Intanto la posizione dell'armata francese facevasi ogni giorno più difficile. In Lombardia avevano cominciato le ostilità, ed i Francesi erano stati i primi. Avevano i Veneziani protestato che non avrebbero attaccato il re nella sua tornata, e che soltanto si sarebbero tenuti apparecchiati a difendere il duca di Milano contro chiunque avesse intrapreso a nuocergli[332]. In questi frangenti il duca d'Orleans, che soggiornava in Asti, sorprese Novara, e Carlo VIII n'ebbe avviso prima che uscisse di Siena.

Il re aveva ordinato al duca di Orleans di rispettare il territorio milanese e di tenersi in Asti. Ma Lodovico Sforza, dopo la formazione della lega, desiderava di strascinare i Veneziani nella guerra col provocare il suo rivale. Fece partire da Milano settecento uomini d'armi e tre mila pedoni, sotto il comando di Galeazzo Sanseverino, facendo l'intima al duca d'Orleans di lasciare il titolo di duca di Milano, titolo che il duca Carlo d'Orleans, padre dell'attuale, aveva pure portato, siccome erede di Valentina Visconti; gl'intimò in pari tempo di non permettere che scendessero altre truppe francesi in Italia, e di affidare la custodia di Asti a Galeazzo Sanseverino, cui il re nel precedente anno aveva accordato il suo ordine di Sammichele, indicandolo con ciò, siccome persona di cui si fidava[333]. Il duca d'Orleans, lungi dal lasciarsi sgomentare da tanta arroganza, e dal numero delle forze che gli si diceva che la lega metteva in campagna contro di lui, fu il primo ad entrare in guerra, attaccando la terra ed il castello di Gualfinara nel marchesato di Saluzzo, e costringendo il Sanseverino a ritirarsi a Non, castello del duca di Milano, non molto discosto da Asti.

Frattanto lo Sforza, che si era obbligato a chiamare molte truppe tedesche, non aveva spedito sufficiente danaro in quel paese per assoldarle. L'armata del Sanseverino andava scemando a cagione delle frequenti diserzioni, mentre che quella del duca d'Orleans ingrossava ogni giorno pei rinforzi che riceveva dalla Francia: omai contava tre cento lance, tre mila fanti svizzeri, ed altrettanti guasconi. Trovandosi di già con un'armata assai più numerosa di quella dello Sforza, diede orecchio alle suggestioni de' malcontenti novaresi, i di cui capi, Opicino Caccia e Manfredo Tornielli, avevano a dolersi dello Sforza a cagione di clamorose ingiustizie sostenute rispetto alle loro proprietà. Questi due gentiluomini aprirono l'undici di giugno le porte di Novara ai Francesi, e vi ricevettero il duca d'Orleans con tutta la sua armata[334].

La sorpresa di Novara empì di terrore tutto lo stato di Milano; e se il duca d'Orleans si fosse subito avanzato colle sue truppe, avrebbe probabilmente fatta nascere una rivoluzione in Lombardia. Il supposto avvelenamento di Giovanni Galeazzo, aveva alienati tutti gli animi dal Moro, e rendeva assai più amare le lagnanze eccitate dalla gravezza delle imposte, e dalle ingiustizie del governo: ma il duca d'Orleans non era ben informato della disposizione degli abitanti, nè delle forze del suo avversario. Prima di compromettersi, credette necessaria l'occupazione della fortezza di Novara, che non ebbe che sei giorni dopo della città; tale ritardo fu la salvezza dello Sforza, avendo dato tempo al Sanseverino di condurre la sua armata a Vigevano, di unirvi tutti i rinforzi che potè raccogliere nel vicinato, ed all'ultimo di essere raggiunto da un altro corpo d'armata che lo Sforza voleva spedire al campo veneziano nel ducato di Parma, e da uno squadrone di Stradioti, che gli cedette la signoria di Venezia. Mille cavalli e due mila pedoni tedeschi raggiunsero pure il Sanseverino, ed il duca d'Orleans, non avendo saputo approfittare del momento favorevole per attaccare, fu ridotto a stare sulle difese, ed a chiudersi in Novara[335].

La prima notizia della presa di Novara aveva fatto molto piacere al re ed all'armata francese; ma quando si ebbe più circostanziata contezza delle difficoltà in cui si trovava implicato il duca d'Orleans, i più prudenti sentirono che la situazione del re diventava più difficile. Pure Carlo VIII avanzavasi lentamente, volendo godere le feste che gli si davano in tutte le città, e tutte gustare le adulatrici dimostrazioni di ammirazione per le sue gesta. Il 23 di giugno era partito da Pisa alla volta di Lucca, ed arrivò a Pontremoli soltanto il giorno 29[336]. Una delle ragioni che gli faceva così a rilento attraversare la Toscana era l'impresa che meditava sopra Genova. I cardinali della Rovere e Fregoso seguivano il campo di Carlo insieme con Ibletto dei Fieschi: questi tre emigrati genovesi avevano nella forza del loro partito quella confidenza, che inganna quasi sempre gli emigrati, onde promettevano, quando si dasse loro un qualche corpo di truppe colle quali presentarsi sotto Genova, di eccitarvi una rivoluzione. Lusingavansi di adunare molti partigiani tra le montagne, sollevare le città e cacciare gli Adorni. Invano i consiglieri del re gli rappresentavano quanto fosse imprudente consiglio quello di dividere le sue forze, in tempo che ne aveva appena quanto bastava per farsi strada a traverso alla Lombardia; gli emigrati genovesi furono soli ascoltati, tanto più che Filippo, conte di Bresse, pro zio del duca di Savoja, cui successe non molto dopo, si valse dell'ascendente che aveva sullo spirito del re per secondare quest'impresa, di cui volle egli stesso avere il comando. Il re gli acconsentì di prendere cento venti lance francesi e cinquecento fanti; i fratelli Vitelli di Città di Castello, che si erano posti al soldo della Francia, ma che non avevano per anco raggiunta l'armata, ebbero ordine di seguire Filippo di Bresse con dugento uomini d'armi e con dugento cavalleggeri italiani. Giovanni di Polignacco, signore di Belmonte, suocero di Comines, ed Ugo d'Amboise, barone d'Aubijoux, furono posti sotto i suoi ordini: la flotta, comandata dal signore di Miolans, ed in allora ridotta a sette galere, due galeoni e due fuste, doveva secondarlo per mare, ed i due cardinali, avendo levata della fanteria nello stato di Lucca, nella Garfagnana e nella Liguria, condussero questa piccola armata fino alle porte di Genova. Ma ben lungi dal potervi muovere qualche sollevazione, a stento poterono difendersi contro Giovan Luigi dei Fieschi, che gl'inseguiva, e non giunsero in Asti, che dopo avere perduta molta gente, salvandosi a traverso alle montagne in mezzo ad infiniti pericoli: ed intanto la piccola flotta francese fu disfatta in quello stesso golfo di Rapallo, ove pochi mesi prima aveva ottenuta una vittoria[337].

La vanguardia francese, condotta dal maresciallo di Giè e da Gian Giacomo Trivulzio, aveva trovata la città di Pontremoli custodita da quattrocento fanti del duca di Milano. Questa guarnigione avrebbe potuto tenere lungamente, ed esporre l'armata nemica a dure privazioni, ma il Trivulzio la persuase a capitolare ad onorevoli condizioni. Intanto appena furono gli Svizzeri entrati in Pontremoli, che, sovvenendosi di una contesa avuta con quegli abitanti in occasione del primo loro passaggio, contesa nella quale erano periti quaranta de' loro compatriotti, si fecero a dosso ai borghesi, uccidendo quanti ne scontravano, ed appiccando il fuoco alle case. Con tale incendio distrussero abbondanti magazzini di vittovaglie, nell'istante in cui l'armata cominciava a sentirne il bisogno; ma la violazione della capitolazione fu ancora più pregiudicevole che la distruzione de' granai del nemico, perchè i contadini, più non fidandosi di uomini capaci di così aperta violazione della data fede, lasciarono di recare viveri al campo[338].

Intanto il re si era posto in un piccolo villaggio al di là di Pontremoli, mentre che il maresciallo di Giè aveva attraversate le montagne coll'avanguardia, ed erasi accampato a Fornovo in faccia al nemico: Contava di essere immediatamente seguito dal rimanente dell'armata, ma Carlo VIII non volle internarsi nelle montagne, se prima non era passata la sua artiglieria, e si trattenne cinque giorni in quel villaggio presso Pontremoli, sebbene la sua armata soffrisse grandissima penuria di viveri. Giovanni de la Grange direttore dell'artiglieria, ed il signore de la Tremouille eransi incaricati di trasportare al di là delle montagne tutto ii treno militare, e furono assai ben serviti dagli Svizzeri, che, per far dimenticare gli eccessi commessi a Pontremoli, lavorarono con molto zelo a tirare i carri de' cannoni a forza di braccia. Eranvi quattordici pezzi di cannone di grosso calibro, molti piccoli, ed un proporzionato numero di cassoni e di munizioni da guerra. La montagna, sulla quale era stato negligentemente segnato un sentiere, erto e scosceso, innalzavasi al di sopra di Pontremoli con assai ripido declivio, che a stento praticavasi dai muli, indi colla stessa ripidità scendeva in una valle per rimontare di nuovo. Gli Svizzeri si attaccavano con lunghe corde a due a due fino in numero di dugento ad un solo pezzo d'artiglieria, e dopo averlo strascinato fino alla sommità della montagna, duravano ancora maggior fatica e si esponevano a più grandi rischi nel ritenerlo scendendo. Molti operaj lavoravano su tutta l'estensione della strada a rompere le rupi che chiudevano la strada, a colmare i bassi fondi, a rialzare i cannoni rovesciati, o a ripararne l'attiraglio. I soldati e gli uomini a cavallo si erano divise le munizioni, e per quanto fosse aspra la montagna, per quanto insopportabile il calore, veruno ponevasi in cammino senza essersi caricato di palle, o di cartoccie, portando perfino cinquanta libbre. Verun'armata non aveva per anco eseguita una così difficile spedizione, nè sostenute tante fatiche. Finalmente cinque giorni dopo tutta l'artiglieria trovavasi al di là del monte, e lo stesso re partì il giorno tre di luglio per attraversarla passando per Berceto, Casi e san Terenzo[339].

La vanguardia del maresciallo di Giè, accampata a Fornovo, aveva soltanto sei cento lance e mille cinque cento Svizzeri. L'armata dei confederati, che si era adunata in vicinanza di Parma, ubbidiva a Francesco Gonzaga, signore di Mantova, che, malgrado la sua giovinezza, aveva opinione di essere uno de' migliori capitani; e gli erano stati dati per consiglieri Luca Pisani e Marco Trevisani, provveditori veneziani. Le truppe milanesi erano comandate dal conte di Cajazzo, ajutato da Francesco Bernardino Visconti, commissario, ed uno de' primarj capi ghibellini di Milano. Contavansi nella loro armata due mila cinque cento uomini d'armi, e più di cinque mila cavalleggeri, la metà de' quali erano Stradioti d'oltremare. Il preciso numero della cavalleria riesce sempre difficile a calcolarsi in tutte le relazioni di quest'epoca, perchè talvolta contavansi sei cavalli per lancia, talvolta quattro e talvolta meno. Pietro Bembo, lo storico veneziano, tenta di rappresentare l'armata della sua patria come più debole d'assai che non lo era effettivamente, ed in tutto non dà al marchese Gonzaga che dodici mila cavalli, ed altrettanti pedoni. Stando agli altri storici, eranvi in tutto quasi quaranta mila uomini[340]. I confederati avrebbero facilmente potuto occupare Fornovo; ma preferirono di porre il loro campo alla Ghiaruola, tre miglia al di sotto di Fornovo, per attirare il nemico in aperta campagna, e non isforzarlo a prendere il cammino di Borgo di Val di Taro e del monte di Cento Croci, che, sebbene a traverso di paesi aspri e difficili assai, pure l'avrebbe condotto fino in vicinanza di Tortona[341].

Il maresciallo di Giè, giunto a Fornovo, a così piccola distanza da un'armata tanto superiore di forze alla sua, spedì al campo nemico un trombetta, che chiese il libero passaggio per l'armata del suo re e vittovaglie a moderati prezzi. In pari tempo Giè incaricò alcuni corpi avanzati di riconoscere il paese nemico, ma vennero respinti dagli Stradioti. In quel giorno i capitani italiani perdettero l'occasione più opportuna di distruggere l'armata francese. Se attaccavano la vanguardia, che in allora si trovava lontana più di trenta miglia dal corpo di battaglia, l'avrebbero facilmente disfatta; ma essi non conobbero la forza, o la distanza che separava i due corpi, e lasciarono il tempo a Carlo VIII di arrivare coll'artiglieria e con tutte le sue genti[342].