Anche dopo l'unione di tutta l'armata, la Francese era più debole assai di quella degli alleati. Carlo VIII l'aveva sconsigliatamente indebolita, staccandone varj corpi; il Comines non gli dà che nove cento uomini d'armi, comprendendo anche la casa del re, due mila cinquecento Svizzeri, ed in tutto sette mila uomini pagati. Ma potevano esservi di più mille cinquecento uomini capaci di combattere, che seguivano il treno della corte come servitori; onde il Comines soggiugne: «Il conte di Pitigliano, che gli aveva contati meglio di me, diceva che in tutto eranvi nove mila uomini, e me lo disse dopo la nostra battaglia di cui si parlerà[343];» e non era che il quarto dell'armata italiana. Inoltre la mancanza dei viveri nel passaggio della montagna e la sostenuta fatica avevano spossati i Francesi; e per ultimo l'armatura e l'inusitata maniera di combattere degli Stradioti loro inspiravano qualche terrore.
Il re giunto a Fornovo la domenica, 5 luglio, verso il mezzogiorno, scoprì dall'altura ch'egli occupava il campo nemico come il suo. Stavano ambidue sulla destra sponda del Taro, fiume che scende dalle montagne di Genova per scaricarsi nel Po. Per proseguire il loro viaggio i Francesi dovevano passare sulla sinistra del Taro; ma il marchese Gonzaga, invece di occupare quella riva, aveva stabilito di accamparsi dalla stessa banda che i Francesi, ed alquanto più basso, presso Oppiano, onde conservare una facile comunicazione con Parma, ed impedire ai Francesi di gettarsi in questa città. Le colline, disposte in forma d'anfiteatro, lasciavano tra esse ed i due campi un largo piano coperto di ghiaja, e che serviva talvolta di letto al torrente, ma di cui non occupava ordinariamente che una piccola parte. Potevasi sempre guadare, quando non veniva ingrossato con estrema rapidità dalle piogge delle montagne; ma in allora volgeva grossi massi di pietra con grandissimo fracasso, e rompeva ogni comunicazione tra le due sponde. Una piccola foresta stendevasi sulla destra del Taro dal campo veneziano fino a breve distanza dal campo francese, e cuopriva gli Stradioti, quando si avvicinavano per scaramucciare[344].
I Francesi avevano in Fornovo trovate molte vittovaglie, di cui avevano estremo bisogno; ma perchè inclinavano a credere gl'Italiani capaci di ogni sorta di perfidia, temettero per qualche tempo che que' viveri fossero avvelenati, e non osarono di valersene, finchè non gli ebbero più oltre sperimentati coi loro cavalli. Le ricche campagne della Lombardia stendevansi a vista d'occhio, ma prima di giugnervi d'uopo era venire a battaglia: il marchese Gonzaga, accampandosi in tanta vicinanza, faceva pienamente conoscere la sua intenzione di azzuffarsi; perciocchè non potevasi a meno di non passare innanzi a lui, non avendo la valle che quella sola uscita; e la grandezza del suo accampamento atterriva anche i più audaci, tanto più che, secondo il costume italiano, abbracciava un vasto spazio al di là delle tende affinchè tutta l'armata potesse schierarvisi in ordine di battaglia.
Filippo di Comines era di fresco tornato da Venezia; conosceva tutti i capi dell'armata nemica, e si era da loro allontanato amichevolmente. Il re desiderò che ricominciasse con loro qualche negoziato, e gli ordinò di scrivere ai due provveditori veneziani. Per altro non potè risolversi a proporre verun soggetto d'accomodamento[345]. Il Gonzaga dal canto suo, quando ricevette il trombetta del maresciallo di Giè, aveva consultato se convenisse compromettere tutte le forze d'Italia per trattenere e ridurre alla disperazione un nemico che fuggiva. I capi della sua armata, incerti tra l'onore e la prudenza, non avevano potuto accordarsi in una sola sentenza; avevano domandati nuovi ordini a Milano ed a Venezia; ed i loro governi avevano convenuto di permettere al re di ritirarsi senza venire alle mani: ma gli ambasciatori di Spagna e di Germania, sperando che i loro padroni coglierebbero i frutti della guerra senza esporsi a verun pericolo, avevano invano rappresentato che sarebbe compromesso l'onore delle armi italiane, quando non osassero di combattere un nemico così debole, e che i Francesi non Tarderebbero a rivalicare le Alpi, quando avessero tale caparra che gl'Italiani mai non ardissero tener loro testa[346].
I provveditori veneziani non vollero perciò assolutamente rigettare le aperture loro fatte dal Comines: risposero che il duca d'Orleans attaccando Novara aveva cominciate le ostilità, che dopo questo fatto le disposizioni loro non erano più così pacifiche; pure che uno di loro recherebbesi di buon grado nel susseguente giorno a metà strada delle due armate per incontrare il negoziatore francese. Questo riscontro ebbe il Comines la sera della domenica. I Francesi si tennero quella notte nel loro campo pieni di sospetti, sia a motivo di due movimenti fatti dagli Stradioti, contro i quali non eransi abbastanza cautamente posti in su le guardie, o sia a cagione di una burrascosa pioggia, mista di lampi e di tuoni, che di già cominciava a gonfiare il Taro: lo scoppio del folgore eccheggiava tra le gole degli Appennini, mentre che il torrente colle sue onde travolgeva con gran fracasso i sassi[347].
All'indomani, lunedì 6 luglio, il re, di già armato ed a cavallo, fece a sette ore del mattino chiamare a sè il Comines, e lo incaricò di andare col cardinale di san Malo a dichiarare ai Veneziani, che altro non voleva che proseguire il suo viaggio, senza fare nè ricevere danno. Nello stesso tempo attraversò il Taro in faccia a Fornovo, per continuare a scendere lungo la riva sinistra, e passare avanti al campo veneziano che lasciava sulla riva destra ad un quarto di lega di distanza. Le truppe leggeri scaramucciavano su tutti i punti, ed il cannone cominciò a tirare nell'istante in cui la lettera del Comines e del cardinale di san Malo giunse in mano de' provveditori veneziani. Non pertanto mostrarono tuttavia qualche desiderio di entrare in negoziazione; ma il conte di Cajazzo gridò che non era più tempo di parlamentare, e che i Francesi erano di già vinti a metà. Uno de' provveditori, ed il marchese di Mantova furono dello stesso parere; fecero tacere coloro che volevano ancora parlare, e cominciò la battaglia[348].
L'avanguardia francese era comandata dal maresciallo di Giè e da Gian Giacomo Trivulzio: aveva alla testa tre cento cinquanta uomini d'armi, i migliori dell'armata, dietro ai quali venivano tre mila Svizzeri, comandati da Engelberto di Cleves, fratello del duca di Nevers, dal balivo di Digione, e da Lornay, scudiero maggiore della regina, finalmente erano sostenuti da tre cento arcieri della guardia, che per ordine del re erano scesi da cavallo. Il re, che comandava la battaglia, lasciò partire quest'avanguardia, mentre ch'egli attraversava il fiume, di modo che era di già arrivata a fronte del campo italiano, quand'egli trovavasene tuttavia molto lontano. Guinol di Lousieres, uno de' maestri della casa del re, e Giovanni de la Grange, balivo d'Auxonne, avevano il comando dell'artiglieria. Gilles Caronnel di Normandia portava lo stendardo dei cento gentiluomini della guardia, ed Aymar di Prie quello de' pensionarj. Erano diretti dal signor di Crussols dugento balestrieri a cavallo, dugento arcieri francesi e gli Scozzesi. Claudio de la Chastre comandava il corpo di battaglia sotto il re, e lo assisteva co' suoi consiglj. Per ultimo la retroguardia era comandata dai signori de la Guise e de la Tremouille. Tutti gli equipaggi, portati da circa sei mila bestie da soma, furono spediti per la strada della montagna a sinistra, sotto gli ordini del capitano Odet di Riberac, ma senza truppe che li cuoprissero[349].
L'armata italiana aveva fin allora tenuto d'occhio i movimenti de' Francesi, ed aveva lasciato che si stendessero sulla ghiaja; ma quando furono in piena marcia, e che i loro tre corpi si furono tanto allontanati gli uni dagli altri da non potere più sostenersi a vicenda, Francesco Gonzaga ordinò l'attacco. Mentre che il re discendeva sulla riva sinistra del Taro, il Gonzaga rimontava la riva destra; aveva occupato Fornovo, di dove erano appena partiti i Francesi, e colà passò il fiume dietro a loro in testa a seicento uomini d'armi, il fiore di tutta l'armata, di un grosso squadrone di Stradioti e di cinque mila fanti. Lasciò sulla sinistra Antonio di Montefeltro, figlio naturale del precedente duca d'Urbino, con una gagliarda riserva per assecondarlo in caso di bisogno: aveva ordinato che quando egli fosse venuto alle mani colla retroguardia, passasse il fiume alquanto più basso un altro squadrone di Stradioti e venisse a percuotere in sul fianco dell'armata francese, e che un terzo, tenendo la sinistra dal canto delle montagne, seguisse gli equipaggi, che il capitano Odet cercava di allontanare. Da un altro canto il conte di Cajazzo con quattrocento gendarmi e due mila fanti passò il Taro in faccia all'avanguardia francese per attaccarla di fronte. Lasciò sull'altra riva Annibale Bentivoglio con un corpo di riserva di dugento uomini d'armi; finalmente ai provveditori Veneziani fu affidata la custodia del campo con due forti compagnie di uomini d'armi e mille fanti. In tal modo apparecchiavansi i Veneziani ad attaccare nello stesso tempo l'armata francese alla testa, alla coda e di fianco; ma, accostumati alle battaglie d'Italia, nelle quali uno squadrone si presentava dopo l'altro, ed aspettava sempre di essere sostenuto da truppe fresche, trascurarono di adoperare contemporaneamente tutte le loro forze; indebolirono la loro armata con grosse riserve, che rimasero al di là del fiume, ed il loro più grande mancamento fu quello di non regolare da principio la marcia delle riserve, perchè giugnessero successivamente sul luogo della battaglia[350].
Intanto l'attacco del marchese di Mantova veniva diretto con somma bravura; al primo urto de' suoi uomini d'armi con quelli della retroguardia francese, tutte le lance si spezzarono, ed i due corpi si mischiarono per battersi colle mazze d'armi e collo stocco. Il re, che in quell'istante stava armando de' cavalieri nel corpo di battaglia, avvisato dal rumore che udiva farsi in sul di dietro, fece dar volta al suo campo d'armata, ed accorse in ajuto della sua retroguardia. Andava in tal modo sempre più allontanandosi dalla sua vanguardia, che, durante questa marcia retrograda, seguitava ad avanzarsi lungo le ghiaje del fiume. Ognuno correndo più o meno velocemente in ragione del proprio desiderio d'entrare in battaglia, il re si trovò quasi solo, mentre che un altro corpo nemico, che aveva passato il fiume di fianco a lui, non gli era omai distante più di cento passi. Il bastardo di Borbone, che gli stava a canto, essendosi spinto contro questi nuovi nemici per caricarli, fu trasportato dal proprio cavallo in mezzo a loro e fatto prigioniere. Carlo VIII, per quanto fu detto, in questo frangente si condusse con somma intrepidezza, gettandosi arditamente dove la mischia era più calda, incoraggiando i suoi soldati, e mostrandosi persuaso d'avere gli ajuti del cielo[351].