La città era di già evacuata, e le conferenze, che tenevansi ogni giorno, sembravano promettere un vicino felice risultato. Vi assisteva Lodovico il Moro con sua moglie la duchessa di Milano, nella quale riponeva tutta la sua confidenza, quando il balivo di Digione, ch'era stato spedito nella Svizzera per farvi leva di cinque mila uomini, giunse a portata del campo francese colle prime colonne di questo nuovo corpo di truppe. La spedizione nel regno di Napoli, dove Carlo VIII aveva per la prima volta condotti soldati svizzeri, aveva inspirato in que' montanari un nuovo ardore e riempitili di larghe speranze; credevano che le ricche pianure della Lombardia fossero abbandonate in loro balìa. Non avevano cominciato che da poco tempo a mettersi al soldo delle straniere nazioni, e questa strada d'acquistare ricchezza e gloria offriva loro tutto l'allettamento della novità. Sebbene il balivo di Digione non avesse voluto levarne che cinque mila, se n'erano spontaneamente posti in cammino alla volta dell'Italia venti mila, onde si dovettero dare ordini tali ai confini del Piemonte che impedissero il passaggio a maggior numero di gente, altrimenti perfino le donne ed i fanciulli parevano volenterosi di scendere in Italia[377].

L'arrivo di questa inaspettata moltitudine, che tanto cambiava la proporzione delle forze delle due armate, avrebbe al certo impedita l'evacuazione di Novara, quando non avesse avuto luogo due o tre giorni prima. Poteva inoltre dare motivo a nuove deliberazioni, se tornasse meglio di rompere le negoziazioni, o se il re con una così grossa e bellicosa armata, e diretta da così valorosi ufficiali, non doveva cogliere l'opportunità di tentare la conquista della Lombardia. Non potevasi dubitare che l'evacuazione di Novara e la ritirata di Carlo VIII al di là delle Alpi non dovesse scoraggiare totalmente l'armata che tuttavia difendeva il regno di Napoli, sconcertare tutti i partigiani della Francia, e rialzare invece le abbattute speranze, e l'orgoglio del partito nemico. Vero è che il campo veneziano era in così forte posizione e fiancheggiato da così ragguardevoli opere, che temeraria cosa sarebbe stata quella di volerlo forzare, ma se invece d'attaccarlo, i Francesi si fossero incamminati alla volta di Milano o di Pavia, avrebbero costretto il marchese di Mantova a seguirli, non lasciandogli che la scelta tra una battaglia e la perdita del paese ch'egli doveva difendere. Ai Francesi non si era giammai offerta più bella occasione di acquistare il dominio dell'Italia, ed il duca d'Orleans colla sua eloquenza e col suo credito cercava pure di persuaderlo[378].

Ma il duca d'Orleans non aveva alla corte grandissima influenza; anzi era gagliardamente sospetto ai favoriti del re: era tuttavia fresca la memoria delle guerre civili cui aveva presa parte, ed invece di favoreggiare il suo ingrandimento, la corte inclinava ad impedirgli l'acquisto del Milanese: Gian Giacomo Trivulzio proponeva ai Veneziani un parziale trattato con Carlo VIII, in virtù del quale Lodovico il Moro sarebbe stato costretto a rassegnare a Massimiliano Sforza, figlio di suo nipote Giovan Galeazzo, il ducato di Milano, mentre che Cremona col suo territorio sarebbesi ceduta ai Veneziani in pagamento delle spese della guerra[379]. Questo trattato, che non ebbe effetto, contribuì per altro a indebolire la vicendevole confidenza delle potenze italiane.

Ma la disposizione della nobiltà francese era quella che più d'ogni altra cosa si opponeva al rinnovamento delle ostilità. Era la nobiltà stanca di questa spedizione; più non voleva combattere, ed ardentemente desiderava di ripatriare: perciò pretendeva che più non avesse l'armata abbastanza uomini d'armi per mantenere una certa proporzione con una così grossa massa di fanteria forastiera; e questa stessa considerazione fece luogo a strani sospetti contro quelle milizie svizzere ch'erano accorse con tanta avidità. Dichiaravano i cortigiani essere estrema imprudenza l'esporre il re e tutta la nobiltà del regno all'arbitrio di una moltitudine indomita, orgogliosa e conscia della propria possanza. Si opposero perciò all'unione di dieci mila uomini, ch'erano rimasti al di là di Vercelli, cogli altri dieci mila di già arrivati al campo; e diedero tanta importanza a tali assurdi timori, che le truppe, che dovevano inspirare la maggiore confidenza, erano invece diventate l'oggetto della maggiore paura.

In tale situazione Carlo VIII si fece conoscere apparecchiato ad abbandonare ogni vantaggio, se si potesse a tale prezzo ridurre il duca di Milano a staccarsi dalla lega ed a fare con lui un parziale trattato. Lo avevano a ciò disposto le precedenti negoziazioni coi Veneziani, e gli stessi Veneziani non vi frapposero ostacolo, persuasi che la sola cosa necessaria alla tranquillità dell'Italia era la ritirata di Carlo VIII al di là delle Alpi. Infatti il giorno 10 d'ottobre nel campo di Vercelli fu conchiuso un trattato di pace e d'amicizia tra Carlo e Lodovico il Moro, duca di Milano. Si convenne che Novara sarebbe ceduta a quest'ultimo, che conserverebbe anche Genova, ma come feudo della Francia, e che il re potrebbe in questa città fare come in addietro gli apparecchj necessarj alla difesa di Napoli. Inoltre il duca prometteva di perdonare a tutti i suoi sudditi che avevano seguito il partito francese, di rendere a Gian Giacomo Trivulzio il godimento de' suoi beni, di rinunciare all'alleanza di don Ferdinando, re di Napoli, e d'unirsi al re contro la repubblica di Venezia, se nello spazio di due mesi questa non accedeva allo stesso trattato. Ma per sicurezza di tutte queste promesse, alle quali niuna persona dava fede, nè meno coloro dell'armata francese che chiedevano la pace, il re non doveva avere altra guarenzia che la fortezza del Castelletto di Genova, e questa ancora non doveva essere posta nelle sue mani, ma consegnata al duca di Ferrara, suocero del duca di Milano, il quale prometteva di darla al re di Francia, ogni qual volta suo genero mancasse a' suoi obblighi verso il re[380].

Ebbe appena Carlo sottoscritta e giurata questa pace, che, cedendo a quella impazienza di ritornare in Francia che formava il voto di tutta la sua nobiltà, non che il suo, apparecchiossi a partire all'indomani alla volta di Trino nel Monferrato. Vero è che gli Svizzeri, i quali erano venuti in Italia con tante speranze, e che trattavasi di rimandare alle case loro senza nemmeno corrisponder loro il convenuto soldo, cominciavano a tumultuare; e si aveva allora qualche ragione di temere quello che in addietro si era finto gratuitamente di credere, cioè che volessero ritenere il re come ostaggio di ciò che loro era dovuto. Si offriva loro soltanto un mese di paga, lo che bastava appena ad indennizzarli delle spese sostenute per uscire dal loro paese, e di quelle che far dovevano per ritornarvi. Essi domandavano il soldo di tre mesi, come Lodovico XI si era obbligato di fare nelle capitolazioni convenute coi loro cantoni, qualunque volta li chiamasse; ed all'ultimo convenne soddisfarli non col danaro, che ciò non era possibile, ma dando loro ostaggi e cambiali[381]: ed allora si ritirarono tra le loro montagne. Il re lasciò in Asti Gian Giacomo Trivulzio con cinquecento lance francesi per agevolarsi in avvenire l'ingresso in Italia: ma questi cavalieri, non potendo resistere all'ardente desiderio di rivedere la loro patria, non ubbidirono; e nello spazio di pochi giorni quasi tutti ripassarono le Alpi senza congedo[382]. Il re con tutto il rimanente dell'armata partì da Torino il 22 ottobre alla volta di Susa, indi, prendendo la strada di Brianzone e di Embrun, valicò le Alpi con tanta celerità, come se avesse alle reni un'armata vittoriosa. Il 25 d'ottobre arrivò a Gap nel Delfinato, ed il 27 a Grenoble[383].

Questa breve spedizione del re di Francia, che così precipitosamente abbandonava conquiste fatte colla stessa rapidità, lasciava da una all'altra estremità dell'Italia i semi di nuove guerre, di rivoluzioni e di calamità; ed in quel modo che un segreto lievito di odj e di miserie erasi sviluppato a cagione del suo passaggio in tutti i principati ed in tutte le repubbliche, così un nuovo veleno, il marciume d'una malattia fin allora ignota, si sparse dalla stessa armata francese in seno alle famiglie nel suo ritorno da Napoli. Questa crudele malattia, che Francesi chiamarono lungo tempo il male di Napoli, e gl'Italiani il mal francese, era senza dubbio stata portata a Napoli da qualche Spagnuolo, cui era stata comunicata da' primi compagni che Cristoforo Colombo aveva ricondotti dalla sua spedizione dell'America. Forse, trovandosi in allora circoscritta in un piccol numero d'individui, avrebbe potuto essere soffocata ne' suoi principj, se una guerra così universale, così lunghe marcie d'eserciti e la militare licenza, non l'avessero diffusa con una sorprendente rapidità, e comunicata in brevissimo tempo alla massa del popolo in Francia ed in Italia. Cristoforo Colombo non era rientrato nel porto di Palos, di ritorno dal suo primo viaggio, che il 15 marzo del 1493; e nel corso di quella primavera la malattia cominciò a diffondersi nel Portogallo, nell'Andalusia e nella Biscaglia[384]. Dopo due anni la stessa malattia, che non si comunica come le altre contagioni ordinarie, e che non infettava mai un nuovo individuo senza che questi non dovesse il suo male ad una colpa, aveva di già disseminato il suo veleno tra gli Spagnuoli, gl'Italiani, i Francesi, gli Svizzeri, i Tedeschi, e per dirlo in una parola in più della metà dell'Europa[385].

CAPITOLO XCVII.