Nello stesso tempo facevasi la guerra nello stato di Roma con estremo furore. Da un canto Niccolò Vitelli, abbandonato dai Fiorentini, era stato cacciato da Città di Castello, e rimesso in suo luogo Lorenzo Giustini; dall'altro canto Sisto IV e Girolamo Riario avevano perseguitati i Colonna con un accanimento non appoggiato a verun motivo politico. Il Riario rifiutò tutte le offerte di accomodamento fattegli da que' potenti signori; e quando gli proposero di porre in mano del papa tutte le loro fortezze, il Riario ripose, che non voleva entrarvi che per una breccia che avrebbe aperta col suo cannone. Alcuni scrittori di un'epoca posteriore supposero questa guerra cagionata dal possesso del contado di Tagliacozzo, che la casa Orsini riclamava dalla casa Colonna[295]; ma di ciò non trovasi cenno nelle memorie di quel tempo, e tutto fa travedere nella condotta del Riario un personale risentimento. Durante la state la metà de' palazzi di Roma vennero lordati da frequenti assassinj; il papa fece bruciare molte contrade per essergli sospetti alcuni de' loro abitanti. Il palazzo del protonotaro, Luigi Colonna, e quello del cardinale della stessa famiglia, furono per suo ordine inceneriti. Il protonotaro, arrestato nel primo, non erasi arreso che sulla fede di Virginio Orsini; e Virginio, conducendolo in prigione, potè a stento impedire a Girolamo Riario che non l'uccidesse. Niuna confessione poteva da lui esigersi, perciocchè tutta la sua condotta era palese; pure il papa ordinò che si assoggettasse alla tortura, soltanto per rendere il suo supplicio più crudele; e questa tortura fu talmente atroce, che quando ne fu staccato, si trovò moribondo, e gli fu tagliata la testa. Intanto la Cava, Marino e gli altri feudi di casa Colonna furono conquistati da Girolamo Riario[296].
In Lombardia la guerra non faceva verun progresso; la lega, avendo assai più cavalleria che non i nemici, ne approfittava per guastare i territorj di Bergamo, di Brescia e di Verona, fino alle porte di queste tre città[297]. Ma non pareva che tali operazioni potessero giovare alla liberazione del duca di Ferrara, e questi, spossato dal soggiorno nel suo stato di tante armate, bramava la pace a qualunque condizione. La lega, che si era formata senza sufficienti motivi, trovavasi divisa da mille diversi interessi, ed era facile il prevederne il prossimo scioglimento. Il papa in tutte le sue guerre non aveva altra mira che l'ingrandimento di Girolamo Riario; meditava allora nuovi progetti sulla Romagna, e voleva assicurare al prediletto suo figlio l'eredità di Roberto Malatesta, e quella di Costanzo Sforza, morti l'uno e l'altro al suo servigio. Il secondo era stato rapito da una malattia il 17 luglio del 1483, e suo figlio Giovanni, erede del principato di Pesaro, era tuttavia fanciullo[298]. Ma questo possedimento non poteva essere assicurato al Riario che dal consentimento de' Veneziani e de' Fiorentini; e Sisto IV, che lo sentiva, entrò con loro in segrete negoziazioni, per fare una pace a sè solo vantaggiosa.
Dall'altro canto il duca di Calabria aveva potuto vedere chiaramente, dopo che la guerra di Ferrara lo aveva chiamato in Lombardia, che Giovanni Galeazzo Sforza, duca di Milano, cui da lungo tempo era stata promessa in matrimonio la sua figlia, non aveva veruna parte nel governo del proprio ducato, sebbene non gli mancasse l'età, mentre che l'ambizioso Lodovico il Moro, zio di questo duca, si arrogava solo tutta l'autorità. Alfonso ne aveva con qualche vivacità manifestato il proprio malcontento allo stesso Moro, il quale, avendo perciò concepito una segreta diffidenza verso il suo alleato, cercava di ravvicinarsi ai Veneziani[299]. D'altra parte i Fiorentini, che da lunga tempo contribuivano alla guerra, non potevano sperarne vantaggio, e non vi avevano verun reale interesse. Mentre si esaurivano di gente e di danaro per mantenere una lontana armata, si acconsentiva che fossero oppressi dalle truppe che occupavano Sarzana, non permettendosi loro di richiamare in Toscana il conte di Pitigliano, quello dei loro capitani in cui più fidavano, e venivano in ogni cosa sagrificati ai loro alleati. Per tal modo più non restava tra i coalizzati un interesse comune, e tutti erano disposti a separarsi gli uni dagli altri. Teneva tuttavia unita questa lega il marchese Federico di Mantova per la considerazione che gli dava la sua età ed i suoi talenti; ma questi morì il 15 di luglio, ed il maggiore de' suoi figli, Giovanni Francesco II, che gli successe, non aveva che diciott'anni[300].
I Veneziani, sebbene più deboli dei loro alleati, avevano il vantaggio grandissimo di far muovere a voglia loro tutte le proprie forze; inoltre avevano l'altro di avere alla testa delle loro armate Roberto di Sanseverino, che si dava a conoscere non meno esperto politico, che valoroso generale. Roberto, abbandonando le negoziazioni intavolate col conte Riario, s'accostò a Lodovico il Moro, che risguardava come assai più potente[301]. Le sue relazioni col Moro cagionarono da principio non leggiere sospetto alla signoria, onde il doge propose al consiglio dei dieci di far arrestare il Sanseverino. Ma bentosto questo generale diede a vedere d'aver saputo ben conoscere i veri interessi della repubblica ed i proprj. Un'assemblea, tenutasi a Bagnolo il 7 agosto, conobbe gli articoli ch'egli aveva convenuti con Lodovico il Moro, e gli accettò lo stesso giorno. Invano il legato del papa e Girolamo Riario vollero intorbidare la negoziazione, perchè non conteneva a favore del figlio di Sisto IV veruno de' vantaggi che gli erano stati precedentemente promessi; invano dichiararono, che la signoria, dopo avere separatamente offesi tutti i confederati, l'aveva finalmente presa contro lo stesso Dio, allorchè aveva sprezzate le ammonizioni e gl'interdetti del papa e confiscati i beneficj ecclesiastici. Con tale condotta, soggiugnevano, erasi renduta per sempre indegna di ottenere la pace[302]. Gli altri confederati non vollero più oltre continuare le ostilità, da cui non isperavano verun vantaggio, e, malgrado gli ottenuti successi, acconsentirono che i Veneziani guadagnassero assai più colla pace, che non avrebbero potuto perdere continuando la guerra.
In forza del trattato di Bagnolo il duca Ercole d'Este fu obbligato a ristabilire la repubblica di Venezia in tutte le prerogative che aveva precedentemente esercitate in Ferrara e nel suo distretto, ed a cederle il Polesine e tutto il territorio di Rovigo. Le altre conquiste che i Veneziani avevano fatte nel territorio del duca di Ferrara dovevano essergli rendute entro dodici giorni dopo la soscrizione della pace. Dal canto loro il duca di Milano ed il marchese di Mantova dovevano rendere ai Veneziani tutte le terre da loro occupate ne' dominj della repubblica. Le città che i Veneziani tenevano nel regno di Napoli dovevano essere riconsegnate a Ferdinando entro un mese, e questi in compenso doveva render loro tutti i privilegj mercantili di cui godevano ne' suoi stati. Tutte le parti contraenti obbligavansi in ultimo a prendere parte in una lega comune per difesa de' loro rispettivi stati, Roberto di Sanseverino era dichiarato capitano generale di questa lega; per tale titolo doveva ricevere un soldo di cento quaranta mila ducati, de' quali cinquanta mila dovevano pagarsi dal duca di Milano, altrettanti dalla repubblica di Venezia, e gli altri quaranta mila dal papa, dal re di Napoli, dai Fiorentini e dal duca di Ferrara[303].
I più deboli potentati d'Italia trovaronsi da questo trattato sagrificati ai più forti: il duca di Ferrara doveva rinunciare alle province che formavano l'antico patrimonio della famiglia d'Este, e sulle quali i Veneziani mai non avevano avuto alcun titolo; onde non senza estrema ripugnanza si assoggettò a così dura condizione[304]. I Rossi, conti di san Secondo, nello stato di Parma, che i Veneziani avevano consigliati a prendere le armi contro il duca di Milano, si trovarono spogliati di tutti i loro feudi. Il marchese di Mantova non aveva preso parte alla lega che per ricuperare Asola e gli altri castelli che gli erano stati tolti dai Veneziani; ma dopo essersene impadronito, era forzato a restituirli[305]. Nè in questo trattato di pace i Fiorentini erano meglio trattati di quel che lo fossero stati durante la guerra. Nulla veniva stipulato a loro favore, e nè pure la restituzione di Sarzana. Non pertanto il più scontento di tutti era il papa; aveva lungamente sperato d'arricchire il figliuolo o colle spoglie del duca di Ferrara, o con quelle dei Veneziani; si era in ultimo ridotto a fargli assicurare i piccoli principati della Romagna, che punto non dubitava che non venissero sagrificati alla sua ambizione; sperava in particolare che Girolamo Riario ottenesse il rango che si era fatto dare il Sanseverino, di generale della lega; e questo rango e questo soldo dovevano indenizzarlo delle pretese cui era forzato di rinunciare.
La notizia di una pace, che tanto male corrispondeva ai suoi ambiziosi progetti, fa un colpo di fulmine per questo turbolento pontefice. Da qualche tempo era tormentato dai dolori della gotta, che poi lo presero al petto. Gli ambasciatori, che portavano le condizioni della pace di Bagnolo, vennero introdotti all'udienza del pontefice la sera di mercoledì 12 agosto. Dopo aver udita la lettura del trattato, si dolse che le condizioni erano meno vantaggiose di quelle che gli erano state offerte dai nemici. «Questa, che voi mi annunciate, disse loro, è una pace di vergogna e d'ignominia, piena di confusione e di obbrobrio, e che coll'andar del tempo sarà più cagione di male che di bene. Io non posso, miei figli, nè approvarla, ne benedirla[306].» Gli ambasciatori accorgendosi, che il vecchio, afflitto da questa notizia, andava perdendo le forze, che oppresso dall'angoscia pareva aver la lingua imbarazzata, gli dissero che speravano di trovare altra volta sua santità più tranquilla, ma che intanto lo pregavano di benedire una pace che più non poteva mutarsi. Il papa, svolgendo allora a stento la sua mano gottosa dalla fascia che la sosteneva, fece un movimento che gli uni presero per un rifiuto, gli altri per una benedizione degli ambasciatori o della pace medesima. Ma egli più non parlò, e morì nella susseguente notte del giovedì 13 agosto, poco dopo la mezza notte; mal soffrendo di lasciare in pace quell'Italia, che in tempo del suo regno aveva costantemente tenuta in guerra[307].
CAPITOLO LXXXIX.
Elezione d'Innocenzo VIII; questo papa fa scoppiare la guerra tra Ferdinando ed i suoi baroni. — Il cardinale Paolo Fregoso, doge di Genova. — I Fiorentini conquistano Sarzana. — Anarchia e pacificazione di Siena. — Congiure contro Girolamo Riario e contro Galeotto Manfredi.