Il conte di Cajazzo aveva trovati in Piacenza cinquecento fanti tedeschi, gli unì ai cavalleggeri che seco aveva condotti, ed avendo raggiunta alla Trebbia l'armata francese, più non lasciò di molestarla nella sua ritirata, mentre dirigevasi per Castel san Giovanni, Voghera, Tortona e Nizza di Monferrato. I provveditori veneziani non vollero permettere che la loro armata si accostasse mai tanto a quella di Carlo da dare un'altra battaglia. Pure quanto più i Francesi s'andavano avvicinando al paese in cui speravano finalmente di trovare piena sicurezza, meno vogliosi si mostravano di combattere[363]. La loro ritirata venne soltanto coperta da trecento Svizzeri armati di colombrine e d'archibugi a cavalletto. Costoro aspettavano gli Stradioti fino a mezzo tiro delle loro armi con una flemma dalla quale mai non si dipartirono, e li facevano dare addietro con un fuoco ben mantenuto. I Francesi mostravano minor sangue freddo nell'affrontare il pericolo, ma soffrivano pazientemente i disagi di una penosissima ritirata. Gli alloggiamenti più non venivano distribuiti dai forieri; ognuno collocavasi meglio che poteva, senza cagionare disturbi nè contese; non si ottenevano i viveri che con estrema difficoltà; e senza l'opinione grandissima che aveva Gian Giacomo Trivulzio presso il partito guelfo di Lombardia, l'armata avrebbe sofferta una crudel fame. Ciò che più tormentava i soldati era la mancanza d'acqua. Camminavano nel cuore della state, e, per ispegnere la sete che li divorava, entravano fino alla cintura nelle fosse fangose delle piccole città e de' villaggi. I primi che vi giugnevano trovavano pure dell'acqua ancora limpida, ma la folla de' soldati, de' servi e de' cavalli che li seguiva, esauriva in breve quei fossi, o ne corrompeva le acque con un fango infetto[364].

Il re partiva sempre prima che facesse giorno, e camminava fino a mezzodì; allora tutti si cercavano alla meglio qualche ricovero, e tanto i signori che i servi erano forzati a cercarsi i viveri ed i foraggi pei proprj cavalli. Il Comines, che dice essere uno di coloro che soffrirono meno degli altri, e che era oramai vecchio, fu due volte costretto a cercare egli stesso il foraggio pel suo cavallo e ad accontentarsi d'un tozzo di cattivo pane. Ma il Comines, che aveva accompagnato il duca di Borgogna in difficilissime guerre, ove per altro le truppe mai non avevano sofferto altrettanto, non poteva abbastanza ammirare la pazienza ed il lieto umore di quei soldati francesi che mai non si lagnavano. L'armata era forzata a camminare lentamente a cagione della grossa artiglieria; ad ogni istante o i carri si rompevano, o mancavano i cavalli; ma non eravi un solo cavaliere che rifiutasse di mettere mano al lavoro, o di prestare il suo cavallo per tirare un cannone da un cattivo passo; di modo che in così penoso viaggio non si perdette un solo pezzo d'artiglieria, nè una libbra di polvere. Finalmente il mercoledì, 15 di luglio, otto giorni dopo la loro partenza da Medesana, i Francesi, che il giorno 14 eransi trattenuti presso le mura d'Alessandria, giunsero in Asti, ove si videro nello stesso tempo in luogo di sicurezza e di riposo, ed in una città abbondantemente provveduta di vittovaglie[365].

Il duca d'Orleans non aveva potuto tornare ad Asti per ricevere Carlo VIII; egli erasi chiuso in Novara, ed aveva colà riunite tutte le truppe che di mano in mano erano giunte dalla Francia. La di lui armata trovavasi in ottimo stato e bene disciplinata; e tra Svizzeri e Francesi ammontava a settemila cinquecento uomini che ricevevano paga. Ma il duca, fidando nella ricchezza e fertilità della provincia, invece di formare altri magazzini in Novara, aveva lasciati dilapidare quelli che vi trovò quando la sorprese. L'armata del duca di Milano era venuta ad assediarlo, prima che avesse potuto riparare così grave mancamento, e quella de' Veneziani, che si era battuta coi Francesi a Fornovo, invece d'inseguire Carlo VIII, aveva raggiunti gli assedianti. Perciò quando il duca d'Orleans seppe che il re era arrivato in Asti, lo mandò a pregare d'affrettarsi a liberarlo[366].

Ma nè Carlo VIII, nè i suoi soldati avevan troppa voglia di combattere: il re dopo pochi giorni passò da Asti a Torino per cercar di trattare coi confederati, valendosi della mediazione della duchessa reggente di Savoja. I confederati desideravano pure d'ottenere una buona pace, ed avrebbero veduto con piacere incaricato delle negoziazioni il Comines; ma gl'intrighi di corte e la gelosia del cardinale di san Malo non lo permisero; e perchè le due parti temevano egualmente di fare le prime proposizioni, il re mandò il balivo di Digione agli Svizzeri per far leva nel loro paese e condurre a Novara cinque mila soldati[367].

Intanto il tempo passava, e Carlo VIII, dimenticando le cose della guerra, omai ad altro più non pensava che a sollazzarsi. Egli aveva alloggiato in Chieri nella casa d'uno de' principali della provincia, Giovanni di Soleri, la di cui figlia era stata dalla città incaricata di arringarlo. Lo aveva fatto con molto garbo[368], e dopo quel giorno il re credette di non avere altro affare che quello di sedurre Anna di Soleri. Andava continuamente da Torino a Chieri, senza curarsi delle ristrettezze in cui era ridotto il conte d'Orleans, il quale nello stesso tempo trovavasi indebolito dalla febbre quartana, e vedeva andare ogni giorno crescendo i nemici che lo assediavano. Non contavansi nella loro armata meno di undici mila landsknecht, capitanati dal duca di Brunswick e da Giorgio di Pietra Piana (Ebenstein) riputatissimo condottiere tedesco. Massimiliano non aveva somministrato che il minor numero di questi soldati, gli altri erano stati levati in Germania col denaro de' confederati[369].

Gli amici del duca d'Orleans lo avevano invitato a ritirarsi in Vercelli o in Asti con una porzione delle sue truppe, prima che gli venissero tolte tutte le uscite di Novara; avrebbe in tal modo diminuita la guarnigione, tutta a carico de' quasi esauriti magazzini della città, ed avrebbe in pari tempo avuta maggiore influenza ne' consiglj del re; ma Giorgio d'Amboise, suo favorito, in allora arcivescovo di Rouen, poscia cardinale, era stato da lui spedito in Asti, dove aveva contratta domestichezza col cardinale di san Malo, favorito di Carlo VIII, e questi due ecclesiastici, giudicando delle cose della guerra a seconda de' loro pregiudizi, senza voler ascoltare i consiglj de' militari, andavano assicurando il duca d'Orleans, che il re non tarderebbe a portarsi sopra Novara per liberarlo con una battaglia; mentre che il meno attento osservatore avrebbe potuto conoscere che l'armata non rientrerebbe in battaglia, senza esservi condotta dal re, che non aveva voglia di condurvela[370].

Queste false informazioni persuasero il duca d'Orleans a rimanere ostinatamente in Novara, sebbene i bisogni dell'armata andassero ogni giorno crescendo e declinassero all'ultimo in una terribile carestia. I generali di Carlo VIII tentarono, a dire il vero, più volte di far giugnere vittovaglie agli assediati; ma i loro convogli caddero quasi tutti in mano del nemico con grave perdita dell'armata francese; mentre che in Novara andava crescendo la miseria, e che ogni dì morivano di fame e borghesi e soldati. Tutte le savie persone dell'armata, ma in ispecie i militari desideravano di terminare la campagna con onorevoli patti. Rappresentavano che l'inverno era imminente, che al re mancava il danaro; che non restavano che pochissimi Francesi all'armata; che molti di loro erano caduti infermi; che gli altri così caldamente desideravano di tornare in Francia, che ne partivano parecchi ogni giorno, alcuni con regolare congedo del re, altri senz'aspettarlo. Il principe d'Orange, di fresco giunto dalla Francia, il quale conosceva tutti i mezzi che poteva somministrare il paese, insisteva sulla necessità di venire ad un accomodamento, ed altronde sapevasi che Lodovico il Moro non chiedeva altro che la restituzione di Novara. Ma in allora il consiglio del re era tutto in mano degli ecclesiastici, ed il cardinale di san Malo approfittava della lontananza o degli amori del re, che più non pensava agli altri affari, per impedire ogni negoziazione[371].

L'armata italiana non si limitava a bloccare Novara; aveva successivamente attaccati e presi i posti avanzati che i Francesi avevano fortificati intorno a quella città; si era accampata a san Francesco, a san Nazaro ed a Bolgari, in maniera di privare gli assediati d'ogni comunicazione colla campagna, e nello stesso tempo di rendere pressocchè inespugnabili le sue posizioni[372]. Sebbene da ambo le parti si avesse il medesimo desiderio d'entrare in trattative, queste mai non si aprivano, perchè l'una e l'altra parte credeva disonorevole il farne la proposizione. Intanto morì la marchesana di Monferrato, quella savia e bella principessa che sempre si mantenne fedele all'alleanza del re; periva nella fresca età di ventinove anni, lasciando i suoi figli in tenera età, de' quali si contrastavano la tutela il marchese di Saluzzo e Costantino Arianite, uno de' signori di Bazan nell'Epiro, zio e principale consigliere della morta principessa. Carlo VIII, per un atto di riconoscenza verso la di lei memoria, spedì il Comines a Casale per regolare quella tutela che fu conferita al signore Costantino[373]. Ma mentre il Comines trattenevasi a quella corte, si abbattè in un inviato del marchese di Mantova, che questi aveva incaricato di complimentare, il giovane marchese di Monferrato suo parente. Quest'incontro diede luogo ad un'apertura di negoziazioni, che bentosto si rendettero più diretti per avere il Comines scritto ai due procuratori veneziani[374].

Le due parti, avendo lo stesso desiderio di trattare, e gli stessi timori rispetto alle vicende della guerra, convennero d'aprire un congresso a metà strada tra Novara e Vercelli, tra Bolgari e Camariano. Il principe d'Orange, il maresciallo di Giè, di Piennes e Comines trattavano per la Francia; il marchese di Mantova e Bernardo Contarini per gli alleati. Il re più non isperava di salvare Novara, e ad altro non pensava che a cavarne con onore il cugino. Proponeva che questa città, risguardata come dipendente dall'impero, si consegnasse agli ufficiali di Massimiliano che trovavansi insieme ai confederati[375]. Ma non avendo potuto ottenere questa condizione, e la fame stringendo sempre più gli assediati, si convenne soltanto che il duca d'Orleans uscirebbe da Novara con tutte le sue truppe, ad eccezione di trenta uomini che lascierebbe nel castello, e che fino all'ultimazione delle negoziazioni la città verrebbe data in custodia ai soli borghesi, ai quali il duca di Milano permetterebbe di ricevere di giorno in giorno i viveri necessari[376].