Frattanto Sisto IV spediva bolle a tutti i principi cristiani, e particolarmente agli stati d'Italia per esortarli alla pace, ed a rivolgere le loro armi contro il nemico della religione. «Se i fedeli di Cristo, diceva egli, se gl'Italiani soprattutto vogliono difendere i loro campi, le loro case, le loro spose, i loro figli, la libertà, la vita; se vogliono conservare quella fede, nella quale siamo stati battezzati, e per la quale ricevuta abbiamo una nuova nascita, questo è il momento di dar fede alle nostre parole, d'impugnare le armi e di marciare alla guerra. Che i più lontani dal regno di Sicilia non pensino d'essere altrimenti sicuri; se non vanno contro i Turchi per combatterli, questi in breve giugneranno fino a loro[239]

Ferdinando si affrettò di richiamare dalla Toscana il duca di Calabria, facendogli le più calde istanze di non tardare a venire in suo ajuto. Il duca uscì di Siena il 7 agosto, non senza esprimere il profondo rincrescimento con cui abbandonava un progetto, lungo tempo accarezzato dalla sua famiglia, nell'istante in cui pareva che niente potesse più ritardarne l'esecuzione. Mentre partiva, i magistrati di Siena gli resero i più grandi onori; ma tutti i buoni cittadini sentivansi con gioja liberati da un giogo che credevano omai inevitabile[240]. Il duca di Calabria passò il 10 settembre a Napoli, ove incorporò nella sua armata moltissimi gentiluomini, che vi si erano adunati, e ricevette inoltre un corpo ausiliario di mille settecento fanti e trecento cavalieri che gli mandava suo cognato, Mattia Corvino, re d'Ungheria. Continuò poscia il suo cammino verso la Puglia. Achmet Giedik era stato da Maometto richiamato, ed Ariadeno, in addietro governatore di Negroponte, aveva in Otranto sotto i suoi ordini una guarnigione di sette mila cinquecento uomini. Aveva estesi i suoi guasti a tutta la provincia, e minacciato Brindisi d'assedio[241]. Ma sopraggiugnendo il duca di Calabria, dovette chiudersi in Otranto, e poco dopo, avendo Galeazzo Caracciolo condotta in faccia al porto una flotta napolitana, si trovò preclusa ogni comunicazione colla Turchia[242].

Lo spavento dell'invasione de' Turchi aveva all'ultimo determinato il papa a rappacificarsi con Firenze; ma in questa medesima riconciliazione, renduta necessaria dalle circostanze, lasciò vedere tutta l'alterigia del suo carattere. Dodici ambasciatori, i più illustri ed i più riputati cittadini che in allora governassero la repubblica, furono nominati in principio di novembre per recarsi a Roma. Vi entrarono privatamente la notte del 25 di novembre, senza che veruno della famiglia del papa o de' cardinali si muovesse ad incontrarli. Francesco Soderini, vescovo di Volterra, capo della legazione, espresse all'indomani in una segreta udienza il dispiacere della repubblica, la sua sommissione ai giudizj del papa, ed il suo desiderio di essere riconciliata alla Chiesa. Le condizioni della pace vennero in più conferenze discusse coi cardinali; quando all'ultimo tutto fu regolato tra di loro, i deputati vennero invitati a recarsi alla basilica di san Pietro il 3 dicembre del 1480, prima domenica dell'avvento. Dopo averli fatti aspettare qualche tempo sotto il portico, il pontefice sopraggiunse co' suoi cardinali; gli venne innalzato un trono in faccia all'ingresso principale, le di cui porte rimasero chiuse: gli ambasciatori, col capo scoperto, gittaronsi in allora a' suoi piedi, dopo avere baciati i quali, confessarono, stando inginocchiati, che avevano peccato contro la Chiesa e contro il pontefice, e implorarono la sua compassione verso il popolo che li mandava. Luigi Guicciardini, vecchio settuagenario, parlò a nome di tutti, ma a voce bassa ed in italiano. Un notajo apostolico lesse in seguito la formola della confessione e le condizioni della pace. Allora il pontefice, avendo accennato di fare silenzio, pronunciò queste parole: «Voi avete peccato, miei figli, primamente contro il Signore Iddio, nostro Salvatore, crudelmente uccidendo e criminosamente l'arcivescovo di Pisa, ed i sacerdoti del Signore; perciocchè sta scritto: Voi non toccherete i miei unti. Voi avete peccato contro il romano pontefice, ch'esercita in terra le funzioni di N. S. Gesù Cristo, avendolo voi diffamato per tutto l'universo. Voi avete peccato contro il santo ordine de' cardinali, ritenendo suo malgrado un cardinale legato della santa sede apostolica. Voi avete peccato contro l'ordine ecclesiastico, negando i vostri tributi al clero del vostro territorio; voi siete stati la causa di molte rapine, incendj, saccheggi, per non avere ubbidito agli ordini apostolici. Fosse piaciuto a Dio che fino da principio foste venuti a noi, padre delle vostre anime; allora non saremmo ricorsi alle armi temporali per vendicare le ingiurie inflitte alla Chiesa. Con dispiacere, non v'ha dubbio, noi abbiamo insevito contro di voi, pure dovemmo farlo per l'onore dell'apostolato di cui siamo incaricati. Ma presentemente, miei figliuoli, che voi vi presentate con umiltà, vi riceviamo in grazia tra le nostre braccia, vi assolviamo dagli errori e dagli eccessi che avete confessati; non vogliate ancora peccare, miei figli; non fate come i cani, che, dopo essere stati gastigati, tornano alle loro turpitudini. Del resto voi avete sperimentata la potenza della Chiesa, e dovete sapere quanto sia dura cosa l'opporre la sua testa allo scudo di Dio, o il voler rompere la di lui corazza[243]

Dopo avere così parlato, prese alcune bacchette dalle mani del gran penitenziere, e percosse leggermente le spalle d'ogni ambasciatore, che ad ogni colpo chinava il capo, e rispondeva col versetto del salmo Misere mei Domine! Dopo ciò vennero nuovamente ammessi al bacio de' piedi, e benedetti dal pontefice che, levato dal suo trono, fu portato all'altar maggiore. Le porte della Chiesa vennero aperte, e gli ambasciatori vi entrarono cogli altri; ma alle condizioni del trattato precedentemente stipulato il pontefice aggiunse, per modo di penitenza, che i Fiorentini armerebbero a loro spese quindici galere per fare la guerra ai Turchi[244]. E così ebbe fine la guerra nata dalla congiura dei Pazzi, e tale fu l'orgoglio con cui il pontefice punì, per essere rimasti in vita, coloro ch'egli non aveva potuto far assassinare[245].

I Fiorentini approfittarono pure dello spavento di Ferdinando, e del bisogno che di loro aveva, per farsi restituire le fortezze occupate in Toscana dal duca di Calabria. Erasi Ferdinando obbligato verso la repubblica di Siena a cederle tutte le conquiste fatte sui Fiorentini, che sarebbero al di dentro di un raggio di quindici miglia preso dalle mura della città. Aveva infatti consegnati ai Sienesi Montedomenichi, la Castellina e san Polo; ma aveva ritenuti sotto gli ordini di Prenzivalle Gennaro, gentiluomo napolitano, Colle di Val d'Elsa, Poggibonzi, Poggio imperiale, Monte san Savino ed altre piazze di minore importanza. Alla fine di marzo del 1481 fece rilasciare ai Fiorentini tutti i luoghi che occupava Gennaro, e subito dopo ordinò ai Sienesi di restituire le conquiste in cui essi tenevano guarnigione. Un vivo odio prese in allora a Siena il luogo dell'affetto che vi si era conservato per la casa di Napoli[246].

Il papa, che aveva ordinato ai Fiorentini di concorrere alla difesa dell'Italia contro i Turchi, volle contribuirvi ancor egli. Fece armare una flotta nel Tevere, e scelse per comandarla quello de' suoi prelati ch'era più capace di condurre una guerra marittima. Fu quel medesimo Paolo Fregoso, arcivescovo di Genova, quel formidabile capo di parte, che vedemmo consacrarsi alla pirateria quando dovette abbandonare la città in cui aveva regnato. Sisto IV lo aveva creato cardinale in maggio del 1480[247], e gli affidò nella vegnente primavera il comando delle sue galere. Paolo Fregoso andò a raggiugnere Galeazzo Caraccioli nelle acque di Otranto. Il formidabile gran visir Achmet Giedik aveva di già adunati alla Valona venticinque mila uomini, che stava per trasportare ad Otranto, onde continuare la conquista dell'Italia, quand'ebbe notizia della morte di Maometto II, accaduta il 3 maggio del 1481 presso di Nicomedia, alla qual morte dopo pochi mesi tenne dietro la guerra civile scoppiata tra i suoi figliuoli Bajazette II e Gemma, ossia Zizim[248]. Achmet, abbandonando allora ogni progetto di conquista sul regno di Napoli, condusse la sua armata in soccorso di Bajazette, sebbene avesse motivo di temere il risentimento di questo principe per un'antica offesa. Gli si presentò colla sua scimitarra appesa al pomo della sua sella, perchè ricordavasi avergli detto: «Se tu diventi sultano, io mai non la sguainerò per tua difesa.» Ma quando Bajazette, chiamandolo suo padre, lo invitò a scordarsi gli errori della sua gioventù, Achmet Giedik combattè contro i nemici del sultano col suo consueto valore: il 16 giugno del 1482 vinse Zizim a Serviza, presso d'Iconio, lo inseguì nella Caramania, ed all'ultimo lo costrinse a ritirarsi a Rodi[249]. Ariadeno, lasciato in Otranto con una guarnigione che non poteva ricevere soccorsi, si difese non pertanto con molto coraggio, ed ebbe diversi vantaggi sul duca di Calabria che lo attaccava; ma in ultimo accettò un'onorata capitolazione che gli fu offerta, e rese la piazza il 10 di agosto. Alcune delle compagnie turche che la difendevano passarono ai servigj del duca di Calabria, e furono in appresso utilmente adoperate nelle guerre d'Italia[250].

La notizia della morte di Maometto II era stata rapidamente portata a Venezia, ed il doge Mocenigo la comunicò il 29 maggio a tutti gli stati d'Italia[251]. Tutti la risguardarono come un avvenimento che liberava la Cristianità dal più grande pericolo che mai avesse corso, e tutti allentarono il freno a passioni che avevano per timore fin allora rattenute. Ma più che tutti gli altri Sisto IV, risguardandosi oramai come uscito dal solo pericolo che potesse raggiugnerlo sul trono, più non prescrisse limiti alla sua ambizione, a' suoi progetti di vendetta, alle turbolenti sue passioni, che talvolta era stato forzato a dissimulare. Cominciò dal richiamare la flotta che aveva spedita ad Otranto sotto il comando di Paolo Fregoso, non volendo acconsentire che approfittasse delle guerre civili dei Turchi per fare qualche conquista in Oriente[252]. Egli voleva in luoghi più a sè vicini impiegare tutte le sue forze, destinando l'intera Romagna ad essere l'appannaggio del suo favorito nipote. Fino dal 4 settembre del 1480 aveva aggiunto il principato di Forlì a quello d'Imola, che di già era posseduto da Girolamo Riario. L'aveva tolto, per darglielo, alla casa Ordelaffi, che lo aveva posseduto cento cinquant'anni. Pino degli Ordelaffi, l'ultimo feudatario di questa famiglia, destinava, morendo, la sua eredità ad un figlio naturale che lasciava in tenera età. I suoi due nipoti, Antonio Maria e Francesco Maria, figliuoli legittimi di Galeotto, fratello di Pino, pretendevano, forse a più giusto titolo, un principato da cui il loro zio aveva voluto escluderli, mandandoli in esilio. Sisto IV si fece giudice della loro causa, e gli spogliò tutti a profitto del proprio nipote, senza che alcuna vicina potenza osasse alzare la voce contro così manifesta ingiustizia[253]. Mandò in appresso questo stesso nipote a Venezia per istringere più intimamente l'alleanza che l'11 maggio del 1480 aveva conchiusa con quella potente repubblica, e per meditare secolei la divisione di altri stati[254].

Onde alimentare le guerre che di già aveva sostenute, e le guerre ancora più importanti che progettava; onde sostenere lo stravagante lusso de' suoi nipoti, e quello della propria casa, Sisto IV aveva bisogno di tutti i provventi del fisco; perciò assoggettava a questo sistema tanto l'amministrazione ecclesiastica che la secolare. A poco a poco dichiarò venali tutte le cariche della corte apostolica, e ne notificò preventivamente il prezzo al pubblico[255]. Vendette ancora, ma alquanto più riservatamente, onde non essere accusato di simonia, i più ricchi beneficj, ed ancora qualche cappello cardinalizio[256]. Spinse più in là che tutti i suoi predecessori lo scandaloso traffico delle indulgenze. D'altra banda estorse danaro ai suoi sudditi di Roma, come sovrano e non come prete, assoggettando tutto il commercio de' grani al più crudele monopolio. Nella stagione del raccolto acquistava tutto il frumento al prezzo stabilito d'un ducato al rubbio: quando i suoi magazzini erano pieni, faceva nascere artificiali carestie, ora con vendite considerabili fatte ai Genovesi, ora col pretesto del passaggio delle truppe. Non permetteva che si levasse frumento dai suoi magazzini, finchè il prezzo de' mercati non ammontava a quattro o cinque ducati per rubbio; allora fissava egli stesso il prezzo del suo frumento, e sotto pena di prigione proibiva a' fornaj di adoperare altro frumento che il suo. Spesso con queste pratiche mancava tutto ad un tratto il pane ne' suoi stati, ed in allora comperava a basso prezzo nel regno di Napoli il frumento di peggiore qualità, ed obbligava ad adoperare quel solo. Più d'una volta i suoi sudditi dovettero mangiare un pane nero, il di cui cattivo odore attestava essere corrotto il grano ond'era formato, e si attribuirono a questo cattivo alimento le pestilenziali malattie, che durante il suo regno afflissero Roma quasi tutti gli anni[257].

Frattanto Girolamo Riario era giunto a Venezia, ove fu ricevuto con infiniti onori, ed inscritto nel libro d'oro della nobiltà veneziana[258]. Veniva a proporre alla repubblica d'attaccare a spese comuni un principe vicino, per dividerne in appresso le conquiste; e la signoria era tanto più disposta ad entrare in questi ambiziosi progetti in quanto che essendo il papa vecchissimo, poteva accadere che il suo successore tenesse una diversa politica, e non si prendesse pensiero di Girolamo Riario; mentre che la repubblica, forte nella sua immortalità, poteva sperare di raccogliere un giorno sola tutti i frutti della guerra fatta a spese comuni. La casa d'Este era quella che il papa proponevasi di trattare nello stesso modo che aveva trattati gli Ordelaffi nel precedente anno. I Veneziani avevano veduto con occhio di gelosia Ercole d'Este sposare Leonora, figliuola del re Ferdinando. Vero è che questo matrimonio non gli aveva impedito di portare le armi contro suo suocero nella guerra di Firenze; ma appunto in tale circostanza erasi renduto sospetto di segrete intelligenze coi nemici. Ferdinando, sempre corrucciato contro Venezia, poteva trovare nelle fortezze di suo genero dei punti d'appoggio per ispingere la guerra fino nel centro degli stati di terra ferma della repubblica. Altronde questa aveva dilatato il suo dominio fino ai confini del ducato di Milano; e per portarlo egualmente fino a quelli della Toscana, doveva invadere gli stati del duca di Ferrara; e perchè una parte di questi stati dipendeva dall'impero, l'altra dalla Chiesa, i confederati convennero che la repubblica di Venezia occuperebbe i primi, cioè Modena e Reggio, e cederebbe al Riario i secondi, ossia il ducato di Ferrara[259].

I Veneziani cercavano cagioni di lite col duca di Ferrara, onde dare principio alla guerra concertata col Riario e col papa. Avevano con lui alcune controversie rispetto all'estensione de' loro confini, e, facendosi giustizia da sè medesimi, avevano fabbricati tre ridotti sullo stesso territorio del duca. Nominavano un giudice veneziano che risiedeva in Ferrara col titolo di Viadamo per fare giustizia a que' sudditi veneziani che abitavano negli stati della casa d'Este. La giurisdizione di questo Viadamo aveva pure dato luogo a qualche dissapore tra i due governi. Finalmente la repubblica, come sovrana delle lagune, pretendeva avere diritto al monopolio del sale; non voleva permettere agli abitanti di Ferrara nemmeno di raccogliere quello che il mare deponeva sul loro territorio, e lagnavasi, come di un'infrazione de' trattati, di tutto quanto praticava l'industria de' sudditi della casa d'Este per approfittare delle loro paludi salse. Il duca di Ferrara, conoscendosi debole, aveva offerto di dare al senato su tutti i capi d'accusa pieno soddisfacimento. Nello stesso tempo aveva invocata la protezione del papa, suo abituale signore, ignorando tuttavia che doveva risguardarlo come suo capitale nemico.