I due tumulti di Prato e di Volterra furono le sole cose che alterassero momentaneamente la pace di cui godette Firenze sotto l'amministrazione dei tutori e degli amici dei giovani Medici. Omai il loro potere trovavasi abbastanza rassodato, perchè le congiure, urtando contro di loro, lo consolidassero invece di scuoterlo. Ma di questa stessa epoca l'uomo, che doveva mostrarsi il loro più acerbo nemico, quello che doveva promettere appoggio e favore a nuove congiure e santificarle colle sue benedizioni, Sisto IV, era stato innalzato alla più eminente dignità del cristianesimo.

Il pericolo dell'invasione de' Turchi era in Italia così universalmente sentito, e tutti gli spiriti erano compresi da tanto terrore, che non eravi un sol uomo nel collegio de' cardinali, che non si mostrasse determinato ad impiegare tutte le ricchezze della chiesa romana, e tutte le forze della cristianità per combattere i barbari. Salendo sul trono un nuovo pontefice vi portava sempre questo voto, che aveva formato in meno sublime condizione; e le sue prime congregazioni, le prime lettere erano tutte piene di quell'ardore che voleva inspirare a tutti i fedeli. Ma poichè aveva cominciato ad assaporare il piacere del comando, dopo di avere sperimentato alcun tempo, da un canto la sorda ma costante opposizione di tutti coloro il cui interesse non si accordava colla guerra, dall'altro canto la soddisfazione d'arricchire le sue creature, di soddisfare i proprj gusti o quelli degli uomini a lui più cari, finalmente d'impiegare i tesori della chiesa nell'appagare le proprie passioni piuttosto che nella difesa della Cristianità, tutto il suo zelo si agghiacciava, trovava pretesti per dispensarsi dal prendere parte alla crociata ch'egli stesso aveva predicata; e coloro cui egli stesso aveva poste le armi in mano, dovevano riputarsi felici, s'egli non approfittava dell'averli posti in guerra col comune nemico, per attaccarli poscia nei loro stati e spogliarli.

Questo progressivo raffreddamento, che si era potuto osservare in Calisto III, in Pio II, in Paolo II, si rese più manifesto in Sisto IV. Dopo il pontificato di Niccolò V, lo scettro della Chiesa era successivamente caduto in mani sempre meno pure, e questo progressivo degradamento doveva avere per termine alla fine del secolo lo scandaloso papato d'Alessandro VI. Francesco della Rovere, innalzato alla santa sede sotto il nome di Sisto IV, vi era giunto, per quanto si disse, col mezzo di simoniache pratiche. Il suffragio del cardinale Orsini era stato comperato colla promessa dell'impiego di tesoriere o di camerlengo, quello del cardinale pro-cancelliere coll'abbadia di Subbiaco, e quello del cardinale di Mantova coll'abbadia di san Gregorio[12]. In questo modo il cardinale Bessarione, che da principio sembrava avere per lui il maggior numero delle voci, ed il cardinale di Pavia, che avrebbe egualmente onorata la tiara, furono allontanati, non senza ch'essi medesimi si avvedessero delle pratiche, che li privavano tutti e due del papato[13].

Tutta la Chiesa echeggiava di lagnanze contro l'avarizia di Paolo II, che si era veduto accumulare le entrate de' beneficj ecclesiastici, lasciandoli molti anni senza possessori; non conoscevasi che avesse alcun favorito, nè vedevasi che spendesse in magnificenze, o in altri oggetti; sapevasi che il suo gusto era quello d'ammassare tesori, senza farne uso, ed eraglisi più volte udito a dire che i suoi forzieri erano pieni d'oro. Pure Sisto IV dichiarò di non avervi trovati che cinque mila fiorini[14]; ma la subita ricchezza de' suoi nipoti, e lo scandaloso lusso che ostentarono bentosto in faccia a tutta l'Europa, fecero sospettare che i tesori dell'ultimo pontefice non erano stati preservati dal saccheggio.

Sisto IV aveva quattro nipoti, il di cui rapido innalzamento fu un oggetto di scandalo a tutta la Cristianità. Leonardo e Giuliano, che portavano come il papa il nome della Rovere, erano figliuoli di suo fratello; Pietro e Girolamo Riario erano figli di sua sorella. Vergognose vociferazioni ascrivevano la nascita degli ultimi due ad un incesto, altri cercavano una causa ancora più infame, se è possibile, della insensata predilezione di Sisto IV per questi due giovani: l'obbrobrio di tali accuse era universalmente sparso, ed i costumi e la condotta del papa contribuirono ad ottener loro credenza.

Frattanto tutti gl'interessi della Chiesa e della Cristianità erano sagrificati all'ingrandimento de' nipoti. Leonardo della Rovere fu nominato prefetto di Roma, sposò una figlia naturale di Ferdinando, ed in occasione di questo matrimonio Sisto IV abbandonò al re di Napoli il ducato di Sora, Arpino e tutti i feudi che Pio II aveva acquistati alla Chiesa nell'ultima guerra, e che Paolo II aveva così vigorosamente difesi. Nello stesso tempo Sisto condonò a Ferdinando, non senza eccitare violenti lagnanze nel sacro collegio, quel tributo arretrato che aveva fatto temere di guerra tra il re di Napoli e la santa sede[15], e lo dispensò da tale obbligo a vita; formò in tale maniera con danno della sua Chiesa la più stretta alleanza col governo di Napoli. Giuliano della Rovere, che Sisto IV creò cardinale, e che arricchì di beneficj ecclesiastici, fu poi papa Giulio II. Girolamo Riario sposò, pel credito dello zio, Catarina, figlia naturale di Galeazzo Sforza, duca di Milano, che gli portò in dote la contea di Bosco, presso alle Alpi liguri, e ciò che più stimavasi dal papa, la protezione della casa Sforza[16]. Ma ciò non bastava all'ambizione del pontefice; nel 1473 fece comperare per Girolamo, da suo fratello Pietro, pel prezzo di quaranta mila ducati d'oro la città ed il principato d'Imola, ove Taddeo Manfredi, che in allora sosteneva una guerra civile contro sua moglie e suo figlio, a stento si manteneva[17].

Sebbene un tale ingrandimento de' nipoti del papa fosse ancora senza esempio negli annali della Chiesa, poteva fin qui spiegarsi per sola cupidigia ed ambizione. Ma la predilezione di Sisto IV per suo nipote, Pietro Riario, che di semplice frate francescano fu fatto prete cardinale del titolo di san Sisto, patriarca di Costantinopoli ed arcivescovo di Firenze, diede luogo a più odiosi sospetti. Pietro Riario, nella fresca età di 26 anni, non era distinto nè per talenti, nè per virtù; e niuno lo conosceva ancora, quando nel quinto mese del pontificato di suo zio fu nominato cardinale. «D'allora in poi, dice Giacomo Ammanati cardinale di Pavia, fu in corte onnipotente. Il suo rango ed il suo fasto sorpassarono tutto quanto creder potranno i nostri nipoti, e tutto quanto hanno potuto vedere i nostri padri. Quando andava a corte o ne usciva, una quantità di persone d'ogni condizione e d'ogni dignità lo accompagnava, ed anguste erano tutte le strade per la folla che lo precedeva e lo seguiva. In casa sua assai più frequenti erano le udienze che quelle del pontefice. I vescovi, i legati, gli uomini d'ogni qualità riempivano sempre la di lui casa. Diede un convito agli ambasciatori di Francia, che superò in sontuosità tutto ciò che l'antichità ed i gentili conobbero in questo genere. Gli apparecchi si continuarono molti giorni; vi si adoperò tutta l'arte degli Etruschi, ed il paese dovette contribuire tutto quanto aveva di raro e di squisito; ogni cosa facendosi al solo oggetto di ostentare un fasto che non potesse superarsi dalla posterità. L'estensione degli apparecchi, la loro varietà, gli ordini degli ufficiali, il numero de' coperti, il prezzo delle vivande, tutto venne accuratamente notato dagl'ispettori, tutto cantato in versi, sparsi poi con profusione non solo nella città, ma in tutta l'Italia. Si ebbe perfino cura di mandarne alcuni esemplari oltremonti[18]

Pochi giorni dopo questo banchetto, il di cui fasto insultava ai voti di povertà dell'ordine di san Francesco, in cui era stato allevato il cardinale Riario, Eleonora d'Arragona, figlia di Ferdinando, promessa sposa al duca di Ferrara, giunse a Roma, accompagnata da Sigismondo, fratello d'Ercole, per recarsi presso al consorte; in tale occasione il cardinale Riario spiegò un fasto più stravagante. Per ricevere Eleonora fece innalzare sulla piazza de' santi Apostoli un palazzo tutto risplendente d'oro e di seta. Tutti i vasi destinati al servigio di questa corte, e perfino gli utensili più vili erano d'argento o dorati[19]. Le feste succedevano alle feste, onde il cardinale Riario trovò d'avere spesi in brevissimo tempo cento mila fiorini, e contratti debiti per altri sessanta mila. Per supplire a così disordinate spese, che uguagliavano o superavano l'entrate de' più ricchi sovrani, Riario aveva riunite le più opulenti prelature della Cristianità. Patriarca titolare di Costantinopoli, possedeva nello stesso tempo tre arcivescovadi ed innumerabili altri beneficj.

Bentosto Pietro Riario volle mostrare all'Italia tutta il lusso ostentato in Roma. Recossi con real fasto a Milano, ove giunse il 12 settembre del 1473. Vi fu ricevuto col titolo di legato di tutta l'Italia datogli da Sisto IV. Colà volle far prova di magnificenza in concorso di Giovanni Galeazzo, che non era di lui meno vano. Fu creduto inoltre che si fossero promessi reciproca assistenza nel progetto di farsi, uno re d'Italia, e l'altro papa. Di là il Riario andò a Venezia per cercarvi non solo lo splendore degli onori che gli si tributavano, ma ancora la voluttà. Assicurasi che si abbandonò ad ogni eccesso, oltre le forze della sua costituzione. Spossato da scandalosi stravizj, per altro meno ruinosi ai popoli del suo fasto, morì pochi giorni dopo il suo ritorno a Roma, il 5 gennajo del 1474, dopo di avere dato all'Italia nello spazio di diciotto mesi uno spettacolo il di cui scandalo era fin allora sconosciuto. Con costui ebbe principio il Nipotismo, che per lo innanzi si erano avute poche occasioni di rimproverare alla corte di Roma[20].

Sisto IV pareva che non potesse dispensarsi dall'avere un favorito, onde prodigargli tutte le ricchezze della Chiesa. Quando perdette Pietro Riario, pianse amaramente, e si affrettò di sostituirgli un altro suo nipote, che la sua giovinezza aveva fin allora tenuto lontano dalla fortuna. Era questi Giovanni della Rovere, fratello di Leonardo e di Giuliano. Sisto IV gli fece sposare Giovanna di Montefeltro, figlia di Federico, conte d'Urbino, il più dotto ed il più virtuoso di tutti i feudatarj della Chiesa. Perchè questa figlia d'un principe non isposasse un semplice particolare, il papa staccò dall'immediato dominio della santa sede, e diede in feudo a Giovanni della Rovere, le città di Sinigaglia e di Mondavio col loro territorio. Richiedevasi per convalidare queste cessioni il consenso del concistoro de' cardinali, e non fu facile l'ottenerlo. Il cardinale Giuliano, fratello del nuovo principe, adoperò le più vive istanze per persuadere i suoi colleghi; il papa acquistò con ricchi beneficj un dopo l'altro i loro voti; onde i più caldi sostenitori degl'interessi della Chiesa furono all'ultimo strascinati dal voto della pluralità[21]. In appresso volle Sisto IV dare nuovo lustro alla dignità del principe che aveva di fresco aggregato alla sua famiglia. Federico di Montefeltro, che faceva prosperare il suo piccolo stato, risguardavasi come uno de' migliori generali d'Italia; aveva sempre sotto i suoi ordini una buona armata, che manteneva come un condottiere, ricevendo il soldo da qualche più potente sovrano. La posizione de' suoi stati nella vicinanza di Roma dava maggior prezzo alla sua alleanza; e il papa per affezionarselo maggiormente lo decorò del titolo di duca d'Urbino, il 21 agosto del 1474, colla pompa medesima e colle cerimonie, che avevano tre anni prima accompagnata la nomina di Borso d'Este al ducato di Ferrara[22]. Bentosto il genero di Federico passò ad una nuova dignità; perchè, essendo morto l'11 novembre del 1745 il di lui fratello Leonardo, gli successe nella carica di prefetto di Roma.