Gl'Italiani, che videro succedere tutto ad un tratto lo sconvolgimento della loro patria a un periodo di calma, di ricchezza e di splendore letterario, attribuirono le mutazioni di cui ne sperimentavano gli effetti agli uomini ch'essi avevano conosciuti. Attribuirono a Lorenzo de' Medici l'onore di avere conservata la pace in Italia, perchè la terribile invasione che la pose sossopra accadde due soli anni dopo la di lui morte. Accusarono Lodovico il Moro d'avere colla sua ambizione privata e con una falsa politica, data la patria in mano a quegli stranieri, ch'essi chiamavano barbari, perchè loro rinnovò l'invito, di già fatto venti volte in questo e nel precedente secolo, di prendere parte nelle guerre d'Italia. Ma Lorenzo de' Medici non aveva impedito a Lodovico XI di dettare il 22 luglio del 1474 il suo testamento al vecchio re Renato a favore del conte du Maine, o di dettare a quest'ultimo il suo testamento del 10 dicembre 1481, a favore della corona di Francia. Tutte le pretese dei re francesi sul regno di Napoli erano state dunque apparecchiate da molto tempo, e precisamente dodici anni prima della morte di Lorenzo. Queste pretese non potevano essere cagione di guerra, nè finchè occupava il trono un re vecchio, infermo, timido, avaro, sospettoso, nè in tempo della minorità di suo figlio. Ma era bensì giunto l'istante in cui una tale ambizione diverrebbe così naturale alla Francia, che tre de' suoi re, diversi di carattere, d'ingegno, ed ancora pel sangue da cui uscivano, Carlo VIII, Lodovico XII e Francesco I, vi si abbandonerebbero con eguale ardore. Nè Lorenzo de' Medici avrebbe potuto trattenerli, quand'anche fosse vissuto fino all'età cui poteva naturalmente giugnere; nè avrebbe parimenti potuto prevenire o impedire l'unione di tutte le corone della Spagna nelle mani di Ferdinando e d'Isabella, la riunione delle eredità della Borgogna e dell'Austria in quelle di Massimiliano. Egli non aveva eccitata contro i primi la guerra di Granata, nè contro il secondo la ribellione de' Fiamminghi, onde non poteva appropriarsi il merito nè della loro attività nè del loro riposo.

Un solo mezzo poteva esservi di salvare l'Italia, ed era di seguire il progetto dei repubblicani Fiorentini, mandato a male da Cosimo de' Medici; di mantenere la repubblica di Milano quando ricuperò la sua libertà nel 1447, dividendo in tal modo la Lombardia tra due potenti stati liberi, Milano e Venezia; di conservare tra loro l'equilibrio col peso che Firenze e la Toscana porrebbero nella bilancia; di riunirle per un comune interesse qualunque volta si trattasse di difendere la libertà e l'indipendenza d'Italia; di spalleggiarle coll'alleanza degli Svizzeri, secondo il progetto che alquanto più tardi Sisto IV comunicò ai Cantoni; di riunire così, in caso di bisogno, le ricchezze di Firenze e di Milano, le flotte di Venezia e di Genova, e l'indomabile milizia degli Svizzeri, per la causa della libertà. In allora questa catena di repubbliche avrebbe presentato alle straniere potenze uno steccato, che non avrebbe potuto essere superato nè da Carlo VIII, nè da Massimiliano, nè da Ferdinando e da Isabella. Ma questo progetto, che gli Albizzi sarebbero stati degni di formare, che Neri Capponi concepì e vigorosamente sostenne, che venne rinnovato da Sisto IV, fu distrutto dalla personale ambizione di Cosimo e di suo nipote, i quali per essere i primi cittadini della loro patria, e per portare la loro famiglia al sovrano potere, abbisognavano di avere l'alleanza di altri principi, non di stati liberi. Per la stessa ragione Lorenzo tenne sempre Firenze lontana da Venezia, antica di lei alleata; ed ispirò al popolo uno spirito di diffidenza e di rivalità, contrario a quell'antica unione che aveva all'opportunità posto argine alle conquiste di Mastino della Scala, di Barnabò, di Giovanni Galeazzo e di Filippo Maria Visconti. Di modo che se della ruina d'Italia può darsene colpa ad un errore politico, dobbiam piuttosto incolparne Lorenzo che Lodovico il Moro.

Quest'ultimo, ambizioso tutore di suo nipote, ch'egli voleva privare del trono, luogotenente di un despota, ed aspirando alla tirannide, era veramente fatto per sagrificare ogni cosa al suo personale interesse. Non è già da tale razza d'uomini che possano pretendersi virtù pubbliche, nulla potevasi da lui sperare fuorchè un giusto calcolo. A dir vero egli s'ingannò, quando invocò l'ajuto degli stranieri, che dovevano in breve schiacciarlo; ma il suo errore non era nuovo. Dopo il primo Carlo d'Angiò, che viveva alla metà del XIII.º secolo, dopo Filippo e Carlo di Valois, i papi, i baroni napolitani, i Toscani, i Lombardi, i Veneziani, i Genovesi, avevano tutti ogni dieci anni chiamati i Francesi in Italia. Lodovico I, Lodovico II, Lodovico III, della seconda casa d'Angiò, il vecchio Renato, suo figlio Giovanni, duca di Calabria, e Renato di Lorena, avevano tutti più volte tentato di conquistare il regno di Napoli con eserciti francesi. Negli ultimi dieci anni Renato II era stato due volte chiamato dai Veneziani e due volte dal papa. Quasi nello stesso periodo i Genovesi si erano due volte offerti al re di Francia. Per ultimo Innocenzo VIII, l'amico ed il confidente di Lorenzo de' Medici, aveva di nuovo dichiarato guerra a Ferdinando di Napoli in novembre del 1489, confidando soltanto nell'ajuto di Carlo VIII, da lui chiamato a soccorrerlo[447]; e fu l'indolenza di Carlo, e non le persuasioni di Lorenzo, che finalmente obbligarono il papa a fare la pace nel 28 gennajo del 1492, allorchè vide che i suoi brevi, e le sue bolle, sole armi da lui adoperate in tre anni, non avevano avuta abbastanza forza di tirare i Francesi in Italia.

Non pertanto temendo Ferdinando di vedere finalmente eseguirsi quest'invasione, rinnovò con quest'ultimo trattato quasi tutte le condizioni della precedente sua convenzione col papa. Promise di dare la libertà ai figli dei baroni ch'egli aveva fatti morire; promise di pagare l'annuo tributo cui si era assoggettato; per ultimo promise di non turbare nel suo regno l'esercizio dell'ecclesiastica giurisdizione. Mandò il suo nipote, il principe di Capoa, a rendere omaggio al papa, il quale investì di nuovo il re del suo regno, siccome di feudo spettante alla Chiesa. Innocenzo fissò l'ordine della successione, chiamandovi il duca di Calabria, e, se questi premoriva al padre, il principe di Capoa; ed infine ricevette il giuramento del re. La bolla, che terminava questa contesa, è del 4 di giugno del 1492[448], e il 25 del susseguente luglio Innocenzo VIII morì, prima d'avere avuto il tempo di vedere Ferdinando mancare, secondo il praticato, a tutte le sue promesse[449]. Innocenzo VIII soffriva da gran tempo molte infermità, ed il 27 di settembre del 1490 era già stato creduto morto per uno svenimento di venti ore. In tempo della sua letargia Franceschetto Cibo tentò d'impadronirsi del tesoro pontificio, poi di Zizim, che soggiornava nello stesso palazzo del papa; ma le guardie dell'uno e dell'altro eransi opposte ai suoi tentativi[450]. I cardinali, che in allora si trovavano in Roma, eransi portati di buon mattino al palazzo ed avevano cominciato l'inventario del tesoro. Sebbene Franceschetto Cibo avesse già da gran tempo deviata una parte delle ricchezze della Chiesa, e le avesse mandate a Firenze, i cardinali trovarono ancora nella camera apostolica grandissime somme, che diedero a custodire al cardinale Savelli. Ma intanto il papa rinvenne, e tosto che si sentì rinvigorire, congedò tutti i cardinali, loro dicendo che sperava tuttavia di sopravvivere a tutti loro[451].

Nell'ultima sua malattia Innocenzo VIII si lasciò persuadere da un medico giudeo di tentare il rimedio della trasfusione del sangue, spesso proposto da certi empirici, ma fin allora non isperimentato che sopra animali. Tre fanciulli dell'età di dieci anni furono successivamente, mercè una ricompensa data ai loro parenti, assoggettati all'apparecchio che doveva far passare il sangue delle loro vene in quelle del vecchio, e il sangue di questi nelle vene de' fanciulli. Tutti e tre morirono nel cominciamento dell'operazione, probabilmente per l'introduzione di qualche bolla d'aria nelle loro vene, ed il medico giudeo si diede alla fuga piuttosto che di sagrificare nuove vittime[452]. In tempo della malattia d'Innocenzo VIII, precisamente a mezzo luglio, lo sventurato Zizim, il di cui capo in certo qual modo era stato da Bajazette II posto all'incanto, fu per ordine de' cardinali chiuso in Castel sant'Angelo, venendo risguardato come una parte importante dell'eredità del futuro pontefice.

Lorenzo de' Medici non conobbe la morte d'Innocenzo VIII, nè la scandalosa elezione di Roderigo Borgia, che gli successe sotto il nome d'Alessandro VI. Sorpreso da lenta febbre, che si aggiunse alla gotta, ereditaria nella sua famiglia, si era in sul cominciare dell'anno ritirato a Careggi, sua villa, per porsi tra le mani de' medici. Pareva che questi proporzionassero i loro rimedj alla ricchezza piuttosto che ai bisogni del loro ammalato; gli fecero prendere decomposizioni di perle e di altre pietre preziose senza verun giovamento. Lorenzo, circondato dai suoi amici, morì tra le loro braccia l'otto aprile del 1492, prima di avere compiuto l'anno 44 dell'età sua[453].

Qualunque si fosse la destrezza di Lorenzo de' Medici nel trattare gli affari, non può essere come uomo di stato collocato tra i sommi uomini, onde va gloriosa l'Italia. Tant'onore non è riservato che a coloro che, portando le loro viste al dissopra dell'interesse personale, assicurano col lavoro e colla loro vita la pace, la gloria o la libertà del loro paese. Per lo contrario Lorenzo tenne quasi sempre una politica egoistica; sostenne con sanguinose esecuzioni un usurpato potere; andò ogni giorno aggravando il detestato giogo sopra una città libera; privò i legittimi magistrati dell'autorità loro attribuita dalla costituzione, e deviò i suoi concittadini da questa pubblica carriera, nella quale prima di lui avevano mostrato tanto ingegno. Vedremo nell'ultima parte di quest'opera le funeste conseguenze della sua ambizione, e del rovesciamento delle nazionali istituzioni. Una disastrosa lotta si tenne viva trent'otto anni tra la famiglia di Lorenzo e la sua patria, ed ebbe soltanto fine collo stabilimento della tirannia di Alessandro dei Medici.

Per altro ingiusta cosa sarebbe lo spogliare Lorenzo de' Medici di una gloria accordatagli dalla posterità. Per l'attiva ed illuminata protezione da lui accordata alle arti, alle lettere, alla filosofia, egli meritò di associare il suo nome alla più bella epoca della storia letteraria dell'Italia. Colla prontezza e colla perspicacia del suo ingegno, colla flessibilità de' suoi talenti, col calore della sua anima, diventò il capo ed il promotore di un'associazione di grandi uomini intenti a far risorgere le lettere ed il buon gusto. Lorenzo era fatto per conoscere tutto, per apprezzar tutto, per sentire tutto. Egli mostrava la medesima attitudine per le arti di cui andava ragunando e moltiplicando i capi d'opera; per la poesia, cui ritornava l'antica armonia del Petrarca; per la filosofia, che riceveva in casa sua una nuova vita dallo studio profondo de' Platonici[454]. Lorenzo non era forse un uomo di straordinario ingegno, nè come poeta, nè come filosofo, nè come artista; ma aveva un così vivo senso del bello e del giusto, che metteva in sul buon cammino coloro ch'egli stesso non poteva seguire. Così il profondo pensare di Poliziano e di Pico della Mirandola, il genio poetico di Marullo e di Pulci, l'erudizione del Landino, dei Scala e dei Ficino, sono una parte essenziale della gloria del protettore cui dovettero, per così dire, quasi la loro esistenza. Abbiamo creduto che in un'epoca così gravida d'avvenimenti, bisognasse separare la storia politica da quella della letteratura del mezzogiorno; ed è in un'altra opera che abbiamo cercato di dare qualche idea del merito letterario di Lorenzo. I signori Ginguenè e Roscoe rendettero un più luminoso omaggio all'ingegno di quest'uomo straordinario. Lo rappresentarono in mezzo ai suoi amici, agl'illustri letterati che lo amavano[455]; e posero in tal modo in piena luce le attrattive del suo carattere, la sua facilità, il suo buon umore, la sua costanza, la sua magnanimità. Ma per affezionarsi così vivamente a Lorenzo conviene talvolta ammettere con poco scrupolo le pie frodi de' suoi amici e de' suoi adulatori: conviene particolarmente deviare lo sguardo dall'antica Firenze, e dimenticare, se è possibile, ciò ch'ella fu nei giorni della sua vera gloria, ciò ch'ella fu sotto la dittatura di Lorenzo, ciò ch'ella diventò dopo di lui[456].

FINE DEL TOMO XI.