutive campagne prima di pensare a stabilirvisi; e se si fosse loro permesso di penetrar di nuovo nel nord dell'Italia, queste ruinate province bentosto non sarebbero più state suscettibili di difesa, ed in pochi anni le armi della mezzaluna si sarebbero avanzate fino nel cuore della Lombardia. I Veneziani fecero tutto quanto potevano per allontanare questo disastro. Avevano conosciuto per prova che non avevano bastante cavalleria su questi confini, e vi richiamarono Carlo di Montone, figlio di Braccio, che tornava dalla sua spedizione contro di Siena. Fortificarono Gradisca, rialzarono i distrutti baluardi, descrissero in reggimenti venti mila uomini di milizie delle loro province di terra ferma, e distribuirono in compagnie tutti gli abitanti di Venezia, obbligandoli ad esercitarsi nelle evoluzioni militari[161].
Frattanto l'assedio di Croja aveva sempre continuato, e questa città cominciava a mancare di vittovaglie. La repubblica di Venezia, abbandonata dagli altri stati dell'Italia, inquietata dagl'intrighi e dalla ambizione del papa e di suo figlio Girolamo Riario, temeva di non essere più abbastanza potente per chiudere lungo tempo ai barbari l'ingresso della penisola, e cercò di nuovo di ottenere la pace da Maometto II. Tommaso Malipieri, provveditore della flotta, fu autorizzato, in gennajo del 1478, a passare personalmente a Costantinopoli per offrire alla Porta la città di Croja, l'isola di Stalimene, il braccio di Maino nel Peloponneso, tutti gli altri luoghi che la signoria aveva conquistati in tempo della guerra, e cento mila ducati in nome dell'appalto dell'allume contro il quale riclamava Maometto. Tutte queste condizioni vennero dal sultano accettate, ma egli vi aggiunse quello di un annuo tributo di sei mila ducati. Il Malipieri rispose che non era autorizzato a prometterlo, e domandò, per consultare i suoi committenti, due mesi dal 15 aprile al 15 giugno. In questo tempo seppesi in Venezia che il re d'Ungheria ed il re di Napoli avevano trattato col gran signore e riconosciute tutte le sue conquiste. Non potevasi sperare veruna diversione dal canto della Persia, perciocchè Ussun Cassan era morto ed i quattro suoi figli avevano fra di loro divisa la paterna eredità. Croja trovavasi alle più dolorose estremità ridotta, e più non poteva difendersi. In così difficili circostanze il senato di Venezia risolse il 3 maggio di accettare le condizioni dettate dai Turchi, sebbene assai dure. Ma quando fu portata la risposta a Maometto, rispose di non essere più tenuto a mantenere la parola. Diceva che la situazione delle due parti aveva cambiato dopo le prime negoziazioni; risguardava Croja come di già sua, poichè verun umano potere poteva salvarla; e se i Veneziani erano pure determinati ad acquistare la pace col sagrificio di una città d'Albania, era Scutari e non Croja che gli dovevano rilasciare. Il Malipieri, non avendo istruzioni rispetto a questa nuova domanda, abbandonò Costantinopoli senza aver nulla convenuto[162].
Gli abitanti di Croja avevano di già sostenuto un anno d'assedio, e negli ultimi mesi trovaronsi ridotti a nudrirsi dei più immondi alimenti. Seppero intanto che il sultano, preceduto dal sangiacco Solimano e dal beglierbey della Romania, era arrivato sotto Scutari con un numeroso esercito. Gli spedirono il 15 giugno una deputazione per offrirgli di arrendersi a sua altezza, e ne riportarono un firmano da lui sottoscritta, colla quale prometteva a tutti di ritirarsi coi loro beni, qualora non preferissero di vivere in Croja sotto la protezione a favore della sublime Porta. A fronte di quest'alternativa tutti dichiararono di rinunciare alla loro patria e di vivere ne' luoghi che loro verrebbero assegnati dalla repubblica veneta. Consegnarono la loro fortezza, ed uscirono sotto la scorta loro data dal pascià Aaron, comandante dell'assedio; ma giunti appena in sul piano, questi li fece tutti incatenare per condurli al gran signore, il quale, dopo avere prescelti alcuni prigionieri più distinti che potevano pagare la taglia, fece decapitare tutti gli altri. Così finirono gli ultimi compagni d'arme di Scanderbeg. Tutto il suo popolo doveva in breve seguirlo nel sepolcro[163].
Intanto Maometto stringeva già d'assedio Scutari, ma gli abitanti di questa città, che avevano preveduto quest'attacco, eransi apparecchiati ad una vigorosa resistenza. Tutti coloro che non erano abili alle armi furono mandati fuori di città, entro la quale non erano rimasti che mille seicento cittadini, e dugento cinquanta donne, oltre la guarnigione di seicento soldati sotto il comando del provveditore Antonio de Lezze. Maometto aveva nel suo campo il beglierbey di Romania, il sangiacco Solimano, ed i più distinti ufficiali del suo impero. I padiglioni della sua armata coprivano tutto il piano di Scutari, le falde delle montagne, e tutto il paese a perdita d'occhio[164].
Erasi aspettato l'arrivo di Maometto al campo musulmano per iscuoprire le prime batterie contro Scutari, ma il sultano, lungi dal sapere buon grado ai suoi generali di questa deferenza, loro rimproverò di non avere fatti maggiori progressi. Una semplice linea di mura chiudeva la città, e la formidabile artiglieria de' Turchi vi aprì bentosto una larga breccia. Non pertanto il ripidissimo declivio del terreno, e la difficoltà di salire la rupe, su cui erano poste le mura, supplirono alla loro debolezza. I Turchi diedero l'assalto alla breccia il 22 di luglio, ma dopo un'ostinata zuffa vennero con grave danno respinti, maltrattati dai sassi e dai fuochi d'artificio che si facevano piovere sopra di loro[165].
Maometto fece allora piantare le batterie contro un lato delle mura di cui gli parve più agevole l'accesso. Non essendo sostenute da un terrapieno, furono in breve aperte, onde il sultano ordinò un secondo assalto pel 27 luglio. Ma per approfittare dell'infinita superiorità delle sue forze, divise il suo esercito, che gli storici veneziani portano ad ottanta mila uomini, in più corpi, che dovevano succedersi gli uni agli altri senza interrompimento, e rinnovare l'assalto finchè gli abitanti di Scutari soggiacessero alla fatica. Avuto avviso di quest'ordine, Antonio di Lezze divise pure la sua guarnigione in quattro brigate, che dovevano mutarsi ogni sei ore. L'assalto cominciò prima di giorno; i giannizzeri montavano alla breccia intrepidamente a traverso alle pietre che si facevano rotolare sopra di loro, ai fuochi d'artificio ed alle frecce; superavano le ruinate mura e sforzavansi in appresso di salire sugli interni baluardi che formavano l'ultima difesa. Nuovi assalitori s'innoltravano sempre dietro i primi, sostenendo in certo modo la prima linea, e spingendoli per forza fino alla sommità del bastione; ma non vi giugnevano mai che traforati da colpi di lance e di spade, e prima d'aver potuto combattere cadevano morti sui loro camerata, che per altro non si scoraggiavano. Maometto, furibondo per così valorosa resistenza, ordinò di continuare l'attacco con sempre nuove truppe durante tutta la notte e la metà del susseguente giorno. All'ultimo, sia che i soldati, avviliti da tanti inutili sforzi, ricusassero di combattere più oltre, o che lo stesso Maometto sentisse l'inutilità di così spaventosa carnificina, fece suonare a raccolta dopo avere perduto un terzo della sua armata[166].