I Francesi, attaccati da forze infinitamente superiori, non avrebbero probabilmente potuto resistere a lungo, se mille cinquecento Stradioti avessero eseguiti gli ordini loro dati di mischiarsi agli uomini d'armi; quando l'ordinanza di questi era rotta, gli Stradioti colle lunghe loro sciable trovavansi avvantaggiati tra i cavalieri armati di lance, ed avrebbono fatta un'orribile carnificina di cavalieri francesi. Ma in mezzo alla battaglia, quelle truppe leggeri si avvidero che i loro camerata, avendo svaligiato l'equipaggio de' nemici, stavano dividendo una così ricca preda, mentre essi non si vedevano innanzi che pericoli. Tutti gli Stradioti lasciarono subito la battaglia per farsi addosso al convoglio caduto in potere de' soldati, e bentosto molti pedoni ed anche uomini d'armi presero la stessa via. Francesco Gonzaga, abbandonato da coloro ne' quali aveva riposta la sua maggiore fiducia, perdette in breve tutto il vantaggio che aveva avuto in principio dell'azione. Suo zio, Rodolfo Gonzaga, era stato ucciso ne' primi istanti della mischia, onde non aveva potuto eseguire la commissione che gli era stata data di far avanzare Antonio di Montefeltro, il quale, non ricevendo verun avviso, si tenne immobile. All'ultimo Francesco Gonzaga venne respinto; i suoi cavalieri, fuggendo, attraversarono il fiume, altri per riguadagnare il proprio campo, ed altri per entrare in Fornovo; dietro ai quali correndo la guardia francese a briglia sciolta, s'allontanò tanto dal re, che questi per la seconda volta trovossi separato dalla sua gente, ed esposto a grandissimi pericoli[352].
Nello stesso tempo il conte di Cajazzo aveva caricata la vanguardia francese, ma non così caldamente. Giunto a fronte degli uomini d'armi francesi, volse le spalle senza abbassare una lancia, e cominciò a fuggire, forse sperando di farsi inseguire, onde così sempre più allontanare la vanguardia dal luogo in cui combatteva il re; almeno così sospettò il maresciallo di Giè, il quale, sebbene con molto stento, contenne i suoi uomini d'armi, che volevano dare addosso ai fuggiaschi. Il re, rimasto alcuni istanti solo fra le due truppe, si trovò circondato ed attaccato da alcuni cavalieri, che mentre si ritiravano lungo le ghiaje del fiume si avvidero del suo isolamento. Pure Carlo VIII fu opportunamente soccorso da una banda di gentiluomini che venivano a raggiugnerlo. Bentosto la retroguardia, che aveva inseguito il nemico fino a Fornovo, diede addietro per accostarsi al re; ed allora continuarono tutti assieme a discendere sulla sinistra del Taro, per unirsi al corpo del maresciallo di Giè[353].
Questi si vedeva a fronte, sull'opposta sponda del fiume, il conte di Cajazzo, che aveva raggiunta la sua riserva, e che poco dopo venne pure ingrossato dal marchese Gonzaga con tutti coloro che si erano ritirati alla volta di Fornovo. L'armata italiana era tuttavia più numerosa assai che non la francese; pure nel consiglio di questa si consultò se dovesse attaccare il nemico. Gian Giacomo Trivulzio, Camillo Vitelli e Francesco Secco, condottieri italiani al servigio del re, volevano che si approfittasse degli ottenuti vantaggi per avere intera vittoria, che si ripassasse il Taro, che si attaccasse il campo italiano sull'opposta riva, e che si approfittasse del terrore, di cui apparivano manifesti segni nelle schiere nemiche. Facevano questi generali osservare che la strada di Parma era tutta coperta di gente, lo che dava a conoscere che molti fuggiaschi avevano di già abbandonato il campo, e cercavano di salvarsi da quella banda. Ma i capitani francesi, che mal conoscevano le strade, che difficilmente s'inducevano a credere compreso da terrore un così grande esercito, e che vedevano i proprj cavalli e soldati affaticati, non vollero esporsi a perdere i conseguiti vantaggi. Dopo qualche disamina il re andò ad alloggiare in un villaggio presso al Taro, alquanto al di sotto del luogo in cui erasi data la battaglia, ponendosi in una piccola casa al coperto della pioggia, che aveva continuato tutto il giorno[354].
L'urto tra gli uomini d'armi del marchese di Mantova e la retroguardia francese non era durato più d'un quarto d'ora, e più di tre quarti i secondi inseguirono i nemici: tanto l'impeto francese e la violenza delle cariche degli uomini d'armi aveva confusa la tattica italiana. I vincitori non perdettero più di dugento uomini, i vinti circa tre mila cinquecento. Moltissimi cavalieri, atterrati nel primo urto, furono uccisi in terra a colpi di scuri dai servitori dell'armata, ed i pedoni, separati dalla loro cavalleria, furono tagliati a pezzi: fra gl'Italiani uccisi in quest'azione si contarono Rodolfo di Gonzaga, zio del marchese; Rannuccio Farnese, Giovanni Piccinino, nipote del famoso Niccolò; Galeazzo di Coreggio, Roberto Strozzi ed Alessandro Beroaldi. Bernardino di Montone, nipote del gran Braccio, erasi pure lasciato tra gli estinti, ma guarì dalle sue ferite[355]. I Francesi non fecero un solo prigioniere per la stessa ragione che li dissuadeva dal difendere i proprj equipaggi e dallo spogliare i nemici. Erano essi in troppo piccol numero, e troppo lontani dal loro paese, per far cosa che potesse in qualunque modo ritardare il loro cammino. Più volte in tempo della battaglia si udirono gridare: Risovvengavi di Guinegales! Effettivamente in questo luogo avevano perduta una vittoria di già conseguita, per essersi sbandati a saccheggiare[356].
Il terrore nel campo degl'Italiani era più grande assai che non potevano supporlo i Francesi. La prodigiosa perdita fatta dai primi in così breve tempo aveva colpito la loro immaginazione, e durante la notte si ottenne a stento di trattenere i soldati, che volevano tutti fuggire a Parma. Il conte di Pitigliano, fatto prigioniere a Nola, e che veniva condotto dal re dietro l'armata col conte Virginio Orsini, suo cugino, essendo fuggito in tempo della battaglia, e salvatosi nel campo veneziano, contribuì potentemente a calmarli. Egli tenne dietro al fuggiaschi quasi due ore per richiamarli alla battaglia, gridando Pitigliano, Se gli fosse riuscito di riunirli, teneva per fermo che un nuovo attacco avrebbe ruinato i Francesi senza riparo. Egli aveva infatti veduto il disordine del loro campo, ed aveva conosciuto che la loro ordinanza di battaglia era stata più che altro opera dell'accidente, e che un solo urto di cavalleria, dagl'Italiani mal sostenuto, aveva decisa la sorte della battaglia. Egli sapeva che i Francesi non erano affatto sicuri della loro ritirata, e che sarebbe facile il far loro provare quello stesso terrore che avevano incusso ne' loro nemici. Ma tutti i suoi sforzi altro non ottennero che d'impedire la dispersione dell'armata; non già di ridurli ad un nuovo attacco, che egli avrebbe voluto tentare durante la notte. Altronde la continua pioggia aveva finalmente gonfiato il Taro, e di già questo torrente rendeva difficile l'avvicinamento d'un'armata all'altra[357].
Nel giorno 7 il re si accampò a Medesana, un miglio al di sotto al luogo in cui aveva passata la notte. Nello stesso tempo incaricò il Comines di ricominciare, s'era possibile, le negoziazioni, perciocchè desiderava di ritirarsi tranquillamente; lo che non poteva fare con piena sicurezza in vicinanza d'una armata più numerosa assai della sua. Per trattare di conserva col Comines nominava il cardinale di san Malo, il maresciallo di Giè e Lodovico di Allewin, signore di Piennes. I commissarj italiani furono il marchese di Mantova, il conte di Cajazzo ed i due provveditori veneziani. Erano da ambo le parti i più ragguardevoli personaggi delle due armate; ma la difficoltà consisteva nel riunirli. Avanzaronsi gli uni e gli altri dal canto loro sulle ghiaje del torrente; ma niuno osava di passare il fiume, soverchiamente ingrossato dalle pioggie, e che volgeva le onde con tanto fracasso, che non era altrimenti possibile l'intendersi dall'una all'altra riva. All'ultimo il Comines con Robertet, segretario del re, si recò presso i Veneziani, ma era incaricato soltanto di proporre una conferenza. In quest'abboccamento si parlò della precedente battaglia, e credendo il marchese di Mantova che suo zio fosse ancora vivo, lo raccomandò al Comines insieme a tutti gli altri prigionieri: ma il Comines si guardò dal rispondere che i Francesi non avevano dato quartiere a veruna persona. Si convenne di avere un'altra conferenza verso sera, ma i Veneziani fecero in appresso avvisare il Comines di protrarla fino all'indomani, per non arrischiare di scontrarsi negli Stradioti, che non eransi potuti assoggettare a veruna disciplina. Il re non aveva intenzione d'aspettare il giorno susseguente. Un'ora prima dell'alba i trombettieri suonarono col grido consueto: faites bon guè[358]. Era questo il segno convenuto, perchè tutti montassero a cavallo, e si avviassero alla volta di Borgo san Donnino[359].
Questa notturna partenza, volgendo le spalle al nemico, era propriamente fatta per seminare il terrore nell'armata. Trattavasi d'attraversare un paese alpestre prima di raggiugnere in sul piano la strada maestra; e siccome, a cagione della negligenza del grande scudiere, l'armata partiva senza guide, si smarrì. Ma i fuochi lasciati dai Francesi nel campo ingannarono i Veneziani, i quali non s'avvidero che a mezzogiorno della loro partenza. Le pioggie, che sempre continuavano, avevano talmente gonfiato le acque del torrente, che fino alle quattro ore niuno s'arrischiò di varcarlo. All'ultimo lo attraversò il conte di Cajazzo con dugento cavalli italiani, perdendo uno o due uomini. Questo felice accidente diede tempo al Francesi di fare sei miglia all'incirca in un paese disuguale, nel quale potevano essere assai molestati, e di giugnere in una vasta pianura, ove la loro vanguardia, l'artiglieria e gli equipaggi, partiti alcune ore prima di loro, gli aspettavano[360].
Un'armata, che si ritira in faccia al nemico, non tarda a scoraggiarsi anche dopo avere ottenuti prosperi successi. La retroguardia, giugnendo in sul piano, fu atterrita vedendo il corpo d'armata che la stava aspettando, in mezzo al quale lo stendardo del Trivulzio le sembrò quello del marchese di Mantova. Nè la vanguardia provò minore spavento nel vedere avvicinarsi la retroguardia, finchè gli esploratori delle due parti non si furono riconosciuti. I Francesi erano appena giunti a san Donnino, quando un falso allarme li costrinse ad uscirne; lo che preservò questa terra dal saccheggio, che gli Svizzeri avevano di già cominciato[361].
La prima notte il re dormì a Firenzuola, e la seconda presso alla Trebbia, al di là di Piacenza; ed era colà giunto senza essere molestato dalla cavalleria leggiera del nemico. Suppose di non essere più esposto a verun pericolo, e ben fece passare la Trebbia che ad una parte della sua armata, lasciando sull'altra sponda quasi tutta l'artiglieria con dugento lance e cogli Svizzeri per custodirla. Per dividere così i soldati non aveva avuto altro motivo che quello di trovare per tutti più comodi alloggiamenti. Ma i fiumi d'Italia sono soggetti a così subite escrescenze d'acque, che non si può mai far capitale dei guadi già riconosciuti. Alle dieci ore della sera il fiume sollevossi rapidamente a tanta altezza, a motivo delle pioggie cadute negli Appennini, che non sarebbe stato possibile d'attraversarlo nè a piedi nè a cavallo. Più non era in arbitrio d'una metà dell'armata il dare soccorso all'altra; e non pertanto il nemico trovavasi vicino assai, perciocchè il conte di Cajazzo era entrato in Piacenza, di cui aveva accresciuta la guarnigione. I Francesi sull'una e sull'altra riva cercarono tutta la notte con estrema inquietudine alcun mezzo di comunicazione, senza poterne scoprire alcuno; finalmente verso le cinque ore del mattino le acque cominciarono da sè medesime a abbassarsi; allora i soldati si affrettarono di stendere delle corde dall'una all'altra sponda, onde sostenere le persone a piedi, che guadarono il fiume, entrando nell'acqua fin sopra allo stomaco; ed in tal modo poterono riunirsi i due corpi d'armata, che il re già si pentiva d'avere separati[362].