I cittadini, che in allora realmente governavano Firenze, erano Tommaso Soderini, fratello di quel Niccolò ch'era stato esiliato nell'ultima rivoluzione, Andrea de' Pazzi, che fu fatto cavaliere dalla repubblica nel febbrajo del 1468, essendo gonfaloniere di giustizia[2], Luigi Guicciardini, Matteo Palmieri e Piero Minerbetti. Questi erano coloro che in tempo delle dolorose malattie di Piero de' Medici avevano diretta la signoria, e s'erano fatti padroni dell'autorità del popolo per nominare i magistrati; erano que' medesimi che Piero de' Medici, stomacato dalla loro insolenza, e dalle vessazioni che esercitavano sopra tutti i cittadini, aveva minacciati di far rientrare entro i confini dell'ordine civile, richiamando in patria gli emigrati. Questi dopo la di lui morte si concertarono per continuare, sotto un vano nome, una giunta che loro assicurava la distribuzione di tutte le cariche, e delle finanze dello stato. Gli ambasciatori, accostumati a trattare con Tommaso Soderini, i cittadini, che da lungo tempo sapevano che la loro fortuna era dipendente dal suo favore, gli rendettero una specie d'omaggio, affrettandosi di visitarlo, tostocchè si ebbe notizia della morte di Piero de' Medici. Ma il Soderini temette di risvegliare la gelosia de' suoi colleghi, e d'indebolire il suo partito, accettando queste dimostrazioni di rispetto. Rinviò perciò i cittadini, che gli facevano visita, ai giovani Medici come ai soli capi dello stato; adunò nel convento di sant'Antonio tutti gli uomini che avevano maggiore influenza nella repubblica, e loro presentando Lorenzo e suo fratello, loro raccomandò di conservare a questi giovani il credito di cui la loro casa era in possesso da trentacinque anni; e gli avvisò essere più agevole cosa il mantenere un potere consolidato dal tempo, che il fondarne un nuovo[3].

I Medici accolsero modestamente gli attestati di attaccamento e di considerazione che erano loro dati a nome della repubblica, e per alcuni anni essi non tentarono di acquistare un'autorità, che apparentemente non esisteva che ne' magistrati, e che non poteva segretamente esercitarsi sopra di questi, che da coloro cui i lunghi servigj ed i conosciuti talenti davano altissima considerazione. Per lo spazio di sette anni Firenze fu internamente abbastanza tranquilla; i Medici, occupati ne' loro studj ed in giovanili cure, ora accoglievano in casa loro i più celebri letterati ed artisti, ora trattenevano il popolo con clamorose feste. Questi spettacoli si moltiplicarono con troppo maggior lusso nel 1471, quando Galeazzo Sforza, duca di Milano, venne a Firenze con sua moglie Bona di Savoja, sotto pretesto di soddisfare ad un voto.

Galeazzo, divenuto di già insopportabile a' suoi sudditi per la sua vanità, per la sua instabilità e crudeltà, volle ostentare in su gli occhi dell'Italia i tesori estorti ai suoi popoli con crudeli vessazioni. Non resta memoria di un viaggio intrapreso con maggiore ostentazione. Dodici carri coperti di drappi d'oro si trasportarono coi muli a traverso agli Appennini per servigio della duchessa; non erasi ancora aperta su quelle montagne alcuna strada carreggiabile. Precedevano i principi sposi cinquanta palafreni per la duchessa, cinquanta cavalli a mano pel duca, tutti bardati a drappi d'oro, cento uomini d'armi e cinquecento fanti per guardia, cinquanta staffieri vestiti di stoffe di seta con argento, cinquecento coppie di cani per la caccia e moltissimi falconi. Il loro seguito, ingrossato da tutti i loro cortigiani, era di circa due mila cavalli[4]. Dugento mila fiorini d'oro erano stati dal duca destinati a questa insensata pompa: colla metà della quale somma, pochi mesi prima, poteva difendersi l'isola di Negroponte, ed impedire che cadesse in mano dei Turchi.

Lorenzo de' Medici accolse in sua casa il duca di Milano, e dispiegò tutta la propria magnificenza per onorare un ospite così splendido. Sopra i suoi abiti e ne' suoi palazzi non isplendevano tante gemme, ma la pompa delle arti suppliva a quella dell'opulenza; i tanti antichi monumenti, i quadri e le stupende statue, che Lorenzo aveva raccolte, sorpresero il duca di Milano[5]. Dal canto suo la repubblica rivalizzò nel lusso col suo ospite e col suo ricco cittadino. Tutto il numeroso corteggio del duca fu alloggiato e mantenuto a spese del pubblico; tre sacri spettacoli, rappresentanti misteri, si offrirono ai Lombardi. Nella chiesa di san Felice si rappresentò l'Annunciazione della Vergine; ne' Carmelitani l'Ascensione di Cristo, ed in santo Spirito la Discesa dello Spirito Santo sopra gli Apostoli, la quale ultima rappresentazione fu disturbata dall'incendio della stessa chiesa; perciocchè le fiamme, che vi si facevano a guisa di lingue, si appiccarono alle decorazioni, e le consumarono col palco e col tetto dell'edifizio[6]. Ma un danno assai più reale per Firenze fu la comunicazione dei gusti, del lusso, dei piaceri e dei vizj d'una corte corrotta, la comunicazione del suo ozio e della sua galanteria ad una repubblica, che mantenevasi co' suoi austeri costumi, coll'economia dei capi di famiglia, coll'attività e col costante lavoro della gioventù. Fu a' tempi di Lorenzo de' Medici, che si videro i Fiorentini accostumarsi alla servitù; eransi prima d'allora assoggettati più volte all'autorità vessatoria di una fazione vittoriosa; ma la molla delle antiche costumanze, più forte d'ogni passaggiera oppressione, riconduceva bentosto il regno delle leggi. Quando la mollizie e il libertinaggio ebbero occupato il luogo dell'antica energia, i Medici trovarono moltissimi cittadini, che preferirono il riposo dell'ubbidienza all'agitazione del comando[7].

L'inconsiderata intrapresa d'un emigrato fiorentino aveva pochi mesi prima richiamata l'esistenza e gl'intrighi del partito che era stato espulso dalla patria nel 1466. Tutti i figli d'Andrea Nardi, ch'era stato gonfaloniere nel 1446, erano esiliati; Bernardo, di tutti il più giovane ed il più coraggioso, tentò di ricominciare la guerra, occupando la città di Prato. Teneva in questa città molti amici, e ne contava ancora molti di più tra i contadini di Pistoja: sapeva inoltre che in queste due città non era affatto spento l'amore dell'antica indipendenza, e che si accusava il governo fiorentino d'essere ingiusto e vessatorio. Comunicò il suo progetto e le sue speranze a Diotisalvi Neroni, risguardato dagli emigrati come loro capo, e ne ottenne l'assicurazione che gli giugnerebbero soccorsi da Bologna o da Ferrara, se poteva occupare Prato e mantenervisi quindici giorni. Dietro tale promessa Bernardo Nardi, nella notte del 6 aprile del 1470, adunò un centinajo di contadini fuori delle porte di Prato dalla banda di Pistoja. Fece in appresso chiedere al podestà di aprire le porte ad un viaggiatore, ch'era giunto a notte assai innoltrata. In tempo di pace non si negava mai questo favore. Il Nardi gettossi addosso a colui che portava le chiavi della città, ed avendogliele tolte, fece entrare tutti i suoi compagni, e cominciò a correre le strade, eccitando gli abitanti di Prato alle armi ed alla libertà. S'impadronì, senza trovare resistenza, di Cesare Petrucci, podestà, del palazzo pubblico e della città, senza che per altro verun cittadino prendesse le armi in suo favore, osservando tutti sbalorditi un movimento tumultuoso che non sapevano comprendere. Intanto, essendosi adunata la signoria di Prato, Bernardo si recò innanzi a lei per esortarla a ricuperare la propria libertà, ajutando in pari tempo i fuorusciti fiorentini a ricuperare la loro. Ma la signoria rispose con calma di non volere altra libertà che quella di cui godeva sotto la protezione di Firenze. Mentre ciò accadeva, i Pratesi avevano potuto conoscere quanto ristretto fosse il numero de' seguaci del Nardi, ed i Fiorentini, che trovavansi in Prato, avevano cominciato a riunirsi ed a prendere le armi. Giorgio Ginori, cavaliere di Rodi, si pose alla loro testa, attaccò i faziosi, molti ne uccise, e gli altri tutti fece prigionieri. Questa sedizione, che si terminò in cinque ore, e che non aveva cagionato alcun danno reale, fu punita con eccessivo rigore. Si tagliò la testa a Nardi ed a sei de' suoi compagni in Firenze, ad altri dodici in Prato; molti erano morti difendendosi; di modo che quasi tutti coloro che avevano prese le armi, perirono vittime della loro imprudenza[8].

Due anni dopo una sedizione di assai più grave natura scoppiò nella città di Volterra a cagione d'una miniera d'allume ch'erasi scoperta. Un Sienese, Benuccio Capacci, l'aveva presa in affitto dalla magistratura della città; ma perchè pareva ritrarre da questa miniera maggiore vantaggio d'assai che non erasi in principio creduto, e perchè quasi tutto l'utile tornava a profitto degli stranieri, gli abitanti di Volterra vollero prevalersi di alcune irregolarità del primo contratto per annullarlo[9]. Alcuni Volterrani, trovandosi feriti nell'interesse e nell'amor proprio, talmente si andarono esacerbando gli spiriti, che queste contese dell'allume furono cagione di zuffe, di omicidj e dell'esilio di varj cittadini, ed all'ultimo di una totale rivoluzione nel governo municipale. Volterra era una città piuttosto alleata che suddita de' Fiorentini; erasi soltanto obbligata a pagar loro ogni anno mille fiorini, che non formavano la decima parte delle sue entrate, ed a ricevere ogni sei mesi un podestà fiorentino. La magistratura estraevasi a sorte ogni due mesi, secondo l'antica usanza delle repubbliche italiane: governavasi in una maniera indipendente, faceva le sue leggi e le abrogava, e nominava i comandanti di una ventina di castelli del suo territorio: alcuni decemviri, nominati nel caldo delle dispute cagionate dalla scoperta della miniera dell'allume, trovarono ingiusto che la repubblica di Firenze s'immischiasse nella sua amministrazione, ed avesse fatti rimettere in possesso della miniera gl'intraprenditori che n'erano stati scacciati colla forza. Essi dimenticarono nelle loro relazioni, fatte ai Fiorentini, que' riguardi e quel rispetto, che i loro predecessori avevano sempre mostrato verso questo stato protettore, ed all'ultimo rifiutarono di seguire i consigli di Lorenzo de' Medici, che cercava di far loro sentire l'imprudente loro condotta, e che, offeso da tale arroganza, opinò in appresso, perchè venissero sottomessi colle armi[10].

I Volterrani avevano di già spediti ambasciatori a diverse potenze d'Italia per chiedere la loro protezione; e gli emigrati fiorentini, che andavano in cerca di tutte le occasioni d'attaccare il governo, loro promisero e danaro e gente. La rivoluzione scoppiò il 27 aprile del 1472. Frattanto Tommaso Soderini volle ancora tentare la via delle negoziazioni; ma i suoi rivali preferirono quella delle armi, e furono appoggiati da Lorenzo de' Medici, che desiderava illustrare la sua amministrazione con qualche impresa militare. Non già ch'egli si recasse personalmente all'armata, la quale si adunò senza di lui sotto gli ordini di Federico da Montefeltro, conte d'Urbino, ed in breve ottenne una vittoria, accompagnata più che da onore, da vergogna e da rimorso. I Volterrani avevano adunato a stento un migliajo di soldati; i loro avamposti furono superati con estrema facilità, e le antiche loro mura, maravigliosa opera degli etruschi, vennero aperte dall'artiglieria. Capitolarono circa la metà di giugno, venticinque giorni dopo cominciato l'assedio: ma avendo un soldato, in onta alla capitolazione, percosso e spogliato un antico magistrato di Volterra, che aveva in allora deposta la carica, quest'esempio di militare licenza fu subito seguito da tutta l'armata vincitrice. Volterra fu per un giorno intero abbandonata al saccheggio, senza che venissero risparmiati nè i sacri edificj, nè l'onore delle donne: il governo municipale fu abolito, s'innalzò una fortezza sulla piazza del palazzo vescovile, e dal rango d'alleata la città fu ridotta a quello di suddita[11].