Ferdinando II rientra nel regno di Napoli e ricupera la sua capitale. — I Francesi vendono ai nemici del Fiorentini le fortezze che occupavano in Toscana. — Vengono sforzati a capitolare ad Atella, ed evacuano il regno di Napoli. — Morte di Ferdinando II.
1495 = 1496.
I moderni tempi, in mezzo a continue guerre, offrirono un così piccolo numero di conquistatori, contansi così pochi re che abbiano essi medesimi condotte le loro armate, così pochi che non abbiano provate grandi sventure dopo essersi posti alla loro testa, che Carlo VIII, per la rapida conquista del regno di Napoli, occupa un luminoso posto nella storia della Francia. Egli è dopo san Luigi il primo monarca, di cui gli storici francesi abbiano a raccontare una brillante e lontana spedizione; i suoi successori, sebbene più prudenti e più esperti nell'arte della guerra, non furono di lunga mano fortunati al paro di lui. Perciò i Francesi lo hanno per lo più rappresentato come un glorioso conquistatore, e tra i loro storici cortigianeschi la maggior parte si sdegna contro il Comines e contro gli scrittori italiani, per avere detto, che aveva poco ingegno, non carattere, non abitudine all'applicazione; tanto è vero che nelle conquiste e nella condotta di un'armata trionfatrice avvi qualche cosa che abbaglia il volgare, e si trae dietro la sua ammirazione.
Pure, per giudicare Carlo VIII, importa meno di esaminare se effettivamente gli mancassero i talenti militari, e se non andasse debitore che alla fortuna delle sue luminose conquiste, quanto il cercare ciò ch'egli poteva ripromettersi dai suoi prosperi successi, e quali felici risultamenti per la Francia, o per i paesi in cui portava le armi, compenserebbero i mali inseparabili dalla guerra. Ora l'impossibilità in cui erasi posto Carlo VIII di conservare il regno di Napoli, sia che vi restasse, o sia che se ne allontanasse, abbastanza dimostra con quanta leggerezza avesse concepiti i suoi progetti, e con quanta indifferenza sagrificava la vita degli uomini alla sua vanità.
Al certo sarebbe un bene per l'umanità, se la storia fosse sempre severa nel giudicare lo spirito di conquista, se lavorasse sempre a distruggere quel funesto entusiasmo, quell'ubbriachezza delle vittorie, che seduce le nazioni ed i loro capi, e che fa loro sagrificare la propria felicità ad una sanguinosa gloria. Ma prima di tutto dev'essere giusta verso i conquistatori, ed i rimproveri che fa a ciascheduno di loro non devono essere i medesimi: ella ha il diritto di chiedere ad Alessandro, se non volle acquistare a troppo caro prezzo il compimento dei suoi progetti, allorchè, per fondare un nuovo impero, per riformare i costumi e le leggi di un popolo schiavo e corrotto, per umiliare un potente nemico, sconvolse la metà dell'Asia, e fece spargere più sangue e dissipò più tesori di quel che di felicità futura il perfetto compimento de' suoi disegni promettesse all'umanità: può domandare a Carlo Magno, a Federico II, con quale diritto avventurarono la sorte dell'umanità dietro i loro calcoli, e sagrificarono l'attuale generazione alla futura, ammettendo ancora, che, dopo il compimento de' loro progetti, abbiano procurata ai popoli conquistati una migliore condizione o una durevole prosperità.
Ma nella spedizione di Carlo VIII, la posterità non può trovare alcuna cosa che gli serva di scusa, e che permetta di scordarci un istante il male grandissimo che fece all'umanità. Non furono nè vasti progetti di legislazione o di ordine sociale che gli posero le armi in mano, non il desiderio di soccorrere oppressi sventurati, non quello di mettere fine ad enormi abusi, ad un assassinio, ad una tirannide, ad una persecuzione, che disonorano l'umanità: egli non aveva antiche nimicizie nazionali da soddisfare, non offese fatte all'onore del suo popolo da vendicare, non pericoli da prevenire: per ultimo non aveva nè meno probabili speranze di conservare quello che conquistava. Perchè il padre di Carlo VIII si era fatto cedere, in forza d'illegali contratti, i supposti diritti degli eredi di un usurpatore, Carlo si affrettava di portare la guerra in un paese, in cui non v'era possibilità che si mantenesse, di rovesciare la costituzione di tutti gli stati che attraversava il suo esercito, di esaurire con eccessivi sforzi il suo proprio regno, e d'introdurre in quello, cui erasi annunciato come liberatore, non solo i mali inseparabili dalle conquiste, ma tutti quelli della guerra civile, di una lunga anarchia, e della tirannide di soldati feroci.
Carlo VIII, prima di entrare nel regno di Napoli, era stato avvisato da Fonseca dello scontento del re di Spagna, e da Comines delle negoziazioni del duca di Milano e de' Veneziani: doveva dunque prevedere come cosa indubitata la lega che si formò contro di lui nella parte settentrionale dell'Italia, e tostochè si era dichiarata, non aveva altro partito da prendere che quello di ritirarsi immediatamente. Il solo articolo che poteva essere soggetto a disamina, era quello di sapere se lascerebbe un'armata per difendere le sue conquiste, o se evacuerebbe il regno così compiutamente come aveva fatto pochi mesi prima il suo competitore della casa d'Arragona. Nel primo caso era impossibile che la metà della sua armata difendesse ciò che intera non era in istato di conservare; nel secondo caso sagrificava que' Napolitani che si erano per lui compromessi verso i loro antichi padroni, e pagava d'ingratitudine i servigj che gli avevano resi tutti i partigiani della casa d'Angiò. In qualunque modo si contenesse non poteva cagionare che patimenti e calamità senza numero.
Ferdinando II erasi ritirato a Messina dopo avere perduto il suo regno; colà fu visitato da suo padre, Alfonso, che da Mazara venne a ritrovarlo vestito da religioso; vi trovò pure Ferdinando Consalvo, della casa d'Anguillara, nativo di Cordova, che i re di Spagna avevano mandato in Sicilia con cinque mila fanti e sei cento cavalieri spagnuoli per difendere quell'isola[386]. Gli Spagnuoli colla consueta loro jattanza avevano nominato Gonsalvo di Cordova generalissimo, ossia gran capitano della piccolissima loro armata, ma la posterità applicò in diverso significato questo epiteto al nome di Gonsalvo, rendendo giustizia ai singolari suoi militari talenti, ed alla riputazione che di già si era acquistata nelle guerre di Granata[387].
Quantunque Carlo VIII non fosse ancora partito da Napoli, Ferdinando II aveva avuto avviso della rivoluzione apertasi in suo favore negli animi de' suoi sudditi, e sapeva di essere vivamente desiderato dai popoli che lo avevano con tanta leggerezza abbandonato. I suoi partigiani lo richiamavano, ed egli era disposto ad assecondare i loro inviti. Alfonso gli aprì i tesori che aveva seco portati quando era fuggito. Ugone di Cordova, cognato del marchese d'Avalos, il più affezionato servitore della casa d'Arragona, assoldò per lui alcune compagnie d'infanteria in Sicilia; il Gonsalvo promise di secondarlo con una parte degli Spagnuoli che aveva seco condotti, e prima che terminasse il maggio del 1495, Ferdinando si presentò sotto Reggio di Calabria, la di cui fortezza era sempre stata in mano de' suoi soldati: la città si dichiarò subito a suo favore, ed in pochi giorni il fugitivo monarca vi adunò un'armata di sei mila uomini[388].
Nello stesso tempo il partito arragonese andava riprendendo coraggio nelle province del regno, ed ovunque cominciava a minacciare i Francesi. Antonio Grimani si era fatto vedere sulle coste della Puglia con ventiquattro galere veneziane; cui si erano subito uniti don Federico, zio del re, don Cesare, suo fratello naturale, e Camillo Pandone con tre galere. Attaccarono Monopoli, città difesa da grossa guarnigione francese e secondata dagli stessi abitanti. Il Grimani, per eccitare il coraggio e la cupidigia degli Stradioti, che aveva condotti da Corfù, promise loro il sacco della città se la prendevano d'assalto. La città fu presa e trattata barbaramente; e l'ammiraglio veneziano potè a stento salvare la vita delle donne e de' fanciulli che si erano rifugiati nelle chiese[389].