Quest'atto di barbarie venne quasi subito imitato dal contrario partito. La città di Gaeta, una delle più ricche e delle più forti del regno, era stata data in feudo al siniscalco di Belcario: era custodita da pochi soldati francesi, ed i borghesi, di già stanchi del loro governo, diedero tumultuariamente mano alle armi, non dubitando di poterli scacciare dalle loro mura. Gli attaccarono, incoraggiandosi col nome di Ferdinando, che andavano ripetendo ad alta voce: ma i veterani francesi, essendosi riuniti in un sol corpo, ricevettero il loro urto senza scomporsi. In breve gl'insorgenti, avvedendosi di non potere sgominare questo corpo immobile, si scoraggiarono; fuggirono disordinati, ed imbarazzandosi nelle loro medesime armi, per le anguste strade della città; più non poterono resistere ai Francesi che gl'inseguivano, e che, diventati più furibondi e crudeli in ragione della grandezza del pericolo, continuarono lungo tempo la carnificina anche dopo terminata la pugna. Essi non davano quartiere a verun prigioniero, non curavansi di far bottino, ma si andavano avanzando da una in altra strada, uccidendo senza distinzione d'età o di sesso tutti coloro che cadevano loro tra le mani. Ne' quartieri da loro corsi non si salvarono che que' pochi che gettandosi in mare dalla sommità degli scogli, poterono salvarsi a nuoto. Non sarebbe sopravvissuto verun abitante di Gaeta, se la notte, che sopravvenne, non avesse posto fine a tale carnificina. Ed in tal modo l'uccisione ed il sacco degli abitanti di due fiorenti città, poste una sol golfo Adriatico, l'altra sul mar Tirreno, eseguitosi in una dai soldati greci de' Veneziani, nell'altra dai Francesi, furono come il preludio delle calamità che i barbari recavano all'Italia col loro nuovo sistema di guerreggiare[390].

Intanto Ferdinando II riduceva alla sua ubbidienza le piccole città della Calabria. Avendogli sant'Agata aperte le sue porte, egli s'innoltrò verso Seminara, dove sorprese e fece prigioniere un piccolo corpo di truppe francesi. Aubignì, che aveva il comando della Calabria, sentì la necessità di comprimere all'istante questi movimenti d'insurrezione. Aveva pochissime truppe sotto di lui, ma le ingrossò con tutte le milizie provinciali che poterono somministrargli i baroni del partito d'Angiò e col piccolo corpo francese che Precì, fratello d'Ivone d'Allegro, comandava nella Basilicata. Questi seppe nascondere la sua marcia a Ferdinando, il quale non ebbe contezza di tale unione. Ad ogni modo Gonzalvo di Cordova consigliava il re a non venire a battaglia, perchè di tutta la sua armata credeva di non potere far capitale che de' suoi settecento cavalieri spagnuoli, e non pensava pure che questi potessero stare a fronte degli uomini d'armi francesi[391]. Ma le milizie calabresi, che si erano adunate intorno a Ferdinando, lo andavano eccitando a condurle alla battaglia. I suoi gentiluomini gli dicevano che superavano due o tre volte di numero la piccola armata francese; che bisognava rilevare le prostrate speranze dei popoli con una vittoria, e che non si giugnerebbe a riconquistare il regno, mostrando sempre la stessa pusillanimità con cui si era perduto. Ferdinando, desideroso egli medesimo di ricuperare la sua riputazione militare, fece uscire le sue truppe da Seminara, e si presentò al nemico[392].

Il d'Aubignì aveva circa quattrocento corazze ed ottocento cavalleggeri; gli aveva schierati nella pianura lungo il fiume che attraversa la strada tre miglia al di là di Seminara verso Terranova. Stava dietro alla cavalleria la fanteria svizzera; e le milizie del paese, piuttosto destinate a far numero che a combattere, formavano la retroguardia. Ferdinando aspettava di essere attaccato sull'altra riva del fiume presso alle colline che si prolungano fino a Seminara. Il d'Aubignì non tardò ad attraversare il letto del fiume ed a venire a caricare la cavalleria spagnuola, la quale, sentendosi inferiore, fece, secondo l'usanza dei Mori coi quali era avvezza a combattere, un'evoluzione in addietro per tornare alla carica. A tutta la fanteria napolitana questo movimento sembrò il segno della sua sconfitta. Fuggì subito disordinatamente senza avere combattuto, ma, raggiunta dalla cavalleria, fu maltrattata colle sciable prima d'avere sperimentato l'urto degli Svizzeri[393]. Ferdinando dopo avere inutilmente tentato di riordinare i suoi soldati, venne strascinato dai fuggiaschi. In un passaggio sdrucciolevole il suo cavallo gli si rovesciò addosso, ed egli ritenuto dalle staffe e dagli altri arcioni della sella, era vicino a cadere in mano ai nemici, quando Giovanni d'Altavilla, fratello del duca di Termini, lo rialzò, gli diede il proprio cavallo e lo fece partire; ma d'Altavilla, rimasto a piedi in mezzo ai nemici, fu poco dopo ucciso[394].

Ferdinando fuggì a Valenza e Gonsalvo a Reggio; in appresso s'imbarcarono ambidue, e si riunirono di bel nuovo in Sicilia. Ma lungi dal lasciarsi scoraggiare da questo sinistro avvenimento, ne approfittarono per rinnovare le corrispondenze nell'interno del regno, di cui questa breve spedizione aveva fatto loro conoscere il malcontento; e prima che la fama della loro sconfitta si fosse sparsa nelle altre province, Ferdinando volle sbalordire i Francesi con una nuova intrapresa. Adunò a Messina tutti i vascelli arragonesi, siciliani e calabresi, che potevano far numero, sebbene quasi non avesse soldati da mandare a bordo. In tal modo si trovò di avere sessanta navi con ponte, e venti vascelli scoperti. Con questa flotta, comandata dal capitano spagnuolo Requesens, entrò nel golfo di Salerno, press'a poco nello stesso tempo in cui Carlo VIII giugneva colla sua armata a Pontremoli. Salerno, Amalfi e la Cava spiegarono subito le insegne d'Arragona[395].

Ferdinando condusse poscia la sua flotta in faccia a Napoli, ove risvegliò il più vivo fermento. Graziano Guerra, che in allora si trovava in quella capitale, conobbe che la flotta arragonese non aveva che un'ingannatrice apparenza, senza forza reale, e pregò il vice-re, Gilberto di Montpensier, ad attaccarla, prima che avesse strascinato il popolo nell'insurrezione; ma il numero de' vascelli francesi parve troppo sproporzionato a petto a quello dei nemici, e mentre che Ferdinando per tre giorni consecutivi bordeggiava nel golfo di Napoli, il Montpensier stette vigilante per prevenire una sollevazione, di cui credevasi ad ogni istante minacciato. Infatti i partigiani d'Arragona non ardivano mostrarsi, e Ferdinando, perdendo la speranza d'eccitare una rivoluzione, aveva di già ordinato alla sua flotta di far vela verso la Sicilia, quando coloro che avevano avuta con lui corrispondenza, temendo di essere omai scoperti, e che i Francesi aspettassero soltanto un più quieto istante per assicurarsi di loro, fecero invitare il re a tentare uno sbarco, promettendogli dal canto loro di prendere le armi[396].

Dietro tale invito il 7 di luglio, giorno susseguente a quello in cui aveva avuto luogo la battaglia di Fornovo, Ferdinando venne a prender terra alla foce del piccolo Sebeto in vicinanza della Maddalena, al levante di Napoli. Il Montpensier sortì subito dalla città col fiore de' suoi uomini d'armi per opporsi allo sbarco degli Arragonesi; e nello stesso tempo ordinò di arrestare i capi dei malcontenti, tra i quali trovavansi Andrea Gennaro, Alberico Caraffa, Giovanni Cinicelli, Cola Brunaccio, i Sangri, i Pignatelli ed il poeta Sannazzaro, la di cui fedeltà per la casa d'Arragona mai non erasi smentita. Ma appunto quest'atto di rigore fece scoppiare la rivoluzione lungamente sospesa; ognuno sentendosi colpevole si credette chiamato a difendere i più esposti; la campana a stormo suonò tutt'ad un tratto in ogni quartiere della città; il popolo si gittò furibondo addosso ai Francesi ch'erano rimasti in città, e tutti gli uccise: si chiuse la porta per la quale era sortito il Montpensiero, e Ferdinando, che, dopo averlo tratto fuori di città, era passato sull'opposta riva innanzi all'isola di Nisida, fu dai segnali richiamato in porto, e ricevuto da tutto il popolo con vivi trasporti di allegrezza[397].

Per altro la sua situazione era ben lontana dall'essere sicura. Vero è che il Montpensiero trovavasi fuori di città, e segregato dalle fortezze, che sono tutte a ponente; ma la difficoltà del cammino per fare al di fuori il giro delle mura non poteva trattenerlo che poche ore: infatti egli ricondusse la cavalleria sulla piazza del castel Nuovo prima che Ferdinando ed i due fratelli d'Avalos avessero potuto barricare tutte le strade. Il Montpensiero, alla testa di una colonna di uomini d'armi, cercava di avanzarsi fino alla piazza dell'Olmo, mentre che Ivone d'Allegre con un'altra colonna seguiva la strada Catalana. Dall'altro canto il popolo napolitano gli opponeva un'intrepida resistenza: e mentre che coloro sotto le di cui finestre passavano i Francesi gli opprimevano a colpi di pietre, nel rimanente della strada ognuno portava fuori della propria casa botti, carri, concime, onde formare mobili barricate: e di mano in mano che il popolo guadagnava terreno sugli uomini d'armi, se ne guarentiva il possedimento con nuovi trinceramenti. Ivone d'Allegre, che combatteva in una più angusta strada, fu assai più maltrattato e costretto a ritirarsi prima del Montpensiero, il quale si sostenne fino a notte; ma in allora dovette ritirarsi sulla piazza del castello. Ferdinando approfittò di quella notte con istraordinaria attività. I cittadini, i marinai della sua flotta, i soldati lavoravano tutti intorno alle fortificazioni dirette dai fratelli d'Avalos, chiudevano tutte le comunicazioni colla piazza del castello con gabbioni riempiuti d'arena, botti piene di sassi e carri di concime, disposti in guisa da lasciare delle feritoje per l'artiglieria; si praticarono pure delle aperture nelle interne muraglie delle case, affinchè i difensori potessero passare a seconda del bisogno dalle une alle altre; e mentre che i Francesi andavano procurandosi una sicura comunicazione fra le tre fortezze del castel Nuovo, Castel dell'Uovo e forte sant'Elmo, e che piantavano le loro tende nello spazio che le divide, non solo i Napolitani avevano tagliata ogni comunicazione tra quelle fortezze e la città, ma avevano inoltre chiuse tutte le uscite verso la campagna; di modo che all'indomani il Montpensiero trovossi assediato nel ricinto in cui si era affrettato di entrare[398].

Sei mila Francesi trovavansi chiusi ne' castelli di Napoli, i di cui magazzini, sebbene abbondantemente provveduti, non potevano lungamente supplire ai bisogni di tanta gente. Ai cavalli mancarono i foraggi, ed in pochi giorni ne perirono molti. Vero è che una così forte e valorosa guarnigione non si lasciò chiudere senza tentare parecchie sortite sui nemici; ed alcune furono condotte con tanto coraggio, con tanto impeto, che tennero sospesi i destini di Napoli e della monarchia; e non si richiedeva meno del valore e dell'attività dei d'Avalos per renderle tutte vane, e per iscacciare i Francesi da tutte le posizioni di dove potevano recare maggiori molestie alla città. Ebbero appena questi due fratelli conseguiti tali vantaggi, che il più giovane fu ferito in una di queste zuffe, ed il maggiore, Alfonso d'Avalos, venne a tradimento ucciso da un Moro che gli aveva promesso di dargli nelle mani il forte di Monte santa Croce[399].