Tutto sembrava riuscire prosperamente alla lega del papa e de' Veneziani, perciocchè mentre che il duca di Calabria era battuto a Campo Morto, Roberto di Sanseverino aveva passato il Po presso Ferrara; aveva fortificato il ponte gettato sul fiume, e si era impadronito del barco che Borso d'Este aveva formato e circondato di mura in distanza di un miglio dalla capitale. Questo ricinto, con amenissimi boschetti, con canali e getti d'acqua, e riempito di bestie selvatiche, era stato guastato dai nemici. Tra questo ed il ponte aveva il Sanseverino innalzato un fortino i di cui bastioni e rivellini erano circondati di fosse, di modo che gli assalitori erano protetti nelle loro scorrerie fino alle porte della città da una fortezza[275]. I Fiorentini, scoraggiati da così infelici avvenimenti, parevano disposti a ritirarsi dalla lega: e Costanzo Sforza, ch'essi avevano chiamato per essere loro generale, non aveva mai potuto ridursi ad uscire dalle mura di Pesaro[276]. Ma mentre che i Veneziani vedevansi vicini a dividere le loro conquiste, il papa aveva di già intavolato un segreto trattato con Ferdinando, e mandatogli perciò il 14 d'ottobre a Napoli il cardinale di san Pietro ad vincula. Pare che Sisto IV si fosse adombrato dell'ingrandimento de' Veneziani ai confini dello stato della Chiesa, che si avvedesse che la loro ambizione non rispetterebbe lungamente il trattato di divisione, ed è probabile che Girolamo Riario avesse di già provato dal canto loro qualche mortificazione. Per lo meno questi mostrossi dispostissimo a distruggere l'opera fin allora promossa con tanto ardore. Le due armate intesero con eguale sorpresa che il 28 di novembre era stata conchiusa una tregua tra il papa e Ferdinando, cui tenne dietro bentosto una pace sottoscritta il 12 di dicembre nella stessa camera del papa. Questo trattato guarentiva lo stato del duca di Ferrara, la restituzione di tutte le conquiste reciprocamente fatte, una alleanza per vent'anni tra le parti contraenti, alleanza nella quale sarebbero ammessi i medesimi Veneziani, purchè vi acconsentissero avanti il termine di trenta giorni, e per ultimo un annuo sussidio di quaranta mila ducati, da pagarsi in comune a Girolamo Riario a titolo di soldo. Le differenze tra i Fiorentini ed il papa venivano poste in arbitrio degli ambasciatori di Spagna[277].
Nella conchiusione delle condizioni di questa nuova alleanza, Sisto IV mostrò lo stesso calore che aveva mostrato nella precedente. Scrisse subito al doge di Venezia per intimargli di accettare la pacificazione d'Italia, di restituire le conquiste, e di astenersi dal tormentare più oltre la città di Ferrara, dipendente dall'alto dominio della santa sede, la quale Sisto prendeva sotto la speciale sua protezione[278]. Scrisse in pari tempo al duca di Ferrara per accertarlo della sincerità della sua riconciliazione, ai Ferraresi per esortarli ad una vigorosa difesa, ai Bolognesi ed a Giovanni Bentivoglio per incoraggiarli a sostenere la casa d'Este[279]. Prima che potesse aver avuto riscontro dal senato di Venezia, permise al duca di Calabria di attraversare il territorio della Chiesa per passare a Ferrara, e lasciò che Virginio Orsini ed altri capitani dell'armata della Chiesa, che partirono da Roma il 30 dicembre, entrassero al di lui servigio[280]. Finalmente il 10 gennajo del 1483 addirizzò all'imperatore ed a tutti i principi d'Europa una specie di manifesto contro i Veneziani, accusandoli di colpevole ostinazione nel continuare la guerra, promettendo di punirli con tutte le pene ecclesiastiche di sua facoltà, come infatti il 10 giugno seguente fulminò la scomunica contro i capi della repubblica, ed interdisse tutto il territorio[281].
La maraviglia de' Veneziani non fu minore della loro indignazione, vedendo dal papa punita come un delitto la guerra cui erano stati da lui medesimo incoraggiati, e ch'egli aveva con loro fin all'ultimo sostenuta. Richiamarono da Roma il loro ambasciatore, Francesco Diedo, e si apparecchiarono a far testa anche soli a tutta l'Italia[282].
L'ultimo giorno di febbrajo erasi adunato in Cremona un congresso de' nemici di Venezia sotto la presidenza di Francesco Gonzaga, signore di Mantova e legato del papa. Trovaronsi colà il duca di Calabria, il duca di Ferrara, Lodovico Sforza il Moro, reggente di Milano, con due dei suoi fratelli, Lorenzo de' Medici, Giovanni Bentivoglio, il marchese di Mantova, Gian Jacopo Trivulzio e molti altri capitani di minor conto[283]. Erasi proposto d'invadere nello stesso tempo i dominj della repubblica dalla banda del Milanese, del Mantovano e della Romagna. Ma di quei tempi era, per così dire, ammesso nel diritto pubblico di poter fare la guerra per conto de' suoi alleati, senza prendervi parte in nome proprio; e nè il duca di Milano, nè il marchese di Mantova vollero tra i primi dichiararsi direttamente nemici dei Veneziani, di modo che la dieta si sciolse senza aver niente conchiuso. Questa riserva per altro non impedì che la guerra si stendesse ancora ai confini che si erano voluto preservare. Roberto di Sanseverino entrò nel Milanese il 12 di luglio, sperando di ravvivare lo zelo de' partigiani della duchessa Bona. Lodovico il Moro fece a vicenda guastare i territori di Bergamo e di Brescia; ma nè l'una, nè l'altra spedizione ebbero importanti risultamenti[284].
Questa guerra, cui vedevansi prender parte le prime potenze d'Italia, era da ambidue le parti così mollemente trattata, e con una tale viltà, che forma un sorprendente contrapposto colle guerre che i Francesi dovevano tra poco portare in Italia. Non ebbero luogo nè battaglie generali, nè assedj di città; attaccavansi soltanto deboli castelli, ed accadeva qualche leggiere scaramuccia tra piccoli corpi. Le due armate chiudevansi ne' loro trinceramenti poco distanti gli uni dagli altri, si minacciavano senza mai venire alle mani, e si assoggettavano nel proprio campo alla mortalità, inevitabile conseguenza del clima mal sano delle foci del Po, senza esporsi ad onorata morte in battaglia. Il popolo di Ferrara, oppresso dagli alloggi de' soldati, dalle contribuzioni, dai saccheggi, omai più non si mostrava disposto a nuovi sagrificj per la casa d'Este, sebbene niuna cosa annunciasse il fine d'una guerra che non era illustrata da verun fatto glorioso. Il duca di Calabria aveva saccheggiato il territorio di Brescia, ed i Milanesi quello di Bergamo; il marchese di Mantova aveva presa Asola, castello sul fiume Chiesa che un tempo appartenne ai suoi antenati. Nello stato di Parma, i Rossi, più non potendo resistere alle superiori forze mandate contro di loro, si erano ritirati verso le montagne di Genova: di là erano passati a Venezia, e quel senato, per indennizzarli dei feudi che avevano perduto, aveva loro assegnato un grosso soldo. Ma questi piccoli vantaggi della lega, che prendeva il titolo di santa perchè aveva alla testa il papa, non arrecavano sollievo al duca di Ferrara. Il nemico stava costantemente accampato alle porte della sua capitale, ed i suoi sudditi erano stati due anni consecutivi privati di ogni raccolto. Per altro il Sanseverino non aveva mai osato di aprire le sue batterie contro le mura della città; come il duca di Calabria, con un'armata più forte, non aveva saputo, nè costringere i Veneziani ad una battaglia per far loro levare l'assedio, nè attaccare il ridotto innalzato tra il parco ed il fiume. Mancavano in allora all'arte della guerra i mezzi di giugnere ad operazioni decisive; non si attaccavano che i luoghi non difesi, e non sapevasi sforzare il nemico a venire a battaglia, nè aprire le mura di una piazza in cui si chiudeva[285].
In Toscana trattavasi la guerra ancora più mollemente e più vilmente. I Fiorentini non avevano verun altro nemico che Agostino Fregoso, nuovo signore di Sarzana, che i Genovesi stessi non ajutavano scopertamente. Ragguardevole era l'armata destinata contro di lui, e tale da poter prendere Sarzana dopo un breve assedio; pure non lo intraprese, e si limitò a meschine scaramucce[286]. I Sienesi si erano alleati ai Fiorentini, e non avevano altri nemici che i loro emigrati, i quali si erano chiusi in Monte Reggioni, ove tentarono invano di forzarli[287]. Sarebbesi detto che i soldati altro mezzo più non conoscevano per entrare in una piazza che quello di aspettare pazientemente l'istante in cui piacerebbe al nemico di uscirne.
Cotale maniera di guerreggiare dovette parere assai strana a Renato II, duca di Lorena, che i Veneziani chiamarono quest'anno in Italia per prendere il comando della loro armata. Il loro trattato con questo pretendente al regno di Napoli, ch'essi volevano contrapporre a Ferdinando, fu stipulato il 30 aprile, o secondo altri il 9 maggio del 1483. Renato obbligavasi di condurre mille cinquecento cavalli, e mille pedoni, e gli era stato promesso il soldo di diciassette ducati e mezzo al mese per ogni lancia, formata secondo l'uso francese di sei uomini a cavallo. Vi si era aggiunta una gratificazione di dieci mila ducati all'anno per la tavola del principe[288]. Rinaldo non arrivò a Venezia che assai tardi e con molta difficoltà. Il papa, informato della sua venuta, aveva minacciata la scomunica a tutti i principi della Germania che gli accorderebbero il passaggio, onde il Lorenese fu costretto di entrare lungo la strada in varj negoziati, e di abbandonare spesse volte la via più breve. Era da poco giunto nel campo veneziano, ed appena aveva avuto il tempo di studiare questo sistema di guerreggiare, tanto diverso dal suo, quando ebbe notizia della morte di Lodovico XI re di Francia, accaduta il 30 agosto del 1483. Siccome questo monarca aveva cercato di togliergli la successione della casa d'Angiò, ordinando ingiusti testamenti al suo avo ed al suo prozio, Renato tornò subito ne' suoi stati, per tentar di ricuperare, durante la minorità di Carlo VIII, ciò che gli aveva fatto perdere la politica di Lodovico XI[289].
Un'altra guerra sostenevasi con maggior vigore dalla repubblica di Venezia, ed era quella che facevagli il papa coi fulmini della Chiesa. Sisto IV aveva pubblicato il 24 maggio, giorno della Pentecoste, una bolla contro Venezia, per la quale ordinava a tutti i religiosi di uscire tre dì dopo da questa città scomunicata. Il consiglio dei dieci, avutone avviso, fece tenere d'occhio tutti coloro che giugnevano da Roma, per sorprendere questa bolla nelle loro mani. Pose sotto la responsabilità de' parrochi tutte le carte che potrebbero trovarsi alle porte delle loro chiese, ed ordinò al patriarca ed a tutti gli ecclesiastici veneziani di mandare, senza aprirle, agl'inquisitori di stato qualunque bolla fosse loro diretta dalla santa sede. Quest'ordine fu scrupolosamente eseguito, e la scomunica non dissuggellata fu mandata al consiglio dei dieci dal patriarca, senza che verun Veneziano ne avesse contezza[290]. Il consiglio ordinò a tutti i cardinali e prelati dipendenti dalla signoria, sotto pena di confisca de' loro beneficj, di adunarsi a Venezia il 15 di luglio in concilio provinciale. Nello stesso tempo mandò a Girolamo Lando, patriarca titolare di Costantinopoli, un appello al futuro concilio della sentenza di scomunica. Il patriarca, ammettendo l'appello, sospese l'interdetto, e mandò allo stesso papa una citazione al futuro concilio. Si trovarono persone abbastanza coraggiose per affiggere questa citazione sul ponte sant'Angelo, ed alle porte del Vaticano e della Rotonda. Per altro quest'ardimento costò la vita alle guardie notturne, che il papa fece appiccare per avere mancato di vigilanza[291]. Tutti i preti veneziani, che si trovavano a Roma, furono chiamati, sotto comminatoria di perdere i loro beneficj; ed il papa oppose a quest'ordine un editto, in forza del quale i prelati ed i preti che abbandonassero Roma, potrebbero essere venduti come schiavi[292].
Questa violenta lotta col capo della Chiesa non recava verun biasimo ai Veneziani, perciocchè l'impetuoso carattere di Sisto IV, le sue ingiustizie, la sua cieca tenerezza per Girolamo Riario, che tutta l'Italia risguardava per suo figliuolo, e figliuolo nato da un incesto, avevano distrutto ogni rispetto dei popoli per la tiara. Qualunque genere di scandalo infamava la sua condotta; vedevasi sempre circondato da giovani favoriti, che altro merito non avevano che quello dell'avvenenza, ed a cui egli prodigava i tesori della Chiesa. Questo stesso anno, il 19 novembre 1483, offese tutto il sacro collegio, accordando il vescovado di Parma ed il cappello cardinalizio ad un giovanetto che non giugneva ai vent'anni, e che, uscito di bassa condizione, era prima stato paggio del conte Girolamo, in appresso cameriere del cardinale di san Vitale. Sisto IV, sorpreso dalla sua bellezza, lo volle per suo prelato di camera, accumulò sopra di lui i più ricchi beneficj, lo creò castellano di Sant'Angelo, ed all'ultimo gli conferì la porpora. Pure si trovò che questo Giacomo di Parma era un giovane di buon carattere, ed assai costumato, e che altro difetto non aveva che di essere sommamente ignorante[293].
Nel 1484 i guasti della guerra si estesero sopra nuove province: i Veneziani vollero farne sentire il peso a Ferdinando, che nulla fin allora aveva sofferto, armarono una flotta di trent'una galere, di cui diedero il comando a Giacomo Marcello, e la mandarono nel golfo di Taranto, ove attaccò Gallipoli. Questo ammiraglio fu ucciso verso la fine di maggio in un assalto che diede alla piazza, la quale capitolò lo stesso giorno col di lui successore, Domenico Malipieri. Questi diligentemente fortificò la nuova conquista, soggiogò in appresso le piccole città ed i castelli del vicinato, ed in giugno occupò inoltre Policastro e Cero nella Calabria. I suoi soldati, accostumati alla guerra dei Turchi, trattavano con orribile barbarie i paesi che saccheggiavano, e non pertanto davano infinita pena a Ferdinando, il quale conosceva il malcontento de' suoi baroni, e sempre temeva di vederli uniti agli stranieri per sottrarsi alla sua autorità[294].