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STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE


CAPITOLO LXXXIII.

Lorenzo de' Medici subentra nel credito di suo padre sopra la repubblica fiorentina. — Fasto ed ambizione dei nipoti di Sisto IV; prima campagna di Giuliano della Rovere, che in appressa fu Giulio II. — Progressi de' Turchi; primo assedio di Scutari; assedio di Lepanto; presa di Caffa.

1469 = 1475.

Fin qui abbiamo veduto la repubblica fiorentina collocarsi nel centro di tutte le negoziazioni, dirigendo tutti gli avvenimenti, ed avendo per lo meno qualche parte in tutte le rivoluzioni, in tutte le guerre d'importanza che agitarono l'Italia. Ma sotto l'amministrazione de' Medici, Firenze non si sostenne in così elevato rango; acconsentì di essere dimenticata nell'equilibrio dell'Italia; le rivoluzioni de' vicini stati si concatenarono le une colle altre senz'essere da lei dirette, o senza che ella si sforzasse di contenerle; e dopo avere passate in rivista queste grandi scene della politica, siamo costretti di tornare a dietro per vedere ciò che accadeva in questo tempo nella sua interna amministrazione. Noi la troviamo languente per la precaria sanità del suo capo, o debole per l'estrema giovinezza di quello che gli succede; la vediamo partecipare all'infelicità delle reggenze delle minorità, e comprendiamo in qual modo con tale cambiamento di spirito dovette spegnersi la sua forza.

D'uopo era che l'antico amore dei Fiorentini per la libertà fosse estremamente indebolito, perchè la morte di Pietro de' Medici non cagionasse una rivoluzione nella repubblica. Di già il vecchio Cosimo, dopo avere fondata la sua autorità piuttosto nella superiorità delle ricchezze che ne' grandi servigi, l'aveva trasmessa a Piero, suo figliuolo, come parte della sua eredità. Ma Piero era giunto a quella matura età che richiedevasi, perchè la repubblica potesse ubbidirgli senza vergogna. Le sue infermità lo avevano precocemente posto nel numero de' vecchi; egli era forse più stimato e meno temuto, perchè sembrava che omai non potesse sentire le passioni degli altri uomini. L'abituale sua dimora in campagna, le difficoltà e la lentezza con cui trasportavasi in lettica, quando tutti viaggiavano a cavallo, dava una certa quale apparenza di dignità a colui, che mai non ommettevasi di consultare come un oracolo in tutte le più importanti occasioni. Quando Piero morì non lasciò per capi della famiglia che i due suoi figli, il maggiore dei quali, Lorenzo, non giugneva ai ventunanni[1]. Faceva torto all'onore della repubblica, che venerabili magistrati, invecchiati ne' pubblici impieghi, rispettati da tutta l'Europa, ed accostumati a dirigerne la politica, venissero risguardati quali semplici partigiani di due giovinetti, le di cui pretensioni erano smentite dalla costituzione e da tutte le leggi dello stato cui non avevano renduto alcun servigio, i di cui natali erano più bassi di quelli di tutti i loro rivali, ed il di cui merito personale non aveva ancora potuto conoscersi. Pure coloro che avevano governata Firenze a nome di Piero, imposero silenzio all'amore del loro paese, e ad un'ambizione degna di un animo elevato per non ascoltare che circoscritti interessi, lo spirito di partito e l'ebbrezza della vittoria. Vollero conservare gli abusi di un governo di fazione, perchè essi soli ne approfittavano. Il credito personale dei giovani Medici non doveva soverchiare il loro proprio che in un'epoca creduta ancora lontana, e credevano inoltre più facile il tenere unito il loro partito sotto un antico nome, che innalzare ostensibilmente al primo posto quei medesimi che in fatti l'occupavano.